Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno VII - n.29 - Giugno-settembre 2011
NOVITA' EDITORIALI  

I LIBRI SCELTI PER VOI
di Onofrio Annese





MELANIA G. MAZZUCCO, La lunga attesa dell'angelo, BURextra, Milano 2010, € 12,00




Calarsi nella situazione, per leggere e narrare un personaggio d'eccezione, quale fu Jacomo Robusti, pittore veneziano soprannominato il Tintoretto, per lungo tempo oscurato e contrastato dalla fama di Tiziano, non sarà stata impresa facile per l'Autrice, che con La lunga attesa dell'angelo ha voluto regalarci “Un romanzo torrenziale e ricordi di storie parallele, che ci restituisce coi suoi margini di mistero una figura femminile difficile da dimenticare.” (L'espresso).
La figura femminile indimenticabile è quella di Marietta, figlia naturale del Maestro, nota allora col nomignolo di Tintoretta. Ma più indimenticabile resta la figura di un padre non padrone, bensì severo maestro della Tintoretta. Siamo di fronte a un meraviglioso dittico, un quadro di famiglia allargata , ossia una famiglia piccola (Jacomo e Marietta) e una famiglia grande (Jacomo, Faustina e otto figli), due famiglie in una, rese compatibili dalle virtù umane e artistiche del pater familias; e il segreto della sua riuscita risiede nella capacità di immedesimazione tutta femminile e nella straordinaria delicata sensibilità di Melania G. Mazzucco, che molta tenerezza ha saputo trasferire, obliandosi, a un soggetto paterno e materno insieme nell'allevare ed educare Marietta, la sua Scintilla, rimasta orfana della madre Cornelia, una prostituta da lui conosciuta prima del matrimonio, allontanatasi con discrezione per motivi personali, poi rivelati da una conoscente.
Negli ultimi quindici giorni di vita del 1594, in preda ai deliri della febbre, il protagonista ripercorre, in una confessione al cospetto del Signore (della cui esistenza aveva sempre dubitato, cfr. p. 21), la sua intensa e travagliata carriera artistica, le sue esperienze di vita, di padre quasi sempre assente nella famiglia grande (come ha ragione di lamentarsi la giovane moglie Faustina), perché completamente assorbito dalla sua arte, sostenuta da studi intensi e frequenti ricerche tecniche meticolose, ma molto più presente nella famiglia piccola , quella che si configura quale rapporto particolarmente stretto con Marietta, al linite del proibito . “Siamo stati inseparabili. Non c'è stato un giorno in cui non l'ho avuta accanto. Me la portavo dietro dovunque andavo. Mi seguiva come la mia ombra, mi ripeteva come la mia eco, mi rifletteva come uno specchio. Gli anni che ho vissuto pedinato, osservato e selvaggiamente amato da Marietta bambina sono stati i più fertili della mia esistenza. Per questo la chiamavo Scintilla : lei, davvero, mi ha acceso.”, confessa Jacomo (pag. 74).



