Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno VIII - n.32 - Aprile - giugno 2012
NOVITA' EDITORIALI  

I LIBRI SCELTI PER VOI
di Onofrio Annese





GEORG FRIEDRICH WILHELM HEGEL, ESTETICA - SECONDO L'EDIZIONE DI H. G. HOTHO CON LE VARIANTI DELLE LEZIONI DEL 1820/21, 1823, 1826 - Testo tedesco a fronte - Saggio, traduzione, note e apparati di Francesco Valagussa - Bompiani, Milano 2012, pp. 3000 - € 50.
Rizzoli, Milano 2010



Un’occasione ghiotta è stata per me la lettura della recensione di A. Gnoli (la Repubblica, martedì 13 febbraio c. a.) riguardante l’Estetica di Hegel recentemente pubblicata. Così ho ripreso a coltivare il mio interesse per una questione che appena sfiorai quando fu pubblicata in Italia l’opera di A. C. Danto, OLTRE IL BRILLO BOX – Il mondo dell’arte dopo la fine della storia, Ch. Marinotti Edizioni 2010, libro da me recensito lo scorso anno sulla Rivista ARSETFUROR.
La vexata quaestio sulla morte dell’arte allora non fu da me approfondita, per dare risalto esclusivo all’opera in sé dello studioso americano, storico dell’arte di fama mondiale, la cui diffusione mi sembrava meritasse di più tra i cultori, i teorici e gli artisti. Oggi, rileggendo l’Introduzione del libro dal significativo titolo "Il Brillo Box" con il sottotitolo inequivocabilmente chiarificatore, mi accorgo che A. C. Danto, a pag. 8, prende posizione sull’argomento e dichiara:

“L’idea che l’arte sia un fenomeno cbe tende a raggiungere un specie di fine storica […] venne proposta nelle lezioni sulla filosofia dell’arte che Hegel tenne a Berlino nel 1828. […]. Anche Vasari pensava che l’arte avesse una fine nel senso che i problemi relativi alla sua essenza e alla sua definizione tendessero a risolversi e che dopo tale risoluzione restasse solo da applicare le soluzioni ai diversi compiti che gli artisti erano chiamati a svolgere. […]. Un po’ meno chiara è ciò che Hegel aveva in mente; d’altra parte le sue osservazioni sull’argomento sono notoriamente criptiche”.

Continuando la lettura di questa introduzione, mi sono accorto che A. C. Danto appare del tutto disorientato, di fronte a quelle che lui definisce “osservazioni sull’argomento […] criptiche”, che lo autorizzano quindi a sproloquiare, senza far capire bene se lui o noi tutti ci troviamo ormai oltre il Brillo Box; ma di sicuro sembra aver preso le distanze dal metafisico maestro berlinese.
Anche secondo A. Gnoli la morte dell’arte resta un concetto ambiguo che Hegel espresse e non espresse, ponendosi incautamente sulla scia del pigri intellettuali che non intendono varcare la soglia della filosofia e seguire il Maestro nella sua speculazione alla ricerca dell’Assoluto, di quell’assoluto o divino, che non è poi tanto lontano dall’umano. Se si prendono in considerazione le riflessioni di TZVETAN TODOROV che in modo assai convincente ci induce a fare leggendo la quarta parte VIVERE CON L’ASSOLUTO del suo bel libro intitolato LA BELLEZZA SALVERA’ IL MONDO, Garzanti 2010, è probabile e auspicabile che finalmente tutti riusciamo a capire la tesi hegeliana sulla morte dell’arte.
Nel Saggio introduttivo all’Estetica di Hegel Francesco Valagussa a pp. 85-86 sembra decisamente volerci chiarire le idee in proposito asserendo: “La tesi sulla cosiddetta morte dell’arte ricorre di frequente nell’opera, né è possibile ridurla a una mera espressione avulsa dal pensiero hegeliano, diffusasi nella Wirkungsgeschichte soltanto a motivo della sua icasticità; costituisce al contrario uno dei pilastri della concezione estetica hegeliana poiché non rappresenta soltanto la cifra dell’inclusione dell’arte nel sistema hegeliano, bensì indica il modo in cui l’arte viene accolta in esso”. Il curatore riporta anche (pp.84-85) alcuni passi dell’Estetica in cui il concetto ritorna, per esempio, nelle pagg. 171, 389, 1135, 1337, 1463, 2675.
E con riferimento a tutti questi luoghi e altri dell’Estetica hegeliana penso abbiano esercitato la loro più matura riflessione gli studiosi Nicola Abbagnano (1), Armando Plebe (2), F. Adorno - T. Gregory – V. Verra (3), U. Nicola (4), che hanno anticipato una giusta interpretazione della tesi hegeliana, coincidente sostanzialmente con quella di F. Valagussa. Essi infatti, come si evince dalle citazioni delle loro analisi riportate in calce al presente lavoro, non si sono limitati a prenderne atto sic et simpliciter, ma si sono esposti fornendo una spiegazione in perfetta armonia con quella terza forma dello spirito assoluto che è la filosofia, che Hegel definisce teologia razionale (pag. 383).



