Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno XIV - n.60 - Aprile - giugno 2019
NARRATIVA 

I LIBRI SCELTI PER VOI
di Ilaria D'Ambrosi




Il fauno di marmo di Nathaniel Hawthorne



Mi voglio occupare in questo nuovo numero non di una novità editoriale, ma di un romanzo ottocentesco ristampato a metà degli anni '90, una storia coinvolgente e un po' gotica che s'impernia attorno a una scultura antica, anch'essa affascinante quanto misteriosa: il Fauno dello scultore greco Prassitele.
Tra il dicembre 1858 e il gennaio 1859 Nathaniel Hawthorne e la sua famiglia partono per l’Italia, dove l'autore di “La lettera scarlatta” inizia a frequentare la colonia di artisti e intellettuali americani e inglesi, visita i musei e tiene un diario dettagliatissimo in cui raccoglie le sue osservazioni e descrive scene e personaggi, gli stessi che torneranno a vivere nel suo secondo romanzo, Il fauno di marmo, pubblicato l’anno successivo nel 1860, acclamato dalla critica e dal pubblico. “L’Italia” , scrive lo stesso autore nella prefazione, “ è stata utile soprattutto poiché […] ha fornito una sorta di recinto poetico e magico. […] Il romanzo e la poesia, come l’edera, i licheni e le violaciocche, hanno bisogno di ruderi per poter crescere.” Così, diari di viaggio alla mano, Hawthorne, una volta tornato in Inghilterra, si sorprende della quantità di descrizioni dei vari oggetti, antichità, pitture e statue incontrate in Italia, soprattutto a Roma. Qui, in una Roma della seconda metà dell’Ottocento, risaltano attraverso le parole dello scrittore americano le emozioni più contrastanti: dalla paura per l’epidemia di colera al fascino delle rovine, dalla foga di scappare dall’arsura estiva alla nostalgia più romantica per le glorie di un Passato le cui gesta continuano a vive nella luce che bagna i monumenti e nella bellezza e grandiosità dei reperti conservati nei musei.
Così la Roma di Winckelmann e di Goethe appare agli occhi di Hawthorne come una città che “offre a tutti coloro che ne hanno bisogno una specie di conforto che qui, rispetto ad ogni altro luogo sotto la volta del cielo, è più a portata di mano.” L’autore, nelle sue descrizioni sublimi della Città, documenta uno stralcio di vita dell’intellettuale tardo ottocentesco, una ristretta cerchia di studiosi che negli atelier degli artisti esprimono sensazioni profondissime e di gran lunga condivisibili.
Il Fauno di marmo di Nathaniel Hawthorne, come ogni componimento letterario di fine Ottocento, è un testo complesso, articolato, sostenuto da un’ampia e approfondita ricerca che l’autore giustifica in questo modo: “trovandosi in mezzo a tanta polvere antica, è difficile risparmiare al lettore quelle banalità che scaturiscono dall’entusiasmo e sulle quali centinaia di turisti hanno già insistito.”



