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Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno IX - n.37 - Luglio - settembre 2013
NOVITA' EDITORIALI  

I LIBRI SCELTI PER VOI
di Onofrio Annese





Georg Wilhelm Friedrich
HEGEL, ESTETICA –
Secondo l'edizione di H.G.Hotho, con le varianti delle lezioni del 1820/21, 1823, 1826
A cura di Francesco Valagussa, testo tedesco a fronte –
Bompiani, Milano aprile 2013, euro 50,00.

La difficile lettura di un'opera che perņ ci aiuta a crescere


Ho il piacere di comunicare ai gentili Lettori della nostra Rivista, in particolare di questa rubrica, che, a tempo di record, la Bompiani, nel mese di aprile c. a., ha pubblicato la seconda edizione riveduta e corretta dell’Estetica di Hegel. Nelle mie due precedenti recensioni (ved. Rivista anno VIII, nn. 32 e 33, 2012) avevo messo in evidenza i numerosi refusi riscontrati in un’opera così importante, che non poteva essere lasciata con tutte le più grossolane mende, con il rischio di screditare la scienza e insieme chi ne deve garantire la validità con la diffusione.
Fu così che, avendo informato tempestivamente la RCSLibri S.p.A. di quanto andavo notando leggendo l’opera, ottenni dalla stessa l’autorizzazione a compilare un elenco puntuale dei refusi. Vi dedicai mesi di lettura e rilettura attenta, talora estesa al testo tedesco, per verificare nei casi dubbi la corrispondenza sostanziale con il testo italiano e rendere quindi più attendibile e chiara la traduzione, ove fosse stato necessario, con opportune modifiche da sottoporre all’attenzione del curatore.
Anche se non è stata raggiunta la perfezione con questa seconda edizione (infatti, a mio modesto parere, bisognerebbe intervenire con maggiore rigore filologico sotto l’aspetto stilistico, però si sa che lo stile è l’uomo e si deve rispettare), l’opera ora è più fruibile, si legge scorrevolmente senza più inciampare in frequenti refusi talora inspiegabili e intollerabili, e se ne può meglio apprezzare il contenuto, la cui comprensione è già difficile sul piano concettuale, trattandosi di filosofia dell’arte.
Inoltre, data la complessità del pensiero hegeliano, è molto difficile talvolta seguirne il meticoloso percorso, rappresentato spesso da numerose frasi incidentali, in funzione esplicativa, e da astratte argomentazioni, che richiedono non solo la massima attenzione per seguirne il filo logico, ma anche una esercitata attività mentale, per cui l’opera potrebbe sembrare destinata a pochi eletti. Ma non è così: a parte le difficoltà di immediata comprensione di una materia alquanto ostica, l’Estetica di Hegel insegna a tutti molte cose, difficilmente reperibili altrove.
Prima di tutto ci permette di apprezzare l’arte in tutte le sue forme ed espressioni dei tempi passati e moderni, non con la superficialità del solo mezzo visivo e con la banalità del giudizio limitato al “bello o non bello”, “mi piace o non mi piace”, ma con una attenta e profonda riflessione, che va al di là del puro dato sensibile, dovendo invece prevalere, dopo un approccio iniziale, l’analisi della soggettività dell’opera di un autore, che nei casi di eccellenza ha saputo cogliere più fedelmente l’ispirazione suggerita dall’ideale dominato dallo spirito.
