Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno VII - n.30 - Ottobre-dicembre 2011
NOVITA' EDITORIALI  

I LIBRI SCELTI PER VOI
di Onofrio Annese





MELANIA GAIA MAZZUCCO, JACOMO TINTORETTO E I SUOI FIGLI
Storia di una famiglia veneziana – Rizzoli, Milano 2009 – pp. 1026 - € 42,00


Méga biblìon méga cacòn, grande (grosso) libro grande male, per dire che opere mastodontiche sono soggette a difetti di carattere artistico-letterario, mancando spesso la necessaria unità di ispirazione, la misura espositiva dei fatti e l'equilibrio tra le parti, in una parola, la perfezione. Questo però si potrebbe asserire, senza tema di smentita, se considerassimo l'opera di M. G. Mazzucco ciò che non è, ossia soltanto un romanzo-verità, o la biografia di una grande famiglia, oppure un saggio storico, perché essa non è (e non poteva essere altrimenti) nessuno di tal genere in specie, e si configura come un capolavoro sui generis, un monumento letterario alla memoria della grandezza del Tintoretto e del suo clan.
Non c'è invenzione per poter essere definito un romanzo stricto sensu, ma vi si riscontrano moltissime interessanti congetture che forniscono vasta materia alla fantasia del lettore, come avviene per certi romanzi, e ne mettono alla prova la capacità di giudizio di fronte ai numerosi interrogativi, cui onestamente l'A. non sa rispondere, pur avendo compulsato migliaia di documenti nei diversi archivi. Potrebbe essere un espediente, teso a rendere partecipe il lettore nel modo più intelligente e costruttivo, finalizzato alla composizione interattiva, alla riuscita e al migliore successo dell'opera. In essa infatti c'è molto di più. Una miriade di piccole storie e quindi romanzetti-verità, spesso simili, più o meno interessanti, che accrescono anziché soffocare l'importanza del romanzo principale, con cui si intrecciano, ossia con la Storia di una famiglia veneziana famosissima, ambientata e radicata nella complessa vita della Repubblica Marinara di Venezia, detta la Serenissima, tra il Cinquecento e il Seicento. Il “pennello” di Jacomo, che tanto affascina l'A., fece miracoli in quel torno di tempo ricco di fermenti e travagliato (cfr. In questi tempi così calamitosi, p. 199). Lui, Il dio della pittura, p. 97, A niun altro secondo, p. 352, maestro capriccioso e cervello terribile, p. 196, creava e procreava instancabilmente, onde furono generati capolavori di pittura: immensi teleri sempre affollati di personaggi reali e immaginari (ved. Il Paradiso , pp. 376-377), ritratti e autoritratti a scopo promozionale; e insieme figli e figlie più o meno a sua immagine e somiglianza, tra cui la Figlia di illecito coito, p. 133, l'amabile Tintoretta che forse Una peste molto grande anzi tremenda, p. 280, si portò via, il tutto degno della più bella penna che oggi possiamo vantare nella nostra storia letteraria contemporanea. E Jacomo Tintoretto non avrebbe potuto trovare di meglio, quasi un angelo che lo facesse emergere e riscattare dall'anonimato o da quel peccato dovuto al fatto di essersi reso colpevole di una irresistibile canagliesca ascesa, p. 167; però Operando per termine d'onore e non di guadagno , p. 227. Melania Mazzucco dichiara esplicitamente di essere invaghita, ossessionata da quel dio della pittura, la cui vita diventava pittura e la sua pittura vita, con accanto la figlia prediletta, della quale non si sarebbe mai privato , p. 309, incarcerandola , ma nello stesso tempo lasciandole la libertà di esprimersi al meglio delle sue eccezionali capacità (ved. P. 397).



