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Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno X - n.39 - Gennaio - marzo 2014
NOVITA' EDITORIALI  

I LIBRI SCELTI PER VOI
di Onofrio Annese





ERRICO BUONANNO, LA SINDROME DI NERONE, In ogni grande dittatore, un artista mancato – Rizzoli, Mlilano 2013 - € 15,00


L’elogio dell’aurea mediocritas preludio alla libidine del potere

Questo libro ha tutta l’aria di essere una provocazione, ed io non esiterei a dire che farà irritare più di qualcuno, lettori e controllori, detentori dei poteri forti, ragion per cui suggerirei di ripristinare l’Indice dei libri proibiti: nel nostro caso libro vietato ai minori di venticinque anni. Esso ci offre l’occasione per una autoanalisi, al fine di scoprire in ciascuno di noi, comunissimi mortali, chi si nasconde: un artista nato o un artista mancato e quindi un potenziale dittatore? (beninteso però che la stessa domanda vale per qualsiasi altra categoria di aspiranti alla realizzazione di se stessi, cioè dei propri sogni, e più precisamente alla gloria). Ma qui è l’artista che viene chiamato in causa, qualsiasi artista: poeta, scrittore, pittore, attore, musicista e così via.
Quale capostipite degli artisti falliti per antonomasia è stato assunto il famigerato imperatore Nerone, anche se altri lo hanno preceduto in nefandezze di ogni genere; e una ragione di questa scelta forse si potrebbe cercare laddove nessuno penserebbe: frugando freudianamente nell’inconscio, il cui tema nel saggio risulta appena sfiorato. Il sottotitolo (In ogni grande dittatore, un artista mancato) fa notare inequivocabilmente che Nerone fu dittatore, sì, ma “grande”: secondo il mio giudizio, “dittatura” e “grandezza” (da intendersi solo in senso morale) contrastano fortemente, quindi siamo di fronte a un ossimoro o per lo meno a un paradosso. Propenderei più per paradosso perché la grandezza in questi casi (che chiamerei mostruosità o perversione) è riconosciuta solo dalla massa cieca, abilmente orientata al consenso, grazie alle male arti e alle mire ambiziose di una donna dissoluta, priva di scrupoli (Agrippina, la madre) e di maestri conniventi, opportunisticamente scelti per l’educazione del futuro imperatore (Burro e Seneca, ad esempio).
Riprendendo il discorso sul genere di libro che vogliamo leggere insieme ed esaminare per formularne un giudizio, a detta dell’Autore, esso è anche un manuale, una guida ad uso e consumo di chi eventualmente, per effetto del suo insuccesso in arte, coltivasse la sana o insana ambizione (questione di punti di vista) di diventare un grande dittatore, così per puntiglio o per rivalsa, come se ne contano tanti lungo il cammino della storia dei popoli di tutti i tempi. Certo, non si poteva prendere in considerazione la serie interminabile dei perdenti, dei falliti, dei frustrati, consci di valere più di chiunque altro, ma che la sorte avversa, materializzata in giudici e valutatori inattendibili o invidiosi del successo altrui, ha confinato (e tuttora confina) definitivamente tra coloro che in arte, per esempio, saranno considerati artisti mancati, vuoi per la pittura, la scultura, l ’architettura, che per la letteratura e la musica. Perciò l’Autore ha conferito al suo lavoro un taglio prettamente ammodernato, meglio contemporaneo, sia pure partendo da lontano, addirittura dall’intramontabile e insospettabile filosofo Platone (artista mancato anche lui, avverso ai poeti, narratori di favole dannose per la società), teorico dello Stato ideale con la sua famosa Repubblica: un capolavoro di stato (si spiega così il significato del titolo “Lo Stato dell’arte” indicato nella Introduzione dell’opera oggetto della nostra attenzione): uno stato retto da una classe selezionata sulla base di princìpi eugenetici, attraverso una sana educazione morale e una rigorosa formazione tecnica.

