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Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno IX - n.38 - Ottobre - dicembre 2013
NOVITA' EDITORIALI  

I LIBRI SCELTI PER VOI
di Onofrio Annese





G. REALE – U. VERONESI, RESPONSABILITÀ DELLA VITA – Un confronto fra un credente e un non credente - Bompiani, Milano 2013, € 13,00


"NESSUNO PUŅ DECIDERE SULLA VITA DI UN UOMO, E MENO CHE MAI PUŅ DECIDERE LO STATO, PER LEGGE. L'AUTODECISIONE, PER QUANTO RIGUARDA LA VITA, Č IRRINUNCIABILE."

Così si legge sulla quarta di copertina di questo libro, scritto da due eminenti rappresentanti del mondo filosofico e scientifico: GIOVANNI REALE e UMBERTO VERONESI, rispettivamente credente e non credente.
Quello che colpisce subito, nella lettura del primo capitolo - Una legge assurda da evitare - è l’equilibrio eccezionale degli Autori, tipico di una rara saggezza umana, che richiama il concetto di Assoluto, inteso in un modo singolare e paradossalmente individuale da TZVETAN TODOROV, il quale in un suo libro osserva: “L’aspirazione alla pienezza e alla realizzazione interiore è presente in ogni essere umano, fin dai tempi più antichi” (cfr. p. 9, in La bellezza salverà il mondo, Garzanti, Milano 2010). I due Autori ci impartiscono una lezione di vita comportamentale, smettendo provvisoriamente l’abito del credente l’uno, del non credente l’altro, per affrontare, senza pregiudizi, temi di grande momento e principalmente quello della responsabilità della vita di tutti, sacra e inviolabile, la cui autodecisione in situazioni estreme è irrinunciabile, appunto. La tentazione di interporre o addirittura opporre il mio giudizio sulla questione di fondo a quello dello studioso e dello scienziato è forte, anzi fortissima, però disarmata, in quanto, come qualsiasi lettore di media cultura, difficilmente posso competere con la scienza, la conoscenza e la coscienza di ciascuno di loro, per cui sono illustri a livello mondiale. Infatti le citazioni frequenti, ma opportunamente calibrate (citazioni dei massimi autori di tutti i tempi), a conforto delle rispettive tesi, danno l’esatta dimensione e profondità del loro pensiero: il filosofo, studioso e teorico, si affida più facilmente, per esempio all’autorità di Platone, considerato a ragione attualissimo; lo scienziato medico, un buon medico nel senso pieno del termine, trae dalla riflessione e dall’esperienza le sue risposte. Essi si muovono, nell’ambito delle rispettive competenze, con disinvoltura e naturalezza, e soprattutto esprimono il proprio pensiero con semplicità e chiarezza.

 
In ognuno dei nove capitoli si ha l’impressione di assistere come a un match o, meglio, a una partita di ping-pong, la cui battuta (o servizio) viene eseguita costantemente dal pensatore, che si distingue per garbo, scioltezza e precisione, senza la minima idea di prevaricare, bensì di servire signorilmente la palla al competitor, tanto è vero che non tralascia mai di rivolgersi a lui con la forma di cortesia: “Lei, professore, che cosa ne pensa?”; cui, di rimando, vengono rese con lo stesso fair play puntualmente le risposte con le relative concordanze o discordanze (poche per la verità), improntate al senso della misura, senza la sicumera dello scienziato privo di sensibilità umana, di quella sensibilità che deve guidare sempre il medico nell’approcciarsi al malato, ossia alla persona bisognosa di cure psichiche, prima che fisiche. Ciò che suscita ammirazione e meraviglia in questo confronto, sereno e coinvolgente, è la perfetta concordanza dei due nel riconoscere la necessità di considerare il paziente nella sua globalità e interezza, in qualità di portatore di diritti irrinunciabili alla vita come alla morte, salvaguardando la sua dignità psicofisica e l’autonomia decisionale. Responsabilità della vita, dunque, che non riguarda soltanto il singolo individuo per quanto attiene alla salute, ma anche e soprattutto all’intera collettività, ivi compreso chi deve curare e possibilmente guarire e chi esercita il potere politico, mediante il quale la deve tutelare, senza tuttavia coartare la volontà individuale in casi estremi.
I temi su cui si dibatte in questo libro, che meriterebbe una larga diffusione tra tutti gli strati sociali, non solo in territorio nazionale ma ache mondiale, sono i capisaldi di una vita sana, basata sulla misura quantiqualitativa, di una società più giusta e più sensibile alle necessità generali. Infatti il confronto si svolge progressivamente a partire sia dal potere legislativo, che non deve oltrepassare certi limiti o interferire nella sfera individuale (cap. I. Una legge assurda da evitare), sia dalla scienza e tecnica, dei cui ritrovati non si deve abusare (cap. II. L’attuale predominio della mentalità scientistico-tecnicistica). Si prosegue quindi con la riflessione sul significato della morte (cap. III. La morte e il suo vero significato oggi smarrito), sull’importanza di mantenersi sani moralmente, spiritualmente e fisicamente (cap. IV. Il grande mistero della salute), sulla delicata funzione di chi deve curare e garantire la guarigione nei limiti del possibile (cap. V. Il medico e la medicina). Si passa poi alla considerazione di due casi emblematici specifici di ammalati in condizioni estreme (cap. VI. Il caso Welby e il suo significato e cap. VII. Il caso di Eluana e il suo significato). Gli ultimi due capitoli vertono sulla necessità di dare rilevanza e preminenza alla cura dell’anima, senza la quale, come sostiene Platone, fallirebbe la cura di qualsiasi parte del corpo (cap. VIII. Curare l’anima per curare il corpo) e conseguentemente sull’importanza di prendere coscienza delle opportune regole di vita, per poter compiere bene“il mestiere di uomo”, come sosteneva l’imperatore romano Marco Aurelio (cap. IX. Il mestiere del vivere e la difficile arte della vita). E infine quale luogo più opportuno e migliore occasione della pubblicazione di questo libro, per affrontare la questione della fame nel mondo? In Appendice (p. 215) troviamo una proposta del prof. Umberto Veronesi, dal titolo significativo provocatorio: Sfamare gli affamati. È solo una provocazione – è vero – ma anche una più che consapevole illusione di poter intervenire sulle coscienze di tutto l’orbe terraqueo, al fine di indurre ciascuno a sentirsi parte di una comunità globale, che per sopravvivere dovrebbe cambiare mentalità, stili di vita e abitudini alimentari, abbandonando definitivamente gli egoismi individuali e universali, ma soprattutto l’idea di garantire pace, giustizia e libertà con l’uso delle armi. Utopia, quindi, ma non per questo si deve rinunciare a lavorare per la pace, ossia per la salvaguardia delle prerogative irrinunciabili, che stanno alla base della vita. È uno scandalo la fame nel mondo, sapendo che l’Occidente si abbuffa e spreca enormi risorse, solo per alimentare animali da macello, per alimentare “quella parte di mondo che soffre per eccesso di cibo” (p. 260), mentre un miliardo di esseri umani è destinato a morire per denutrizione e malnutrizione. Non c’è rimedio per questo? Ma sì, U. Veronesi, accogliendo il messaggio di G. Reale sulla necessità di “uscire dal malessere della fame fisica e da quello della fame spirituale” (p. 255), lancia un appello implicitamente ottimistico e conclude (p. 262): “credo che il senso della responsabilità della propria vita non possa prescindere dal senso di solidarietà e corresponsabilità per la vita degli altri.”



Onofrio Annese, già Dirigente scolastico in alcuni licei di Roma e poeta satirico.


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