Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno VII - n.28 - Marzo-maggio 2011
NOVITA' EDITORIALI  

I LIBRI SCELTI PER VOI
di Onofrio Annese




ARTHUR COLEMAN DANTO, L’ABUSO DELLA BELLEZZA – da Kant alla Brillo Box Milano,
Postmedia Books, 2008 – Trad. di Marco Senaldi - € 21,00 – pp. 192 Titolo originale: The Abuse of Aesthetics and the Concept of Art, 2003

F. De Sanctis, il grande assente nel dibattito sulla concezione estetica tenuto vivo da A. C. Danto

Per recensire seriamente l’opera di Danto, il “gigante della filosofia dell’arte” ed “estetologo di fama mondiale”, bisognerebbe sgomberare il campo da alcuni equivoci. Il primo riguarda la distinzione tra forma e contenuto tuttora in auge: mi appello all’autorità di Francesco De Sanctis, che già nel 1869 ebbe il merito di contrapporre all’estetica metafisica hegeliana la sua estetica della forma, quale attività originaria e autonoma dello spirito, e asserì che “la base dell’arte non è il bello o il vero o il giusto o altro, ma il vivente, la vita nella sua integrità”, per cui precisava: “tutta la questione è di misura, e non è il caso di ammazzare né il reale, né l’ideale, che entrambi rappresentano il vivente”. Al rifiuto di ogni estetica metafisica vedo connesso un altro equivoco, che definirei ipertrofia filosofica dell’arte, un abuso che si commette, come se l’Arte avesse bisogno di alimentarsi di teoria o di dottrina e non di spontaneità e autonomia, per essere originale. Quindi per terzo equivoco posso parlare di abuso di rottura con la tradizione, commesso dall’"avanguardia intrattabile" - così definita da Danto – quando si abbandonava agli eccessi di una sperimentazione fine a se stessa, dove non erano più valide le regole, nemmeno quella generale desanctisiana della misura. Ed è questa misura o, meglio, il senso della misura e dell’equilibrio che credo di aver rinvenuto leggendo l’opera di Danto "L’abuso della bellezza. Da Kant alla Brillo Box", nel cui titolo la “bellezza”, secondo me, non assume il saio della penitente per essere bandita dal mondo dell’arte, come presenza ingombrante; semmai essa è posta enfaticamente in primo piano, suggerendo la necessità di un ripensamento della concezione estetica, alla luce di una più matura riflessione e di una disponibilità più conciliante, in armonia con lo spirito dei tempi. A p. 13 Danto ammette: "Agli inizi mi ponevo la seguente questione filosofica: com’era possibile che qualcosa diventasse un’opera d’arte in un dato momento storico" con possibile riferimento all’opera di Heinrich Wöfflin I concetti fondamentali della storia dell’arte (1915), secondo cui “non tutto è possibile in ogni tempo”. Quindi a p. 30 da storico dell’arte osserva: "La concezione filosofica dell’estetica era quasi interamente dominata dall’idea della bellezza, specie nel Settecento (…)" che "nel Novecento (…) appariva vuota dal punto di vista cognitivo". Inoltre a p. 35 si avverte un punto di contatto con l’estetica della forma desanctisiana quando afferma: "Il fatto che il dipinto fosse ‘nato dallo spirito’ significa per Hegel che aveva un’importanza che mancava ai fenomeni naturali (…). Iniziai a pensare che la bellezza di un’opera d’arte poteva essere interna ad essa, parte del significato dell’opera"; un contatto ancora più evidente appare quando, dopo aver constatato a p. 111 "la fine dell’arte" tradizionale, ma "non il declino", a p. 112 sostiene che l’arte deve essere "razionale e sensibile allo stesso tempo" e che il filosofo deve "determinare come le sue proprietà sensibili siano connesse al suo contenuto razionale". Ciò significa, a mio modesto avviso, che Danto non ammette un’invasione di campo della filosofia nell’estetica, bensì una discreta osservazione finalizzata all’interpretazione del fatto estetico, garantendone l’autonomia: diversamente da quanto pensava Hegel, ma in tacita sintonia con la concezione del De Sanctis. In conclusione, che altro vuol significare quando dichiara che "la vera arte può essere brutta" e che "la bellezza estetica" può essere "artisticamente sbagliata"? Giusta osservazione che trova la sua conferma nelle ulteriori riflessioni quando Danto precisa che per bellezza intende non quella "esteriore" bensì quella "interiore", che conferisce vero "significato" all’opera d’arte, anche quando propone l’improponibile, come nel caso della scatola di Warhol, che dal 1964 ad oggi lo ha ossessionato non poco: mi sembra di vedere anche in questa precisazione il vivente del De Sanctis.



ARTHUR C. DANTO, OLTRE IL BRILLO BOX. Il mondo dell'arte dopo la fine della storia
Milano, Editore Cr. Marinotti- 2010, Trad. da Manrica Rotili - Euro 26,50 – pagg. 296
Titolo originale: Beyond the Brillo Box – The Visual Arts in Post-Historical Prospective