In secondo luogo, Hegel, ingegno poliedrico e mente altamente speculativa ed enciclopedica, alimentata da una feconda curiosità di conoscere, nell’Estetica ha profuso i tesori di un sapere pertinente a una materia vasta e complessa, ma senza la pesantezza dell’erudizione, sebbene con la meticolosità del ragionamento alquanto ripetitivo nella struttura, tipica del maestro che vuole prima chiarire a se stesso ogni concetto, distinguendo, per poi somministrarlo agli allievi, che considera dei sodali, quasi una classe elitaria ammessa ad esperienze esoteriche, come si evince inequivocabilmente dalla conclusione dell’opera, in cui si legge (pag. 2913): <Nell’arte entriamo in rapporto, infatti, non con un congegno meramente gradevole o utile, bensì con la liberazione dello spirito dal contenuto e dalle forme della finitezza, con la presenza e la conciliazione dell’assoluto nel sensibile e in ciò che appare, con un dispiegarsi della verità che non si esaurisce come storia naturale, bensì si rivela nella storia del mondo, del quale essa medesima costituisce l’aspetto più bello e il migliore compenso del faticoso lavoro all’interno del reale e dell’ingrata fatica della conoscenza. Per questo motivo la nostra trattazione non poteva consistere in una mera critica di opere d’arte o nello specificare la maniera di realizzarle; questa non ha avuto altro scopo se non quello di seguire e concepire mediante il pensiero e provare il concetto fondamentale del bello e dell’arte attraverso tutte le fasi che esso percorre nella sua realizzazione. Auspico che la mia esposizione vi abbia soddisfatto su questo punto fondamentale, e se il legame che si era costituito tra noi in generale e in vista di questo scopo collettivo ora è disfatto (meglio: sciolto), mi auguro, ed è il mio ultimo desiderio, che si sia creato un nesso più elevato e indistruttibile, ossia quello dell’idea del bello e del vero, e che questo da ora in poi sia capace di mantenerci stabilmente uniti per sempre.>
Il raggio di azione del pensiero hegeliano in questo campo, ha l’ampiezza di un angolo giro, per cui nessun aspetto attinente all’arte nella sua generalità viene trascurato, ma tutto diventa oggetto di riflessione finalizzato al perseguimento dello scopo finale unico, che, come si nota dalla succitata conclusione, è <l’idea del bello e del vero>. Non c’è genere d’arte che non sia stato analizzato e sviscerato per vedere soddisfatto sempre quel suo <ultimo desiderio>, nobile e disinteressato, quale soltanto gli “spiriti magni” possono nutrire: scultura, architettura, pittura, poesia (epica, lirica, drammatica), musica, canto, teogonie, religioni e relative nozioni di teoria e tecnica, nonché notizie storiche (l’Estetica è considerata a ragione anche una eccezionale storia dell’arte) trovano una giusta collocazione nei vari momenti di svolgimento della speculazione filosofica di questo grande Maestro.
Dei 14 punti del saggio introduttivo, che ci può aiutare in funzione propedeutica ad addentrarci nei meandri della profonda speculazione filosofica dell’arte hegeliana, mi sembra interessante (senza nulla togliere agli altri momenti parimenti importanti) prendere in considerazione solo i punti n. 4. L’ estetica hegeliana come luogo di incontro tra Winckelmann e Schiller; n. 5. Il concetto dell’arte: Schein e Wesen; n. 6. Il ritmo dell’arte: Vorgefunden ed Erfunden; n.7. Il compimento dell’arte platonica; n.8. La dimensione storica dell’arte. Il problema della Entpolitisierung nell’Estetica hegeliana. Tralascio il punto n.11. L’Estetica romantica, la morte dell’arte e la questione del brutto, che è stato già oggetto di trattazione nella recensione pubblicata sul n. 33, Luglio-Settembre 2012, della Rivista; però aggiungo qui che, comunque la si voglia intendere l’espressione “morte dell’arte” arbitrariamente attribuita ad Hegel stricto sensu, essa non cesserà mai di impegnare “le nate a vaneggiar menti mortali”, che spesso si fermano alla lettera senza andare oltre, per intendere lo spirito delle parole.
La questione che riveste uno degli aspetti fondamentali dell’estetica hegeliana viene trattata in particolare nel p. 5., che non può essere affrontata, se non si prende in considerazione una importante affermazione del curatore a conclusione del punto 4. (pag. 44): <L’Estetica potrebbe essere letta come costante tentativo di sostenere, di tollerare (auf-heben) la concezione dell’arte di Winckelmann accanto a quella di Schiller, di predisporre un luogo di mantenimento e (insieme) di superamento di queste visioni della bellezza.> Proprio così; ed è un grandissimo merito di Hegel quello di non essersi abbandonato alla vanità di un pensiero filosofico avulso, completamente sradicato dal dibattito culturale corrente, dominato dalla concezione dell’arte dei due studiosi.
