Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno I - Sett./ott. 2006, n. 5
FRAMMENTI 

PILLOLE DI NARRATIVA

L'ultima cena
di Dejanira




La cena fu servita in una stanza che avrebbe avuto una serena bellezza se non fosse stata appesantita da specchi e quadri anneriti dal tempo, appesi a muri stinti.
Marta andava e veniva dalla cucina reggendo vassoi mal lucidati, in cui era disteso un arrosto mal cotto, guarnito di patate mescolate a cavolfiori sfatti. Suo marito mangiava tranquillamente, come se i cibi cucinati fossero al di sopra di ogni critica. Mangiavano in silenzio, come fossero due nemici e si guardavano come non potessero aspettarsi niente di meglio l'uno dall'altra.
Una forma chiara apparve all'estremità del tavolo ed un'ombra avanzò a passi felpati verso di loro: era il loro gatto, forse l'unica cosa che avessero in comune, un gatto siamese dalle membra lunghe e dai vividi occhi di cristallo, il musetto aguzzo ed il pelo sfumato d'un grigio azzurro. “Ci ripaga di tutto…- asserì Marta con voce bassa e dolce- “io sono come lei, fondamentalmente indipendente”. Il marito le lanciò un'occhiata furtiva quanto ironica, ma l'atteggiamento di lei era assolutamente sereno. Mentre osservava il volto del marito, il naso lungo e dritto, il sorriso sardonico, gli occhi socchiusi ed indagatori, ricordò che in marzo avrebbero compiuto quindici anni di matrimonio. Aveva spesso sospettato che egli l'avesse sposata per il suo denaro e durante quegli anni a volte si era accorta, provando un brivido di paura, che in lui vi era una punta di sadismo.
Annoiato, apatico, lontano, mai egli era riuscito ad amarla veramente. La sera leggeva o si immergeva nel proprio lavoro fino alle ore piccole, mentre lei, con i suoi sogni tumultuosi mai avveratisi, era lì, sola nel letto a pensare fino a sfibrarsi. Tante volte aveva immaginato di lasciarlo, senza tuttavia trovare né il coraggio di farlo, né le parole per dirlo: alla disperazione era seguita la rassegnazione o la paura dell'ignoto.
“Ho deciso di lasciarti” - esclamò Marta, con calma e fermezza. “Ne parleremo domani”- mugugnò lui, riponendo i sigari con arrogante freddezza.
Silenzio. Il gatto fuggì lontano, emettendo un sinistro miagolio.
“Domani è troppo tardi”- pensò Marta, mentre sparecchiava - “come sempre non ti sei accorto di nulla….ma io ti ho già abbandonato!”
     
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