 

A questo punto, credo sia opportuno leggere insieme il passo dell’Estetica più significativo per una migliore comprensione diretta della tesi in questione e individuare nelle parole dello stesso Autore la chiave di lettura più corretta. A pagg. 389-391 Hegel dice:
L’arte ai suoi esordi lascia ancora sussistere qualcosa di misterioso, un presentimento colmo di segreti, un tormento, a motivo del fatto che le sue produzioni non hanno ancora tratto compiutamente per l’intuizione immaginativa tutto il loro contenuto. Se però il contenuto compiuto viene posto totalmente in rilievo in forme artistiche, lo spirito lungimirante ritorna da questa oggettività, nel suo interno e l’allontana da sé. Tale epoca è la nostra. Si può certamente sperare che l’arte si elevi e si perfezioni sempre di più, ma la sua forma ha cessato di essere il bisogno supremo dello spirito. Benché possiamo trovare eccellenti le immagini degli dei greci, e vedere degnamente compiutamente raffigurati Dio Padre, Cristo, e Maria, nondimeno questo non ci aiuta per niente, noi non ci inginocchiamo più.

Se a questo passo aggiungiamo l'integrazione riportata in calce da Valagussa, come variante tratta dal nuovo materiale di appunti e trascrizioni degli studenti di Hegel, si comprenderà meglio che cosa voglia intendere il Maestro dichiarando che la forma dell'arte "ha cessato di essere il bisogno supremo dello spirito", che non equivale affatto, né letteralmente né concettualmente, all'espressione morte o fine dell'arte:

XLII (B, p. 6) E questa è l'idea più profonda, quella cristiana nel suo sommo grado, non può essere rappresentata sensibilmente dall'arte; poiché essa non è connessa e non è sufficientemente prossima al sensibile. Il nostro mondo, la nostra religione e la nostra formazione razionale sono di un livello ulteriore all'arte in quanto grado supremo per esprimere l'assoluto. L'opera non può dunque soddisfare il nostro bisogno ultimo e assoluto, noi non adoriamo più un'opera d'arte, e la nostra relazione con essa è di carattere più meditativo.


Ma, si sa, i grandi dividono sempre, adepti e non adepti, perché pongono delle questioni che paradossalmente non si risolveranno mai, quando invece dovrebbero unire e pacificare gli animi. Destra e Sinistra hegeliana non hanno perso tempo e, dopo la morte del Maestro, come se avessero avuto il segnale di partenza, i discepoli si sono subito schierati dall'una o dall'altra parte, e più che contribuire a chiarire la tesi della cosiddetta fine dell'arte, l'hanno complicata, confusa e travisata, come se Hegel avesse dichiarato la morte dell'arte e quindi la cessazione della sua presenza nel mondo o le avesse addirittura dato il bando definitivo quale inutile e superato modo di intendere la vita nella sua complessità, dove ciò che è razionale, è reale, e ciò che è reale, è razionale. E proprio questo invito hegeliano a cercare e trovare dialetticamente la razionalità del reale e la realtà del razionale ci autorizza a pensare che per Hegel l'arte non potrà mai morire nel senso letterale dell'espressione, ma che anzi, proprio morendo paradossalmente vivrà, che significa semplicemente sul piano teoretico riconoscimento e consapevolezza del suo limite, oltre il quale c'è la filosofia a occuparsi dell'assoluto, non competendo ad essa altro se non quello di aver raggiunto il grado più alto dell'espressione, ossia di rappresentazione sensibile dello spirito.

Ora, a mio giudizio, la cosiddetta fine dell'arte non significa morte, bensì punto d'arrivo, il non plus ultra, di massima estrinsecazione in un'epoca evoluta come la nostra, e quindi, come assicura Hegel, l'arte può ben sperare di continuare a vivere nei modi e nelle forme più alte già perseguite, senza tuttavia temere di commettere un abuso della bellezza, come del resto pensa lo stesso Danto, perché questa precisamente è la sostanziale sua dimensione e ragion d'essere. Altrimenti che arte sarebbe, se non perseguisse il bello, che è il vero e che intuisce l'assoluto? Ma questo non vuol dire raggiungere, ossia realizzare quello spirito assoluto, di cui soltanto la filosofia, quale teologia razionale, può fornire una soluzione, una spiegazione, una certezza dell'immanenza divina.

Tornando ora più specificatamente alla recensione della monumentale opera di F. Valagussa, devo dire che lo studioso ha fornito agli addetti ai lavori uno strumento estremamente prezioso, sia per le sue capacità di analisi e di sintesi, oltre che di chiarezza espositiva, espresse nel Saggio introduttivo, sia per la fedeltà della traduzione del testo a fronte con l'aggiunta delle varianti e trascrizioni degli studenti, che meglio chiariscono il pensiero del Maestro.