Secondo la visione winckelmanniana (pag. 45) “i grandi artisti della Grecia [...] cercarono di superare la solidità della materia e, per quanto possibile, di spiritualizzarla”; osservazione ribadita da Schiller, che pare addirittura estremizzare affermando (ivi): l’artista “cancella la materia con la forma.” Si parla dunque di spiritualizzazione della materia ad opera dell’arte, che, a mio giudizio, non costituisce una contraddizione, bensì la necessità di considerare il superamento di due aspetti apparentemente inconciliabili dell’arte, rappresentati dalla forma e dal contenuto, superamento che Hegel avrebbe potuto conseguire, se a quel termine <vivente> (pag. 1555), in tedesco <Lebendige> (pag. 1554), avesse potuto conferire la funzione unificante concepita da Francesco De Sanctis (cfr. quanto da me sostenuto in proposito nella Rivista anno VII, n. 28, Marzo – Maggio 2011).

 
Il prof. Valagussa sottolinea giustamente la serietà della ricerca dell’insigne filosofo in materia di estetica asserendo (pag. 45): <Hegel compie il più grande sforzo speculativo per superare la dicotomia che da sempre regna nel pensiero occidentale; mostrare la perfetta adeguatezza dello Schein rispetto al Wesen, del reale rispetto al razionale. ..... Nel sistema hegeliano dell’arte si avvicendano i vari modi del nesso tra l’apparire e l’essenza: dall’insufficienza dell’interno nel suo primo risveglio, alla piena conformità di interno ed esterno, fino alla dissoluzione del rapporto medesimo.> Ciò però non significa che tra quella che si chiama forma e quello che si chiama contenuto ci sia un annullamento dello Schein ad opera del Wesen, bensì perfetta assimilazione, integrazione, armonizzazione tra l’uno e l’altro, perché le parole, che pure esprimono concetti contrapposti, come in questo caso, di ciò che è reale e di ciò che è razionale, non possono e non devono perdere la loro significanza, per cui la materia, per quanto possa essere spiritualizzata, resta sempre tale, solo che nel processo di elaborazione artistica si verifica una specie di identificazione, di simbiosi tra l’uno e l’altro aspetto, attraverso cui si realizza quell’opera d’arte, tanto più alta quanto più si identifica con l’interno dell’autore: proprio come avviene più palesemente nella lirica, secondo Hegel, in cui (cfr. pag. 2659) <l’uomo (...) nella propria interiorità soggettiva diventa opera d’arte a se stesso.> Ma ciò, a mio parere, non vuol dire che esista già una identificazione all’interno dell’artista tra forma e contenuto, perché il suo sentire è frutto di un vissuto, cioè materia, che viene sublimata in poesia, diventando quella che B. Croce definisce intuizione pura, espressione lirica del sentimento.
Per chiarire ulteriormente la differenza intercorrente tra il <vivente> di Hegel (ved. pag. 1555), inteso come il semplice naturale nella sua rozzezza, e quello del De Sanctis, inteso come un mix di reale e ideale in perfetto equilibrio, giova richiamare alla nostra memoria l’affermazione hegeliana secondo cui ciò che è reale è razionale e ciò che è razionale è reale: questo, a mio giudizio, ci porterebbe a conludere dicendo che tra i due studiosi le distanze non sono poi così rilevanti.