E' l'opera che a mio giudizio costituisce la summa del pensiero di Danto, e chiunque, interessato alla questione, ha a disposizione un “vademecum per riflettere sul mondo della produzione artistica moderna e contemporanea”, come è stato detto in occasione della presentazione presso la GNAM di Roma il 10 febbraio c. a., con riferimento alle parole dell'A. a pp. 12-13 dell'Introduzione: “Ci troviamo definitivamente oltre il Brillo Box e la mia speranza è che questo libro aiuti i suoi lettori ad orientarsi un po' meglio nell'attuale vita dell'arte, anche se il fenomeno continua, assumendo forme che il libro ha potuto solo sfiorare.” I temi dibattuti sono i soliti, ma ripensati seriamente: si cita quello riguardante la bellezza, che non può essere bandita dall'esperienza artistica, secondo la pretesa dell'”avanguardia intrattabile”, essendo essa “l'unica qualità estetica ad essere anche un valore”. Inoltre, partendo dalle rivoluzionarie proposte (n.d.r. provocatorie per non dire indecenti ) di M. Duchamp prima e di A. Warhol dopo, si ripresentano le stesse domande: Cosa fa di un oggetto comune un'opera d'arte? Dove sta la differenza tra l'opera e l'oggetto ordinario? Che cosa è l'arte?
Leggere questo libro e pensare che Danto ancora oggi resti fermo sulle sue posizioni o ancorato alle sue passate riflessioni e conclusioni nel rispondere a simili interrogativi, sarebbe irriverente e ingeneroso, perché è stato bene osservato che l'A. “in questo volume, lo fa in modo chiaro, documentato e convincente”; ma non gli si farebbe cosa gradita e offenderebbe la sua intelligenza di filosofo, storico dell'arte, critico ed estetologo, se gli attribuissimo la convinzione di aver dato risposte definitive e fornito una definizione ultimativa indiscutibile alla perenne domanda: che cosa è l'arte? Domanda equivalente a un'altra: che cosa è la filosofia? (cfr. pag. 262). Del resto in un passaggio dell'inedita intervista all'A. di M. Rotili (pp. VI-VII) si legge: “Io sono per una fine della storia dell'arte, non per la fine dell'arte”, motivando l'asserzione con la pluralità delle esperienze attuali, legittimabili in base allo spirito dei tempi.



 
Si tratta di un corpus saggistico, riveduto e corretto, sotto forma di 13 capitoli o, meglio, momenti della riflessione, coordinati seguendo un filo conduttore, tipico di chi non ha la presunzione di veder tutto o di aver compreso a fondo la questione, bensì del ricercatore, del vero filosofo che si confronta con gli altri e sembra rivolgersi ai lettori quasi per sollecitarne viepiù l'interesse e la collaborazione nell'indagine.
Per rendere più chiaro e coinvolgente il percorso del suo pensiero l'A. avvia la disamina, momento per momento, con una citazione iconografica emblematica e significativa; per esempio, a pag. 14 di Mark Tansey, Il test dell'occhio innocente, per introdurre il c. 1. ANIMALI COME STORICI DELL'ARTE. RIFLESSIONI SULL'OCCHIO INNOCENTE e a pag. 34 di Eva Hesse, Metronomic Irregularity II, per introdurre il c. 2. IL MONDO DELL'ARTE RIVISTO: COMMEDIE DELLA SOMIGLIANZA: nel primo si indaga sul grado di percezione visiva e quindi sulla capacità di lettura degli animali di un'opera d'arte, a confronto con il nostro e con quello del bambino in particolare; nel secondo, promuove per così dire un processo a quel mondo dell'arte, di cui egli stesso fa parte, non risparmiando critiche ai cosiddetti esperti; quindi rivede la Teoria Istituzionale dell'Arte, prende le distanze da Dickie, definendone la teoria “non-cognitiva” e ribadisce la sua posizione con maggiore chiarezza e determinazione, secondo la risposta fornita nella citata intervista a p. VII: “Credo che, se esistono delle ragioni, allora queste ragioni sono tutto ciò di cui abbiamo bisogno per definire l'arte. Se invece esistono solo fiat , perché mai dovremmo accettarli e basta? E' sempre necessaria una spiegazione. In questo senso la mia teoria è cognitiva.”
Leggendo l'ultima fatica di Danto, si ha l'impressione di trovarsi di fronte a un sofista, animato però dalla retta intenzione di sciogliere i nodi delle varie questioni attinenti all'arte, i cui termini gli sfuggono continuamente, data la loro complessità, che lui filosofo convinto vorrebbe poter abbracciare e dichiarare finalmente la “fine della storia” e la “fine dell'arte” tradizionale, restando quindi “Oltre il Brillo
Box”. Ma non è così, perché lui non è il “filosofo analitico” affetto da chiusura mentale e da presunzione, per cui umilmente a p. 263 può confessarare: “in quanto filosofo, brancolando in questo ignaro presente sono interessato soprattutto a verificare la possibilità di un realismo narrativo adeguato, quale qui ho appena abbozzato.” Vuol dire che Arthur Coleman Danto (che credo abbia tirato le somme delle sue numerose indagini sull'”Arte alta, l'arte bassa e lo spirito della storia” nella sua autobiografia filosofica , già pubblicata in America e che spero potremo leggere presto anche in Italia) sta maturando forse l'idea, non dico di un ritorno alla concezione estetica settecentesca, bensì di un ripensamento, sia pure inconsapevole, alla maniera desanctisiana? Io personalmente me lo augurerei. Ma lui sarebbe d'accordo, se qualcuno dotato di maggiore autorevolezza glielo suggerisse?
Infine dovrebbe anche assumersi l'onere di ripudiare categoricamente, dall'alto del suo magistero, quell'”arte intrattabile”, recuperando il saggio criterio della misura, non dico per onorare la memoria di Francesco De Sanctis, questo nostro illustre sconosciuto o ignorato, bensì per coerenza nel reclamare da “liberale” dichiarato (cfr. p. 174) “censura e sovvenzione nelle arti”.



Onofrio Annese, già Dirigente scolastico in alcuni licei di Roma e poeta satirico.



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