Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale -Anno IV- Gen./mar. 2008, n.13
NOVITA' EDITORIALI  

I LIBRI SCELTI PER VOI
di Irene Tedesco




Anteprima

Un pomeriggio visitando un libro e leggendo in un museo! Accade il 20 febbraio alle ore 17.30 presso il Salone dell’Ercole della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, dove si presenta il volume Sculture nella città. Spoleto 1962 di Giovanni Carandente (NE Editrice, Spoleto). L’autore parla del libro con Vittoria Marini Clarelli, Soprintendente della Gnam, lo scultore Arnaldo Pomodoro, la storica dell’arte Lorenza Trucchi e Giorgio Flamini assessore alla Cultura di Spoleto. Un diario di immagini realizzate da Ugo Mulas nella cittadina umbra nel 1962, quando ritrasse artisti come Henry Moore, Alexander Calder, Nino Franchina e lo stesso Pomodoro, mentre preparavano la mostra Sculture nella Città in occasione dell’annuale Festival dei Due Mondi. Sarà proiettato anche un dvd relativo al testo. Il 6 marzo, stesso posto stessa ora, La mosca di Dreyer. L’opera della contingenza nelle arti di Massimo Carboni (edizioni Jaca Book) con la presentazione di Achille Bonito Oliva, Pietro Montani e Giacomo Marramao. Una fusione tra cinema e arte si verifica nel 1927 quando una mosca vola sul set de La passione di Giovanna d’Arco di Theodor Dreyer, posandosi sul volto estatico di Renée Falconetti, la protagonista. Da questo frame inizia il percorso di Carboni sulle riflessioni estetiche e filosofiche dell’attuale arte contemporanea. Capacità tecnica e grazia della realizzazione, una dialettica che porta alla rilettura dei dialoghi di Paul Valéry, L’anima e la danza e Eupalinos o l’Architetto.
















 



Tommaso Strinati, Casaluce. Un ciclo trecentesco in terra angioina, Skira, 2007, pp. 176, 60 euro


Storie di santi, madonne e cavalieri. Immagini di devozione e dichiarazioni di fedeltà.
Il ciclo di affreschi trecentesco della chiesa di Santa Maria ad Nives a Casaluce, piccolo centro in provincia di Caserta, narra una vicenda lontana che lega i suoi committenti di origine francese alla corona angioina del regno di Napoli.
Tommaso Strinati, storico d'arte e docente di storia dell'architettura all'università Ludovico Quaroni di Roma e presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano, ha ricostruito la genesi di questo ciclo, indagando inoltre sulle personalità extraterritoriali che vi lavorarono, puntando alla ricostruzione del contesto culturale degli artisti fiorentini invece che allo svisceramento puntiglioso di nomi, i cui stili sono fusi tra uno strato di colore e il particolare di una veste. Un'interessante sintesi artistica che oggi si riesce a cogliere molto difficilmente a meno che non si scelga un percorso visivo “a tappe” tra la cappella di santa Barbara del Castel Nuovo e gli inaccessibili depositi del museo della Certosa di San Martino a Napoli, e la chiesa del casertano.
Eppure intorno al 1359 Raimondo del Balzo, gran Camerlengo del regno di Giovanna I, nei suoi possedimenti di Casaluce aveva fondato all'interno del suo castello un convento, donandolo alla congregazione di Papa Celestino V con la rispettiva chiesa, dove si venerava il culto mariano. Non avrebbe mai immaginato di trovare come spiacevole sorpresa oltrepassando l'ingresso per giungere al cortile, un condominio privato! “La sua sagoma è incerta, nascosta da edifici, sopraelevazioni, -scrive Strinati- strutture che ne hanno seppellito completamente l'originario rapporto con il territorio. Sembra un relitto dentro un hangar , tra le morse di mura abusive di cemento”. Il comandante dell'esercito imperiale insieme alla moglie Isabella d'Eppe (o d'Apia), commissiona la decorazione della chiesa al pittore giottesco Niccolò di Tommaso nel 1371. Ambientazioni fantastiche, giganti da combattere e vergini fanciulle da salvare sono gli episodi della vita di Guglielmo di Tolosa –della famiglia di Carlo magno- divenuto santo difendendo la cristianità contro gli Arabi che tentavano di superare i Pirenei, a costituire i brani di maggiore qualità.
La Chanson de Guillame è seguita poi dalle storie di Sant'Antonio abate e della vita di Cristo , realizzate dagli anonimi Secondo e Terzo Maestro, che ripetono senza grandi sconvolgimenti la lezione derivata da Maso di Banco. L'ampio corredo fotografico del volume si avvale di saggi critici degli studiosi Francesca Larcinese, Adele Leccia, Riccardo Principe, Maria Tamajo Contarini, che si sono interessati alla vicenda dello strappo degli affreschi e alle personalità della bottega. Il testo denuncia con dure ma giuste osservazioni la situazione attuale del ciclo, diviso pur essendo nato per (r) esistere lungo le pareti della chiesa. Se l'intervento di strappo viene contestualizzato alle motivazioni che prevalevano tra gli studiosi nel 1971, non si comprende il motivo per cui la Madonna della lunetta del portale d'ingresso della chiesa circondata dagli stemmi con le aquile dei d'Eppe non possa essere ricongiunta con la pia Isabella inginocchiata nel castello di Napoli.
