 
La maggior parte dei 77 riferimenti iconografici, ossia le opere di stretta appartenenza alla bottega-accademia di Jacomo Tintoretto, da lui messa su e gestita con tanto impegno e ostinazione, a dispetto delle avversità, sono lette dall'A. ovviamente con l'occhio di chi cerca di interpretare le scene in funzione del racconto storico-biografico e dell'approfondimento psicologico del Maestro, senza però sminuirne l'importanza della grandezza artistica; una lettura volta a cogliere la genesi delle opere, le motivazioni, le finalità e le varie implicazioni della vita familiare e cittadina; una lettura, quindi, che non mette in discussione la validità tecnica e compositiva e che non vuole affatto sottolineare i metodi sbrigativi di un artista abitualmente incurante delle critiche, tutt'altro.
L'opera è divisa in due parti: la prima intitolata LA MIA POVERA ET DEVOTA FAMIGLIA, la seconda E NON SI SA IL SUO NOME: sia l'una che l'altra, a nostro avviso, tradiscono la predilezione dell'A. per quella Marietta non più Scintilla, ma Una leggenda (ved. p. 421), interpretando il sentimento di amore dominante, per non dire esclusivo, di Jacomo per la figlia naturale, nella quale egli vedeva il suo unico capolavoro per il successo ch'ella avrebbe meritato: sogni infranti da un destino crudele. Si spiega così la funzione, oltre che il significato e l'importanza, dei proemi intitolati La Bambina p. 9 e Il morbo p. 28: due momenti propedeutici suggestivi, colmi di pietà e tenerezza, che da soli valgono paradossalmente tutta l'opera, o quantomeno costituiscono valore aggiunto fondamentale, se non un'altra opera.
La Bambina, “ termine fisso d'etterno consiglio”, è quella da Jacomo raffigurata nella “Presentazione di Maria al tempio”, che M. G. Mazzucco, grazie alla sua spiccata sensibilità, descrive rimembrando con la semplicità e la freschezza di lei fanciulla, quando nella Chiesa della Madonna dell'Orto, a Venezia, era rimasta folgorata, vedendo in essa la Marietta-Scintilla. Infatti ritorna qui l'interesse per una creatura, che tanto stupore suscita in chi ha già letto LA LUNGA ATTESA DELL'ANGELO, ma con la differenza che la Scintilla del romanzo è vista con gli occhi di Jacomo, mentre la Bambina attuale è teneramente sentita e presentata dall'A. con i propri occhi del lontano 1990, al suo primo incontro con il Tintoretto, il cui autoritratto, da lei descritto con particolare senso di ossequio misto a soggezione, ci inquieta e nello stesso tempo dice tutto di quel soggetto singolare, dell' uomo che aveva dipinto il quadro che mi ossessionava da anni (p. 27).
Il morbo , un male oscuro, forse la peste o qualcos'altro, di cui l'A. stranamente si sente corresponsabile; un male del quale la scrittrice, nonostante le sue accurate e affannose ricerche, non è riuscita a trovare la prova certa (p. 413)) a causarne la morte; quel male aveva ucciso Marietta, togliendole la memoria, la vista, la vita (pag. 31) e ora, ch'è diventata anche la “sua” Bambina, lei, Melania G. Mazzucco, vorrebbe restituirgliela con il folle tentativo di ricostruire la storia documentaria della Tintoretta, p. 34, che s'intreccia e si dissolve con e nella storia della famiglia veneziana: si ha l'impressione di assistere a una meravigliosa immagine angelica in dissolvenza, che lascia in noi lettori un'ineffabile dolcezza; mentre resta fissa la semplice dimensione umana con i pregi e i difetti di Faustina e degli otto figli, la povera et devota famiglia di Jacomo.
Sono due momenti di grande pathos e di partecipazione immediata, La Bambina e Il morbo, che come chiarimento e giustificazione di un “grande libro” conferiscono forza di credibilità e di serietà all'opera, e che galvanizzano subito l'attenzione e l'interesse di chiunque al primo approccio.
Le numerose note (se ne contano oltre 1.100), riportate in appendice capitolo per capitolo, costituiscono parte integrante di un lavoro impegnativo e interessante, da cui non si può prescindere, per apprezzarne non solo tutta la portata documentaria, ma anche per sentirsi gratificati in virtù degli approfondimenti, dei dettagli, delle curiosità amene e delle notizie storico-biografiche, che tanto studio e fatica saranno costati all'A.
Infine, come un vero grande saggio richiede, l'opera è corredata di una copiosa bibliografia, tra cui numerosi manoscritti, e di un puntuale indice dei nomi; ma resta pur sempre un libro di piacevole lettura, al di là del giudizio di chi pensasse che esso contenga “il troppo e il vano” e che quindi avrebbe bisogno di una cura dimagrante. C'è pure da osservare che, se questo méga biblìon non fosse stato così concepito, oggi non conosceremmo meglio i tantissimi vizi privati e le pubbliche virtù, principalmente dell'aristocrazia veneziana e della borghesia, nonché di un intemerato alto e basso clero, come di quanti abitualmente usavano violare la sacralità dei monasteri femminili, pur non mancando l'ipocrita severità di un occhiuto tribunale d'Inquisizione con le sue inaudite torture o l'azione penale del braccio secolare della giustizia.

AVVERTENZE
Per favorire una lettura completa di quest’opera, che comunque merita, ci permettiamo di fornire una scelta delle note più interessanti, capitolo per capitolo, prescindendo dalla maggior parte di esse inerenti alla citazione pura e semplice delle fonti. Ecco pagine e numeri delle note, capitolo per capitolo: pp. 9 ss. passim; pp. 28 ss. passim; pp. 37 ss. nn. 3, 10, 11; pp. 63 ss. nn. 3, 9; pp. 97 ss. n. 19; pp. 133 ss. n. 10; pp. 142, nn. 10, 27, 31, 34, 37; pp. 199 ss. nn. 22, 24, 25, 27; pp. 227 ss. passim; pp. 238 ss. nn. 1, 2; pp. 253 ss. n. 6, 15, 26; pp. 280 ss. passim e n. 42; pp. 311 ss. passim e n. 24; pp. 329 ss. passim e nn. 14, 25, 28; pp. 352 ss. n. 19; pp. 380 ss. nn. 7, 10, 35, 39, 43, 53; pp. 421 ss. nn. 5, 10, 23; pp. 444 ss. nn. 6, 10, 17; pp. 475 ss. nn. 13, 22, 28; pp.496 ss. nn. 3, 6; pp. 509 ss. nn. 5, 7, 11, 16, 25, 27, 28, 34, 42; pp. 550 ss. nn. 11, 14, 17, 18, 33; pp. 576 ss. nn. 20, 24; pp. 601 ss. nn. 1, 8, 9, 21, 25, 27, 30, 32, 36, 37, 47; pp.634 ss. nn. 16, 17, 26, 33, 37, 42; pp. 659 ss. nn. 10, 14, 31, 33, 75; pp. 720 ss. nn. 3, 14, 23; pp. 739 ss. nn. 15, 27, 28; pp. 768 ss. nn. 8, 15, 16; pp. 783 ss. nn. 1, 8, 22; pp. 799 ss. nn. 19, 24, 25, 26, 28, 34, 36.



Onofrio Annese, già Dirigente scolastico in alcuni licei di Roma e poeta satirico.


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