 
Per ovvi motivi non aggiungiamo altri delicati dettagli della confessione inerente al rapporto di questa coppia speciale, privilegiata, forse unica al mondo, in cui la superficialità, o maliziosità, potrebbe indurre a supporlo spinto fino all'incesto o al limite di esso; rapporto che invece, secondo noi, nell'intenzion dell'arte consiste solo in un'esperienza umana responsabilmente sublimata e spiritualizzata, tanto da richiamare alla memoria la concezione dolcestilnovistica. Una simile paradossale e scandalosa situazione (la gente maligna e sospetta infatti, e non è esclusa la gelosia di Faustina) appare evidente considerando sia l'ingenua spontanea e completa dedizione della vivace fanciulla, figlia affettuosissima e devota di un padre mai temuto, anzi spesso fronteggiato, e apprendista diligente sempre in competizione, sia l'inequivocabile circospetto atteggiamento di lui per non essere indotto in tentazione (si pensi all'esperienza drammaticamente vissuta da Jacomo nella villa Morosini, in una notte di involontario approccio intimo di cui alle pagg. 98-103).
Però, per chiarire meglio un tale rapporto, giova ricordare quanto Jacomo nel delirio confessa (pag. 87): “Facevamo ogni cosa insieme, non c'è niente di me che Marietta non abbia conosciuto. Il suo spirito mordace mi estasiava. I suoi progressi mi emozionavano come fossero miei. Amavo tutto di lei. La testardaggine, la volontà feroce, il coraggio, l'anticonformismo, la grazia gentile, la vivacità.” Se non è vero amore questo, amore sia pure viscerale ma naturale, che trascende l'umano troppo umano, allora noi non sapremo mai definirlo diversamente nella sua essenza, quale lo ha vissuto intensamente accanto a Jacomo l'esimia Autrice, che certamente ha visto in Marietta la di lui donna-angelo, specialmente nel momento del trapasso. Marietta, quindi, appare al moribondo come l'angelo della sua vita (“se lei fosse davvero il mio angelo” sembra sospirare a pag. 412), che si sostituisce all'angelo della morte, per accompagnarlo nell'Aldilà, dove potranno congiungersi nell'abbraccio di quel Signore mai pregato né temuto e persino ignorato.
Un quadro riuscito, dicevamo, che l'A. ha saputo bene interpretare, così come lo aveva concepito il Tintoretto, vedendo crescere il suo capolavoro, la Tintoretta, per la cui formazione dichiara (pag. 14): “non credo nella scuola - in tutta la mia vita non c'è che una persona cui non mi sono mai stancato di insegnare.” Ma insegnare cosa? Tutto, tranne l'amore profano, ovviamente, come del resto dice esplicitamente Jacomo (pag. 102): “Lei così crudelmente innocente. Non sa nemmeno di essere una donna. Non sa cosa significa. Non gliel'ho insegnato. Le ho insegnato tutto, ma questo no.”
Una peculiarità fondamentale, anzi essenziale, di questo romanzo storico e psicologico insieme di Melania G. Mazzucco, ci sembra di poter individuare negli aspetti formali della scrittura: la scelta espressiva del monologo interiore libera il flusso di coscienza di Jacomo e ne favorisce la rimembranza, svincolandola dall'impaccio di una punteggiatura puntuale e corretta, tipica del discorso diretto canonico. Jacomo si racconta e fa raccontare, soprattutto a Marietta, seguendo liberamente il fiume della memoria, con le tortuosità e i meandri del suo inconscio; non ha tempo di indugiare sulle scelte stilistiche e linguistiche, per cui si rivela nella sua assoluta genuinità, dove persino il lessico rispecchia talora l'ambiente culturale nel quale si è svolta la sua tumultuosa esistenza. Si notino solo alcuni dei frequenti vocaboli tipicamente veneziani: spizzolare, spizzare, buzzarare, scacchietta, sgamberlone, pizzolare, ciacolare, strucolare, zottare, sbasire, scaletteri, pelarella, sguarattare, pistore, sbutengoso, postiema, puzzore, intardigare, putelletto.
L'A., dunque, senza lasciarsi prendere la mano, si affida tuttavia all'io narrante del protagonista, che si confessa senza veli, senza reticenze e senza pentimenti. Ne viene fuori un ritmo narrativo fluido e sorvegliato nello stesso tempo dalla perizia tecnica di un' ars dicendi et scribendi , più che matura, di una delicatezza espressiva tale da creare atmosfere di poesia intimistica, da cui si è attratti e coinvolti irresistibilmente, fino al punto di avvertire il bisogno di leggere e rileggere alcuni passi della vicenda, per rivivere le piacevoli sensazioni sperimentate dall'A. nella partecipazione al compimento di una vita, un capolavoro, che trova pace nella comunione con un'altra già conclusa, quella di Marietta, trasfigurata in angelo. In conclusione ci viene offerto un libro che come pochi si vorrebbe sempre riprendere in mano, perché, se altri saziano o addirittura stancano, di esso riman la gola.



Onofrio Annese, già Dirigente scolastico in alcuni licei di Roma e poeta satirico.


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