 





Herbert Lottman, Amedeo Modigliani, principe di Montparnasse,
Jaca Book, 2007, pp. 245, 24 euro


Una vita consumata velocemente tra forti passioni e sensuali creazioni. Questo è stato il percorso di Amedeo Modigliani nelle tracce lasciate tra gli appunti, nelle conversazioni trascritte dalle persone che ebbe modo di frequentare e amare, nei ricordi dei primi coraggiosi che collezionarono le sue opere.
In un volume che risulta complessivamente un racconto più che una biografia, un'indagine sulle abitudini condotte durante l'esperienza di Parigi più che un'analisi critica dell'opera pittorica e scultorea, Herbert Lottman, studioso americano di cultura francese e autore di numerose biografie, permette di immergerci nella vita del “principe di Montparnasse”, quando Modì era solo Dedo per la sua famiglia e per gli amici di Livorno, sua città natale.
Lottman parte da molto lontano per ricostruire il primo contesto in cui cresce Modigliani, inquadrando prima la madre Eugenia Garsin, giovane donna ebrea molto colta, andata in sposa a Flaminio Modigliani, un commerciante ebreo fortemente osservante che naviga in cattive acque finanziarie. È la perspicacia di Eugenia a comprendere precocemente la sensibilità artistica di Dedo, annotando nei suoi diari che “più avanti scopriremo che cosa c'è in quella crisalide. Forse un artista”. L'anno successivo a 13 anni, Dedo inizia a prendere lezioni di disegno da Guglielmo Micheli, un allievo del macchiaiolo Giovanni Fattori. Il giovane non segue questa corrente artistica, ma educa occhi e animo alla pittura vista durante il viaggio nel 1902 nei “luoghi caldi” di Capri, Firenze – dove si iscrive alla Scuola libera di nudo – e Venezia, durante la convalescenza dalla febbre tifoidea contratta.
La ricostruzione della scena dove si muove Modigliani si concentra poi su Parigi, metropoli dove si consumano da anni le novità nei fatti d'arte. Nel 1906 il giovane pittore si trasferisce entrando subito in contatto con la vita frenetica e bohemien, contrapponendo inconsapevolmente la sua cultura con l'alcolismo: cita a memoria Dante e Leopardi, Rimbaud e Baudelaire, dipinge e distrugge le sue opere, si innamora della russa Anna Achmatova, di Beatrice Hasting, Lunia e di tante altre finchè non arriva la diciannovenne Jeanne da cui avrà una figlia. A Montmartre e poi a Montparnasse frequenta il circolo senza tesserati composto da artisti e intellettuali come Picasso, Braque e Guillaume Apollinaire.
La malattia adolescenziale si trasforma in tubercolosi, il modo di vivere borderline prende pieno possesso del delicato corpo di Dedo, che ironicamente diviene per i francesi Modì, il " maudit " di “maledetto”. In questi anni di sconvolgimenti elabora il proprio stile, tra Matisse e Brancusi, sperimentando il campo della scultura e dipingendo volti e corpi sensuali, quasi astratti ma sempre riconoscibili per piccoli particolari. Esegue inoltre alcune teste di figure femminili che richiamano nelle loro linee essenziali le sculture africane. Improvvisamente muore nel ‘20, devastato dall'uso di droghe e da una malattia mai battuta, mentre Jeanne non sopravvive alla perdita suicidandosi il giorno dopo. Solo nel ‘30 la famiglia di Jeanne permette che la salma venga sepolta accanto a quella maudit nel cimitero parigino di Père Lachaise.

















