Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno VIII - n.31 - Gennaio - marzo 2012
NOVITA' EDITORIALI  

I LIBRI SCELTI PER VOI
di Onofrio Annese





ANTONIO FORCELLINO, LA PIETÁ PERDUTA - Storia di un capolavoro ritrovato di Michelangelo
Rizzoli, Milano 2010



Un lavoro di notevole impegno e di alta responsabilità questo di Antonio Forcellino, tipico di chi in qualità di restauratore di opere d'arte deve nutrire una fede incrollabile e un amore esclusivo per il proprio mestiere, oltre che mostrare fedeltà, perizia e vastità di cultura. Egli infatti alla sua specifica professionalità unisce necessariamente quella di profondo conoscitore di storia della'arte, animato quindi all'occorrenza, come avviene nella vicenda considerata, da propositi seri e tenaci per arrivare ad appurare la veridicità e l'attendibilità di alcuni fatti artistici. Perciò non fa meraviglia se l'A. (senza pretendere di invadere l'altrui campo, ma solo per amore di un'opera d'arte e del suo fattore, in questo caso di Michelangelo) solleva una vexata quaestio - si direbbe spinosa anche - e con tutta la naturalezza del suo garbo connesso all'esercizio della sua professione. Sembra che non voglia far pesare la sua autorevolezza nel raccontare una vicenda a dir poco sbalorditiva, inerente a un dipinto del Buonarroti, una Pietà appunto, già appartenuta a Vittoria Colonna quale "dono privato" (p. 39) dell' amico e maestro, ma che il Vasari nelle Vite (sia nella prima che nella seconda edizione) fece passare erroneamente (o indelicatamente nei confronti di Vittoria?) per un semplice disegno (cfr: p. 40).Sembra anche che l'A. non voglia entrare in polemica col mondo accademico, pur sottolineando e deplorando "quei meccanismi dello specialismo disciplinare che molto spesso negano, invece di favorire, l'ampliamento delle conoscenze" (p. 11) e che voglia agire con tutta la discrezione possibile e il rispetto dell'autorità costituita, entrando in punta di piedi nel seminato altrui. Tuttavia, preso dall'"emozione", animato dalla "passione", fidando persino nella "casualità", menzionate nell' introduzione (p. 10), nel corso della narrazione, rotto gli argini della sua indignazione, non sa astenersi dallo stigmatizzare "il pregiudizio e l'autoritarismo senza appello della corporazione accademica internazionale" (p. 217).