E non credo infine che Francesco De Sanctis, in quanto antiaccademico e antiretorico, (inizialmente hegeliano e successivamente antihegeliano circa la concezione estetica metafisica del filosofo, cui contrappose la sua estetica della Forma, rivendicandone l’autonomia rispetto alla filosofia), fosse tanto lontano da Hegel, che pur tuttavia sosteneva (ved. pag. 1555) la necessità di fare arte attraverso un tirocinio, l’applicazione di una tecnica e l’esercizio di un labor limae, che non vuol dire affettazione o artificiosità, bensì perseguimento della massima naturalezza e semplicità espressa nell’arte bella. Se poi si legge quello che scrive in proposito René Wellek (cfr. L’estetica e la critica desanctisiane, in AA. VV., Letteratura Italiana – I critici, cap. I, Marzorati, Milano 1970, pp. 194 e ss.), si capirà meglio il valore che assume in De Sanctis il termine forma, laddove si spiega che “L’arte è forma, Forma con la maiuscola dal momento che non deve essere confusa con le ‘forme’, con la lingua, la dizione, i tropi e le figure retoriche, o con lo stile” (ivi, p. 196) e si appurerà anche che Hegel “nella parte migliore della sua estetica riconosce la concreta autonomia dell’arte come esigeva il critico italiano” (ivi, p. 216), il quale onestamente attribuiva agli hegeliani, più che al Maestro stesso, la devianza dalla parte migliore del suo pensiero.
Ma la querelle non finirà mai, in quanto Francesco De Sanctis in Europa all’epoca rimase (e resta) un illustre sconosciuto, specialmente in Germania, forse perché le sue idee e la sua monumentale Storia della letteratura italiana soffrivano troppo di provincialismo e grondavano eccessivo amor di patria.
Comunque, tornando alla questione inerente alla contraddizione dell’arte basata sulla inconciliabilità
tra forma e contenuto, a mio modesto avviso, il problema non sussisterebbe, in quanto, dovendo tendere alla perfezione (giusta e plausibile aspirazione di ogni artista mai pienamente soddisfatto), il processo artistico si realizzerebbe quasi per miracolo e nella piena inconsapevolezza dell’autore, per magia, come, per una certa presa di distanza dal filosofo, lo stesso Hegel considera l’artista <mago che evoca, riunisce e raggruppa> (pag. 1417). Questo evocare ovviamente nasce dal bisogno di conferire <all’interno, in base all’attività spirituale, un’apparenza non più solo rinvenuta (vorgefundene), bensì altrettanto bene (eben so sehr) inventata (erfundene) dallo spirito> (pag. 957). Tale bisogno è così cogente che Hegel, in tutta la sua investigazione, per arrivare a definire il concetto di bello e di vero in arte, non si stancherà mai di ribadire il perenne sforzo dell’artista nel perseguirlo superando la suddetta contraddizione. Per questo il curatore a ragione può sostenere che <Hegel compie forse lo sforzo maggiore, (...) per mostrare in quale senso il poietès sia un autentico facitore, un fabbro che lavora alla creazione del mondo> (pag. 51); ma io toglierei quel ‘forse’, in quanto poièo significa proprio fare, creare, donde il nostro poetare, in tedesco dichten.
Questo ci porta a prendere in esame il punto 7. Il compimento dell’estetica platonica, secondo cui la pittura, la musica e la poesia, quali fonte di illusione e produttrici di fantasmi, sarebbero le maggiori responsabili dello sviamento degli uomini. Però il cosiddetto ‘compimento’ considerato dal prof. Valagussa attribuito a Hegel, mi sembrerebbe una forzatura, motivato solo dal fatto che egli realizza <il pieno inveramento, la compiuta realizzazione di quella concezione dell’arte, sino al punto che il rovesciamento essenziale presente nell’estetica hegeliana non ne intacca la validità> (ved. pag. 51). A mio modesto avviso, i due filosofi di fronte al bello ideale assumono due atteggiamenti diversi: Platone resta fermo estasiato, in contemplazione, negandone la riproducibilità ad opera dell’uomo, per quanto abile possa rivelarsi nell’imitare la natura; Hegel, invece, pur riconoscendone la sublimità, non rinuncia all’idea che un artista possa conseguirlo, o almeno avvicinarsi il più possibile, proprio in virtù di una privilegiata dimensione umana, che in alcuni soggetti, dotati di talento e soprattutto di genio, può raggiungere la massima elevatezza. Per rafforzare questo mio convincimento, mi sembra più che opportuno ricordare le immagini istoriate descritte magistralmente da Dante nella Divina Commedia (Purg., X, vv. 28-96): si tratta di figure parlanti quali esempi di umiltà esaltata, plasticamente impresse in “marmo candido e adorno / d’intagli sì, che non pur Policleto, / ma la natura lì avrebbe scorno.” Opere di fattura divina, quindi, appartenenti a quel mondo ideale del bello difficilmente attingibile; infatti, chiarisce il Poeta concludendo: “Colui che mai non vide cosa nova / produsse esto visibile parlare, / novello a noi perché qui non si trova.” Il solo fatto che Dante abbia potuto concepire e descrivere situazioni simili, da trasmetterle indelebilmente alla memoria del lettore, è già abbastanza singolare, quale dimostrazione della sua genialità di poietès particolarmente ispirato.
