Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno VI - n.25 - Luglio-ottobre 2010
NOVITA' EDITORIALI  

I LIBRI SCELTI PER VOI
di Onofrio Annese









 





FEDERICO STELLA – LA GIUSTIZIA E LE INGIUSTIZIE
il Mulino * Saggi * , 2006



Summum ius summa iniuria ricorda nel De officiis Cicerone, il principe del foro che di giustizia giusta e ingiusta se ne intendeva, facendo condannare o assolvere, a torto o a ragione, malfattori o innocenti come Catilina, ma sempre assalito dal ragionevole dubbio sulla colpevolezza o l'innocenza dell'accusato. Ed è plausibile tale atteggiamento, proprio dell'umana imperfezione, perciò la giustizia giusta o ingiusta è sempre un risultato relativo.
Il relativismo nell'azione penale, integrato da uno spiccato senso di pietas nel considerare le vicende umane, si era radicato profondamente nell'animo di Federico Stella, docente di Diritto penale alla Cattolica di Milano e celebre avvocato, la cui opera dal titolo "La giustizia e le ingiustizie" uscita postuma nel 2006, fu la naturale conclusione della sua travagliata esperienza professionale. Infatti un giurista così sensibile e immedesimato al punto da calarsi nel profondo del cuore degli innocenti e dei colpevoli, nel tentativo di sciogliere un nodo indissolubile tra giustizia e ingiustizia, non deve aver avuto una vita interiore facile, per essersi lasciato coinvolgere spesso emotivamente negli atti criminali, forse suggestionato da una riflessione di Terenzio nell'Heautontimoroumenos: Homo sum: nihil humani a me alienum puto (Sono uomo: niente di umano ritengo a me estraneo).
Un saggio critico di tredici capitoli denso e ben argomentato, che molti dovrebbero conoscere e conservare, su cui meditare, non solo gli “addetti ai lavori”, ma anche le persone comuni, tutte assetate di giustizia per sé, mai per gli altri, specialmente per chi appartiene, secondo Bauman, alla categoria delle “vite di scarto”, mentre bisognerebbe nutrire rispetto anche per l'Altro, soggetto al quale riconoscere, secondo Lévinas, la dignità umana, prima ancora di qualsiasi diritto fondamentale. Un libro importante e utile, che non si dovrebbe mai mettere da parte una volta letto e nemmeno prestare quale strumento indispensabile per ripensare se stessi nel quotidiano esercizio delle proprie funzioni a tutti i livelli e in ogni settore della vita sociale: giudici, avvocati, giudici popolari, consiglieri, docenti, discenti e così via dovrebbero possederlo. Questo perché, come si evince dalle riflessioni conclusive dell'Autore, non ci sarebbe altro rimedio che la prevenzione per contenere la forza del male, annidato nelle nostre coscienze, mediante l'educazione alla legalità prima del ricorso alla giustizia. Legalità che comporta in primis l'osservanza di una regola fondamentale del vivere civile riguardante le “idee sulla giustizia comuni a tutte le religioni” così sintetizzabili: fare o non fare ad altri quello che si vuole o non si vuole per sé. Sembra comunque un'utopia, perché il male peggiore, la superbia e l'egoismo, è dentro di noi: come si fa a sradicarlo?

Certo non sarà la deterrenza della pena, persino quella capitale a tenere chiunque lontano dal delinquere, come non sarà nesssuna condanna per quanto esemplare a risarcire il danno arrecato alle vittime, specialmente se si tratta di morti che non possono essere richiamati in vita.
Scopo di questa recensione tardiva non è quello di ripetere, sia pure da angolazioni diverse, cose già dette egregiamente da altri, bensì quello di far riconoscere a Federico Stella il merito di aver avvertito la sensibilità e avuto il coraggio di sollevare una questione di capitale importanza, che tocca non solo il sistema giudiziario internazionale, ma anche quello nostro molto attuale, su cui si giocherà la credibilità di un paese normale, se saprà risolvere saggiamente la questione del cosiddetto processo breve, per non danneggiare nessuno e neanche favorire interessi privati.
Ma non credo che la questione relativa alla durata di un processo fosse nelle intenzioni di Federico Stella, anche perché, secondo me, essa era ed è implicita alla questione inerente alla giustizia giusta o ingiusta; e inoltre si sa bene che in ogni azione penale o civile c'è bisogno sempre di un ragionevole lasso di tempo per la fase istruttoria come per quella dibattimentale, onde pervenire alla conclusione con una assoluzione o una condanna massimamente aderenti alla realtà dei fatti, perché la giustizia sia sempre saggiamente amministrata, mai sospettabile di ingiustizia.
Che se poi, secondo il convincimento dell'Autore, confortato dal pensiero di altri autorevoli intellettuali e studiosi, giustizia giusta nel vero senso della parola non sarà mai fatta, non sarà la fine del mondo; altrimenti bisognerebbe rinunciare paradossalmente ad amministrare la giustizia in uno stato di diritto, il che equivarrebe a procurarsi un biglietto di sola andata per una destinazione ignota. Ma allora il nostro è o non è il migliore dei mondi possibili?



Onofrio Annese, già Dirigente scolastico in alcuni licei di Roma e poeta satirico.


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