Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale -Anno IV- Aprile/maggio 2008, n.14
NOVITA' EDITORIALI  

I LIBRI SCELTI PER VOI
di Irene Tedesco

















 



Tracy Chevalier, La dama e l'unicorno ,
Neri Pozza, 2005, pp. 286, euro 16,50

Una sequenza di sei arazzi dalla lunga lavorazione non è solo uno sfondo per completare l'arredamento della Grande Salle di Jean Le Viste, presidente della Cour des aides di Lione, ma soprattutto un ricco paramento che avvolge, legandole tra loro, le vite di artisti, committenti e umili servitori. Tracy Chevalier, già autrice di romanzi-fiction come La ragazza con l'orecchino di perla e Quando cadono gli angeli , si immerge in un mondo fantastico al calare dell'età di mezzo per ricostruire con la fantasia l'origine degli arazzi oggi conservati presso il Museo nazionale del Medioevo di Parigi. Nicolas des Innocents, affermato pittore quanto affabulatore seduttore di donne, riceve l'incarico da Jean Le Viste di ideare un ciclo di arazzi per festeggiare l'affermazione del nobile presso la corte di Luigi XI. Il protagonista s'innamora quindi di Claude, la figlia del committente, ma tra i due si frappongo una serie di ostacoli, che non consentiranno di mettere piacevole tregua nella loro passione. La dama e l'unicorno divengono così protagonisti e insieme cortesi metafore di un mondo incantato, dove le vergini difficilmente preservano intatta la propria dote, i tornaconti delle famiglie prevalgono sulle ambizioni personali e l'arte dei millefleurs tessuti nell'arazzo dai mille colori, esplode nei grandi fondali insieme ai cinque sensi raffigurati. La narrazione si articola portando sulla scena i molteplici punti di vista di tutti i personaggi principali del romanzo, come Nicolas, Claude, l'arazziere Georges de la Chapelle, ma anche Aliénor, la figlia di questi. Una frase “ a mon seul désir” -il mio solo desiderio- insegue fin dall'inizio le vicende che si svolgono da Parigi alle Fiandre, dando sollievo al termine, nel momento in cui si schiudono la tende dove troveranno conforto solo la dama e l'unicorno.

















 





Elizabeth Lowry, La Madonna del Bellini ,
Rizzoli, 2007, pp. 354, 18,50 euro


Personalità complesse e ambigue, creatrici e geniali. È una definizione che solitamente viene data di prassi ad artisti e attori, ma si può tranquillamente assegnare al caso di Thomas Lynch, studioso di storia dell'arte dalle capacità investigative.
Il protagonista de La Madonna del Bellini di Elizabeth Lowry, autrice inglese giunta alla stesura di questo suo primo romanzo dopo una vita dedicata all'insegnamento, è un signore di mezza età un po' decadente nel fisico e dalla sessualità contrastante, che insegue il sogno di trovare l'ultima opera dipinta Giovanni Bellini prima della morte, avvenuta nel 1516. Una strada lunga si apre davanti a Thomas Lynch invitandolo a intraprendere un viaggio iniziato un trentennio prima, attraversando l'America, la piovosa Inghilterra e la calma e assolata Asolo, nella pianura veneta. Nella casa di James Roper, ultimo proprietario della immaginata Madonna dipinta dal maestro veneziano, Lynch trova un enigma da risolvere.
Il dipinto mai visto, celato tra i ricordi della famiglia e dalle polveri del passato, raffigura una delicata Vergine, ma dai segni del tempo che solcano il volto, con una veste bianca, mentre è seduta senza il consueto Bambino in grembo, secondo la descrizione che ne fa il pittore e incisore Albrecht Dürer in una fantomatica lettera a seguito dell'incontro col Bellini nel 1506.
Amalgamando arte e mistero, la Lowry prova a realizzare un noir , indulgendo maggiormente ai rapporti che nascono tra l'anziano professore e Anna, la giovane donna che lo ospita nell'antica casa dei Roper. Sciogliendo il mistero che avvolge Anna, il gaudente professore avrà modo di rintracciare il motivo di un'iconografia così inconsueta per una Madonna senza il suo bambino.
















 


Flavio Caroli, Il volto di Gesù , Mondadori, 2008, pp. 112, 17, 00 euro


Il volto ovale, la carnagione chiara, i tratti rilassati e la caratteristica notevole di essere imberbe. È il volto di Gesù raffigurato nei mosaici della basilica di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna nel 504. Un po' più a sud, nell'ex magna e pagana capitale Roma, Gesù appare affrescato in una parete della catacombe di Domitilla con i capelli lunghi e ricci, la barba folta. È l'uomo dai tratti somatici palestinesi, come suggerisce Flavio Caroli in questo suo ultimo agile saggio edito da Mondadori. Cambia la rappresentazione del volto del figlio di Dio e della sua fisicità attraverso i secoli e soprattutto nei primi dopo la sua rivelazione, durante i quali si definiscono le caratteristiche che, solcando i margini del tempo e quelli geografici da oriente a occidente, porteranno alla riproduzione di un modulo valido ancora oggi nelle arti visive, ivi compresa quella cinematografica.
La narrazione di Caroli è molto descrittiva ma mai macchinosa. Certamente giova alla comprensione il ricco corredo di immagini. Un excursus nella storia dell'arte, nato dalla complessità – come egli stesso afferma – di trovare una risposta all'interrogativo “in quanti modi si può immaginare Gesù?”, perché non tutto è così è se vi pare . E se in epoca moderna, Brunelleschi e Donatello mettono sulla croce un uomo umile, nel Settecento Giambattista Tiepolo inscena una pièce teatrale con i personaggi dislocati secondo un moto a spirale ne La salita al Calvario per la chiesa di Sant'Alvise. Nel Novecento Il volto di Gesù diviene addirittura “strumento di benefica oratoria e di visioni meditatamente laiche” nella Crocifissione di Renato Guttuso del '43, in piena congerie fascista e nella ripresa del Cristo leonardiano da parte di Andy Warhol nel '86, dove l'artista si confronta con l'arte rinascimentale, volendo secondo l'autore “dimostrare che la grande arte può diventare un mito universale, un mito del consumo”.
Nel cinema, infine, vince il modello caravaggesco nella versione di Pasolini ne Il Vangelo secondo Matteo , ma c'è quello più angelico di Franco Zeffirelli nel Gesù di Nazarteh . Numerose immagini divenute icone, perché Gesù siamo noi, l'uomo senza aver commesso il peccato originale. Per chi crede in questa fede, naturalmente.

Irene Tedesco è dottoressa in Conservazione dei Beni Culturali. Collaboratrice alla Cattedra di Storia dell'Arte Medioevale e Moderna, Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, Napoli.



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