Tuttavia non posso ignorare la felice conclusione cui perviene il prof. Valagussa nel mettere a confronto la Repubblica di Platone e l’Estetica di Hegel sottolineandone la diversità di posizione in forma chiastica in relazione alla bellezza ideale; infatti egli, nell’intento di fornire una ulteriore prova del compimento dell’estetica platonica ad opera di Hegel, sostiene: <Platone condanna l’arte come inganno sull’oggetto mentre Hegel la esalta proprio in quanto atto dello spirito che avvia il superamento dell’oggetto; ma – insieme – Platone esalta la bellezza come accesso al sovrasensibile mentre Hegel la condanna, dichiarandone la morte.> (pag. 58). A proposito di questa spuria espressione “morte dell’arte”, giova qui riportare le parole del filosofo tedesco, laddove asserisce (pagg. 389-391): <Si può certamente sperare che l’arte si elevi e si perfezioni in misura sempre maggiore, ma la sua forma non è più il bisogno supremo dello spirito. Benché possiamo reputare eccellenti le immagini degli dèi greci, e vedere degnamente e compiutamente rappresentati Dio Padre, Cristo e Maria, nondimeno questo non ci aiuta per niente, noi non ci inginocchiamo più.> E che altro vuol significare un tale atteggiamento di apparente resa o di rinuncia, se non il bisogno di un superamento dell’ostacolo umano, troppo umano, per elevarsi all’altezza di quello spirito assoluto da perseguire attraverso la terza forma di apprensione, che soltanto la filosofia ci può garantire?
Ma, mentre Hegel va avanti nella sua speculazione filosofica alla ricerca del bello ideale per questa terza via, sistematizzando <l’arte come storia e ripartirla nelle tre sezioni note: simbolica, classica e romantica> (pag. 66), il curatore approfitta per avvalorare la sua tesi dell’integrazione del di lui pensiero con quello di Platone, ribadendola con la seguente osservazione in calce (pag. 58, n. 228): <Compimento dell’estetica assume qui un altro significato: l’epoca del pensiero occidentale contrassegnata dalla coppia Platone-Hegel è anche il periodo in cui questo dominio sull’arte viene esercitato in modo effettivo e reale; ciò che però già nel pensiero di Hegel si annuncia, e che verrà ereditato dal pensiero nietzscheano, segna i termini di questa visione, poiché la superiorità stessa del criterio del pensiero sull’arte verrà posta in discussione.> Inutile dire a questo punto che così si riaffaccia quella palaia diaphorà, ossia la perenne e sterile dicussione sull’inconciliabilità tra forma e contenuto.
Per concludere, senza pretendere di essere stato esaustivo, quanto al p. 8., mi basta accennare solo en passant, per non togliere al Lettore il piacere di una lettura di prima mano, a quello che è stato visto dal curatore come <Il problema della Entpolitisierung (spoliticizzazione) nell’Estetica hegeliana> (pag. 58). Ciò che qui trovo interessante - e anche alquanto inquietante – è la citazione riportata dal prof. Valagussa menzionando il libro di Haym “Hegel und seine Zeit”, nel quale l’autore sostiene che “la nazione tedesca possiede in se stessa un’estetica come nessun altro popolo”> (pagg. 63-64). Non è, secondo me, un’affermazione semplicemente innocente e marginale, ma la dice lunga, se si pensa all’eccessiva esaltazione contenuta nel detto tedesco “Deutschland über alles”, per non dire altro.



Onofrio Annese, già Dirigente scolastico in alcuni licei di Roma e poeta satirico.


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