 
E bene ha fatto, secondo noi, proseguendo con fermezza e determinazione nel perseguire il suo intento ad opporsi alla supponenza dei cattedratici, che spesso mostrano una inveterata presunzione di sapere e di veder tutto, quali depositari di verità indiscutibili, irrefutabili, incontestabili, col la sicumera tipica di chi s'impanca, esercitando un potere assoluto, presuntuosamente illuminato. Si chiama "libera docenza", la loro, ma si dovrebbe definire altrimenti quella esercitata da professoroni, spesso ostinati amatori delle proprie idee, dei propri convincimenti, della propria scienza, senza la minima ombra di umiltà. A questo punto sembra opportuno e doveroso ricordare il clamoroso e scandaloso fatto del supposto ritrovamento di alcune sculture (teste) attribuite a Modigliani, fatto che il nostro Autore sfiora appena, apparentemente senza un vena di polemica (forse per un recondito senso di colpa inconfessabile per l'appartenenza al ruolo), laddove a p. 95 osserva semplicemente: "La soggettività del giudizio è tale e talmente dimostrata dai tanti episodi attributivi - che hanno portato per esempio ad assegnare a Modigliani dei sassi scavati con Black & Decker - che non potevo confermare un'attribuzione a Michelangelo sulla base della pittura". Però noi vorremmo sottolineare l'ingenuità dei dotti che non seppero indicare come falsi quei "sassi scavati", offerti provocatoriamente per gioco alla loro (in)competenza di esperti da un gruppo di giovani scanzonati e seri nello stesso tempo; e solo per carità di patria preferiamo che restino innominati i professori tratti in inganno; ma non siamo disposti a rinunciare all'occasione per dichiarare l'enormità dell'accaduto, in quanto simili casi non si dovrebbero ripetere. E tuttavia talora succede che dei falsi possono sembrare più autentici degli originali, tanto che gli stessi autori talvolta non ne sanno decidere l'autenticità o meno. Pertanto, volendo restare sul piano della sana polemica, che non ci sembra affatto fuori luogo, ricordiamo la curiosa vicenda giudiziaria, vissuta e raccontata da un eminente principe del foro con la congenialità della sua verve. Si tratta di una sentenza passata in giudicato, secondo cui alcuni falsi veri, dichiarati tali dall'interessato alla lite (parte lesa, s'intende), furono ritenuti originali e autentici, grazie alla testimonianza di un esperto, allo scopo interpellato dal tribunale, mediante una perizia giurata. Riteniamo che non ci sia bisogno di aggiungere altro a questo punto, ma questo sia detto a sostegno e conforto del ricercatore, il quale merita la nostra stima per la sua onestà intellettuale, avendo posto, sia pure involontariamente, la questione relativa alle varie difficoltà di attribuzione delle opere d' arte, e inoltre per l'acribia con cui ha condotto fino in fondo la sua indagine sul filo della scommessa e forse anche di un sottile gioco d' intelligenza.
Comunque noi qui non intendiamo celebrare il trionfo di un'azione di rivalsa, che non starebbe a cuore nemmeno all'A., bensì il trionfo di una ricerca scrupolosissima, metodologicamente valida e narrata in modo chiaro ed esaustivo, quale Storia di un capolavoro ritrovato di Michelangelo, in cui "capolavoro ritrovato" non sta a significare 'ritrovamento' di un'opera smarrita o perduta per cause dovute all'incuria, alla disonestà o al vandalismo. Si tratta di un capolavoro cui era stata negata perentoriamente l'autenticità e l' originalità in virtù di un pervicace rifiuto di appurare la veridicità dei fatti storici e degli elementi costitutivi dell'opera in sé o di altre opere: dipinti, disegni e riproduzioni varie in relazione tra loro. Talvolta il rifiuto era stato determinato persino dalla superficialità di chi solo per sufficienza non volle prenderla in considerazione: a pag. 217 si legge lo scoramento del possessore dell' opera, un certo Martin Kober, pilota di jet militari passato poi all' aviazione civile americana: "E ci sono fior di studiosi che non hanno voluto neppure vedere il quadro, tanto erano convinti che non potesse esistere!" Non ci sembra opportuno riassumere i momenti salienti di una "storia" singolare per l'opera in sé, il capolavoro ritrovato, e le implicazioni storico-culturali che la coronano; storia anche più che interessante scientificamente e tecnicamente parlando: infatti non vogliamo privare il lettore di un piacere in fieri, cioè progressivo nel constatare momento dopo momento il processo di una scoperta eseguita all'insegna della sorpresa continua, in cui l'A. sa coinvolgere via via con la semplicità e la facilità espressiva del narratore consumato, alla Dan Brown, come del resto osserva Lorenza, una compagna di studi, apprezzata collega di professione e preziosa collaboratrice nella quasi ultima fase della scoperta narrata, che, vedendolo ancora perplesso, gli chiede: "Antonio, ma che hai? Non sei felice? Avevi ragione, è Michelangelo, è la scoperta più sensazionale mai fatta nella Storia dell'arte, e poi con quella storia, Ragusa (in Dalmazia, l'attuale Dubrovnik ndr), gli Spirituali, l'Inquisizione. Sembra inventata da Dan Brown", pp. 215-216. Una storia sensazionale sul piano scientifico, una conquista dunque; ma per noi una storia avvincente per come ci viene presentata, nella maniera più incredibile possibile, tanto che il lettore non potrà fare a meno di chiedersi alla fine: È una storia vera, verosimile o una finzione?



Onofrio Annese, già Dirigente scolastico in alcuni licei di Roma e poeta satirico.


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