 
Ciò che non convince in questo riferimento è il voler far passare Platone per uno dei tanti artisti mancati, inguaribilmente teso a trovare una compensazione alle personali frustrazioni, assumendo (sebbene potenzialmente) atteggiamenti di dominio e di superiorità sugli altri: secondo me, il grande filosofo, teorico e maestro di paideia, proprio nel teorizzare lo stato ideale trovò la strada per auto educarsi, psicoanalizzandosi, senza restare vittima di un’insana ambizione.
Gli esempi sono quindi tratti dal repertorio dei secc. XIX e XX: 1. Napoleone o della psicopatologia dell’artista esordiente; 2. Mussolini o della patologia del dilettante; 3. Hitler o dell’artista complottista; 4. Goebbels o della vendetta totale; 5. Marx o del romanziere segreto; 6. Stalin o del dittatore come critico d’arte; 7. Kim Jong-il o dei manuali di regia. Ma più che nei soggetti trattati , che potrebbero essere dati per scontati, essendo già tristemente famosi presso il grande pubblico, credo che la validità del libro vada individuata nelle Questioni teoriche, con cui si conclude ciascuno dei sette capitoli. In esse sembra che l’Autore non abbia voglia di dare delle risposte categoriche alle domande ivi poste, rendendo così interattivo il momento della riflessione e tacitamente lascia a noi lettori la facoltà di collaborare per arrivare ad altre possibili conclusioni o soluzioni.
Tra le questioni più significative (a prescindere da una collocazione più o meno giusta in relazione al soggetto trattato) segnalo opportunamente quella del cap. II: la tirannia è curabile con la psicoanalisi? (pp. 75 e ss.) e quella del cap. III: conviene elogiare gli artisti mediocri? (pp. 160 e ss.).
Per rispondere alla prima domanda (la tirannia è curabile con la psicoanalisi?), l’A. si avvale delle ricerche degli studiosi Frederick Coolidge e Donald Meltzer, in cui trova scarsi e deboli elementi convincenti, a tal punto che non soddisfa con il suo scetticismo, restando ancorato ad una semplicistica convinzione di un recupero impossibile, e afferma che “il desiderio di smembramento, penetrazione e violenza racchiuso nel cuore di certuni artisti” è sfuggito al prof. Meltzer (cfr. pp. 75 – 78). Volendo entrare in medias res, per dare un avvio alla riflessione, mi permetto di dissentire e, rifacendomi al caso di Platone, mi dichiaro possibilista, anche nel caso della tirannia più spietata, altrimenti quello che chiamiamo stato di diritto (tanto per estremizzare e restare al nostro sistema giuridico) sprecherebbe inutilmente le sue risorse nell’applicare la pura e semplice detenzione, a scopo punitivo, senza considerare minimamente l’insegnamento del Beccaria, autore del famoso libro DEI DELITTI E DELLE PENE, alla cui base vige il principio della strumentalità della pena, finalizzata alla redenzione del reo.
Quanto alla seconda domanda (conviene elogiare gli artisti mediocri?), credo che la si possa collegare alla precedente, implicando essa l’idea di un tentativo di recupero anche attraverso la psicoanalisi. La lode avrebbe in tal caso la funzione di penetrazione nel profondo del soggetto, vittima del suo Ego abnorme, e tra le pieghe del suo inconscio rinvenirne la genesi del disagio, al fine di fargli prendere coscienza dei propri limiti. L’A. invece, ancora una volta, rivela il suo scetticismo, basandosi su un unico caso emblematico, ossia riferendosi alla premiazione del famigerato Radovan Karadžic, poeta, ma anche autore di genocidio e crimini contro l’umanità, insignito del premio più ambito presso il Centro dei congressi di Belgrado,nel 2006, e commenta così: “Segno evidente ... che i riconoscimenti non pacificano i tiranni, che la mediocrità non si accontenta, e che assecondare l’ambizione porta soltanto a nuovi guai.” (pp. 162-163), dato che altri riconoscimenti ne avevano esaltato l’intera opera.
Oltre ai sette casi trattati specificatamente, l'A. cita qua e là en passant altri esempi, come quello di Dionigi, o Dionisio, tiranno di Siracusa molto temuto per la sua intransigenza, tanto da far preferire al filosofo Filosseno il ritorno alle “orride caverne” delle Latomie, dove era stato già condannato, piuttosto che approvare i versi di quell’ostinato illuso (cfr. pp. 45-46). Non sono taciuti i nomi di: Fidel Castro, Robert Mugabe, Saddam Hussein, Muahmmad Gheddafi, ed altri passati e presenti, che pur si conoscono, o che si nascondono nell’anonimato, come osserva Buonanno nella Conclusione dell’opera intitolata Il Tempo è tiranno, alludendo ai terroristi, credo, “i protagonisti delle nuove rivolte del Duemila.” (p. 191)
Il Saggio si legge volentieri in una prosa dal periodare breve, a volte telegrafico, con frasi ellittiche; si svolge sul filo sottile dell’antifrasi e fa credere ai vanesi che l’autore è un loro sincero consigliere. È corredato di numerose note e citazioni, di una ricca Bibliografia e di Articoli di giornalisti quotati; però è caratterizzato talvolta dall’assenza di rigore strutturale nella collocazione del copioso materiale, reperito con una certa acribia. Tuttavia ritengo che i nostri Lettori eccellenti, non quelli allusivamente mediocri immaginati dall’Autore (ved. p. 79), troveranno utili spunti di riflessione, finalizzata all’autoeducazione, sull’esempio di Platone, e alla conoscenza del mondo e di chi lo governa malamente. Infatti, conoscendo meglio se stessi (nosce te ipsum) e gli altri, è sperabile che le cose cambino, specialmente in politica, scegliendo bene i propri rappresentanti, non tra “tanti artisti falliti” o, peggio, malfattori, che in politica trovano l’agognata realizzazione, ma tra persone oneste e interessate esclusivamente al bene comune, escludendo categoricamente i cosiddetti ineleggibili, per recente legge.


Onofrio Annese, già Dirigente scolastico in alcuni licei di Roma e poeta satirico.


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