 


Stefano Causa, La strategia dell’attenzione. Pittori a Napoli nel primo Seicento, libreria Dante & Descartes, 2007, pp. 323, 30 euro

A prima vista sembrerebbe il titolo di un film, magari un thriller politico, ma già dal close up della strategia dell'attenzione il regista stringe l'inquadratura su un argomento in particolare, il modo di agire dei pittori a Napoli nel primo Seicento .
Stefano Causa, professore associato di storia dell'arte moderna all'università Suor Orsola Benincasa di Napoli, riunisce in questo corposo volume i risultati delle sue attuali ricerche proponendo nuove attribuzioni di dipinti e riflessioni sulla situazione della ricerca storico critica dell'ambito artistico napoletano. Gli studi ebbero una condotta molto forte negli anni '60 e '70, quando il terreno era ancora sostanzialmente vergine e occorrevano campagne fotografiche, ricerche archivistiche e comparazioni tra le opere. Bruno Molajoli, Ferdinando Bologna, Raffaello Causa solo per citare i nomi maggiormente determinanti, che a distanza di anni riecheggiano tra le aule universitarie con un fare “mitico”, ma a tutt'oggi sono i punti di riferimento per i giovani studiosi a cui principalmente questo testo si rivolge. Punti cardine sì, ma non gli unici, anzi fin dalla prima pagina parte la denuncia contro “l'università opaca e creditizia”, che porta Causa a ricordare agli studiosi cattedratici poco dialoganti che “fuori, nel frattempo, crescono piccoli laureati che scavano dentro altri temi, dotandosi d'una strumentazione sofisticata ed esigente, coltivando nuove idee; ponendosi domande insolite; dandosi risposte inattese. Invece che temerli, bisognerebbe attirarli: affinché possano rivelarsi ciò che ancora non avevamo visto, o saputo vedere. Lasciamoli lavorare”.
Ha lavorato a lungo Causa nel silenzio di Quadrerie dimenticate dai tour operator che invadono Napoli coscienziosamente sempre negli stessi posti e negli stessi orari, come quella dei Gerolamini che preserva dipinti di Fabrizio Santafede, Bernardino Azzolino, e ancora altri artisti di fine Cinquecento che vissero su quella linea di confine tracciata inesorabilmente dall'arrivo di Caravaggio nella capitale del Viceregno nel 1606. Osservatori delle novità caravaggesche, alcuni di essi tentano un aggiornamento svicolando dai registri della pittura riformata, talvolta troppo presto per poter comprendere quale strada intendessero percorrere, come accade per Carlo Sellitto, scomparso nel 1614. Elementi di novità sono costituti da interessanti attribuzioni, come il San Francesco e il Cristo di Antonio De Bellis, ritrovato nella chiesa parigina di Saint Nicolas du Chardonnet durante una passeggiata in apparenza innocente.
Lo spirito d'osservazione, il tono discorsivo, l'intreccio di vedute personali sull'arte napoletana tenendo alta l'attenzione al contesto di ricerca attuale, offrono numerosi spunti di riflessione oltre che un prezioso suggerimento per uno studioso in cerca di un argomento per la tesi.

Irene Tedesco è dottoressa in Conservazione dei Beni Culturali. Collaboratrice alla Cattedra di Storia dell'Arte Medioevale e Moderna, Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, Napoli.



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