Tuttavia mi sembra altrettanto doveroso sottolineare la presenza di refusi tipografici, ricorrenti qua e là nell'opera, persino fra le note, che però non sono addebitabili al curatore, bensì al correttore di bozze, non escluso l'editing, che dovrebbe curare meglio la qualità delle pubblicazioni, anche tipograficamente, piuttosto che la quantità, perché la bulimia oggi è persino una malattia dell'editoria, e il lettore si sente giustamente defraudato come l'autore leso nella sua onorabilità.


NOTE
(1) NICOLA ABBAGNANO, Storia della filosofia, vol. III, Utet, Torino, pag. 126: "Sotto tutti questi aspetti - dice Hegel (1b, I, 1°, pp. 15-16) - l'arte è e rimane per noi, quanto al suo supremo destino, una cosa del passato. Essa ha perduto per noi la sua propria verità e vitalità, ed è relegata nella nostra rappresentazione, sicché non afferma più nella realtà la sua necessità e non occupa più il posto più alto". Il "futuro dell'arte" è nella religione (Enc., § 563), ciò non vuol dire d'altronde (come qualcuno ha interpretato) che l'arte sia destinata a sparire dal mondo spirituale degli uomini, ciò che è sparito e non può più tornare è, secondo Hegel, il valore supremo dell'arte, quella considerazione che faceva di essa la più alta e compiuta manifestazione dell'Assoluto. Non può più tornare, in altri termini, la forma classica dell'arte, ma l'arte è e rimane una categoria dello Spirito Assoluto; e tutte le categorie sono necessarie e immutabili perché costituiscono nella loro totalità l'autocoscienza vivente di Dio. (2) ARMANDO PLEBE, GEORG FRIEDRICH WILHELM HEGEL, in Grande Enciclopedia Filosofica, vol. XVIII, Il Pensiero Moderno, Marzorati, Milano, pag. 459: Uno dei concetti dominanti dell'Estetica hegeliana è che, all'epoca di Hegel l'arte non abbia più una finzione essenziale da svolgere, bensì che il suo ruolo sia ormai stato assunto e superato dalla filosofia. Quest'idea, apparentemente paradossale e tipica dell'Estetica di Hegel, fu poi indicata dagli hegeliani come l'idea della morte dell'arte: essa non vuol certo significare che nell'età di Hegel, e in quelle future, gli artisti abbiano cessato di produrre opere pregevoli, né tanto meno che sia cosa biasimevole che essi continuino a produrle, bensì intende sostenere che l'arte ha ormai cessato di essere una forma essenziale per lo sviluppo storico dello Spirito. L'arte, cioè, è stata in altri tempi una forma così importante dello spirito umano, da costituire una pre-religione e una pre-filosofia: questa è la convinzione di Hegel. Egli quindi ritiene che, dopo una religione tanto radicata nell'umanità, quale il cristianesimo, si è formata compiutamente, e dopo che una filosofia tanto adeguata alla razionalità del reale qual è l'Idealismo e giunta alla propria sistematizzazione, non abbia più senso la funzione dell'arte in quanto anticipazione della religione e della filosofia. L'arte quindi può, sì, sopravvivere, però con l'implicita rassegnazione che la leadership dello spirito umano è ormai stata assunta prima dalla religione, poi dalla filosofia.
(3) F. ADORNO - T. GREGORY - V. VERRA, Storia della filosofia con testi e letture critiche - vol. III, Laterza , Bari, 1973, pag. 72: Col tramonto della polis e della religione greca e con l'avvento del cristianesimo, nuova religione destinata a soppiantare tutte le altre, lo spirito si riconosce come interiorità; l'arte diventa quindi costitutivamente romantica, in quanto scaturisce da un senso sempre più acuto del divorzio tra sensibile e spirituale e dell'impossibilità di esprimere adeguatamente lo spirituale nel sensibile. Si ha la cosiddetta fine dell'arte come tramonto delle sue possibilità di rappresentare l'autocoscienza dello spirito che vive ormai nella religione e nella filosofia.
(4) UBALDO NICOLA, Atlante illustrato di filosofia, Demetra, pag. 400: La sintesi, l'arte romantica moderna, distrugge di nuovo l'equilibrio classico. In questa fase quindi della storia lo Spirito ha acquisito contenuti che superano l'espressività della materia; qualsiasi forma è ormai insufficiente a concretizzare un'interiorità spirituale matura. Da qui l'annuncio hegeliano della morte dell'arte, destinata ad essere assorbita dalla religione e quindi dalla filosofia. In realtà Hegel non profetizza la fine di ogni produzione artistica, ma la crescente inadeguatezza di ogni soluzione artistica nel tradurre in oggetti la profonda spiritualità moderna.



Onofrio Annese, già Dirigente scolastico in alcuni licei di Roma e poeta satirico.


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