 
Hawthorne, dunque, celebra l’artista impegnato nel cosiddetto Grand Tour (un viaggio itinerante tra le più importanti città d’arte italiane, in cui avrebbe potuto apprendere i canoni antichità e perfezionare i suoi saperi artistici), ambientando le vicende dei quattro protagonisti nei musei e nei siti archeologici più importanti di Roma. L’opera si apre con le considerazioni dei personaggi sulla somiglianza tra uno di loro, Donatello, e il Satiro a riposo, statua attribuita allo scultore greco d'età classica Prassitele, conservata presso i Musei Capitolini di Roma. Già dalle prime pagine è palpabile la magia entro la quale lo scrittore vuole far perdere il lettore, una dimensione onirica e palpitante, immersa nella maestosità delle descrizioni di una Roma ormai cancellata dall’attuale metropoli che, tuttavia vive e ammalia il visitatore. Il racconto di una Città quasi completamente scomparsa “alleggerisce” la lettura di un testo al quale il lettore contemporaneo forse non è più abituato, indubbiamente lento e descrittivo, ma recalcitrante e denso di suggestioni. Il Fauno di marmo è un romanzo, che, con le dovute precauzioni, può avvicinarsi al testo storico documentaristico, per questo apprezzabile anche dagli amanti dell’arte. Leggere l’opera di Nathaniel Hawthorne è paragonabile allo studio delle incisioni di Giovanni Battista Piranesi, ai dipinti che un secolo prima Nicolas Poussin e Claude Lorrain avevano elaborato osservando Roma.  Le vicende che intrecciano le vite di Donatello, un ragazzo dalle nobili origini toscane, Kenyon, uno scultore americano e le due pittrici, la timorata Hilda e la ricca e facoltosa Miriam, prendono vita in una cornice dal un lato dettagliatamente precisa dal punto di vista storico, dall’altro dal gusto noir, tra amore e mistero. Il passato oscuro di una dei protagonisti, Miriam, la sua bellezza tratteggiata dall’autore con parole aggraziate, fa innamorare perdutamente il protagonista Donatello, il quale verrà coinvolto con lei in un efferato omicidio che li unirà indissolubilmente e che renderà la narrazione un complicato affresco sul rapporto tra l’uomo e il male, che ha origine in un' intensa riflessione sul senso di colpa.
Il carattere sfuggente e sognante del dettagliato resoconto in chiave narrativa di Hawthorne, definito da Howard Phillips Lovecraft “un poderoso sfondo di pura fantasia e mistero al di là della portata del comune lettore”, rappresenta al meglio un brano della letteratura fantastica del XIX secolo, fusa, per non dire plasmata dall’esame di coscienza che l’intellettuale ottocentesco elabora intorno all’individuo. Per questo Donatello, coinvolto per amore in un assassinio, è incapace di accettare il proprio gesto e, dopo una dolorosa introspezione, si consegna alla legge, incarnando l’ideale di uomo moderno, costretto a confrontarsi con la complessità del male e con gli abissi della propria coscienza. Il Fauno, dunque, non è più il simbolo della compostezza classica, ma l’emblema di un paradiso perduto, di fronte alla cui  consapevolezza la cultura britannica e germanica risponde (per tutto l’Ottocento) con un profondo sentimento di nostalgia.
Il Fauno di marmo, considerato da Henri James, “un’indispensabile bagaglio per ogni viaggiatore inglese in visita a Roma”, è una lettura introspettiva ed encomiastica, celebrativa di un mondo lontano ma ancora percepibile.  “Trenta piedi di terreno hanno coperto la Roma dell’antichità, cosicché essa giace come il corpo morto di un gigante, in decomposizione da secoli, che nessun sopravvissuto sufficientemente forte ha mai cercato di seppellire, così che la polvere di tutti quegli anni si è lentamente accumulata sulla salma distesa, facendole accidentalmente da sepolcro. […] Eppure, com’è possibile pronunciare una parola poco gentile o irriverente nei confronti di Roma, la Città di tutti i tempi e di tutto il mondo?” ( cit. Nathaniel Hawthorne)

Autore: Nathaniel Hawthorne
Titolo: Il fauno di marmo (originale: The Marble Faun)
Editrice: Classici Giunti
prezzo: 9,90 euro






La ragazza delle fragole di Lisa Stromme



La magia evocata da Lisa Stromme in La ragazza delle fragole è intrisa d'arte e di passione, di atmosfere lente e drammatiche, tipiche della Norvegia di fine Ottocento, e di attimi di piene emozioni, contrastate e dure, come solo un romanzo dedicato alla vita di Edvard Munch avrebbe potuto ricalcare. Siamo in una frastornata Norvegia del 1893, frastornata dalle conseguenze della dominazione svedese della prima metà del secolo, ma soprattutto da tutti quegli effetti, sociali, economici e politici, che l'industrializzazione massiccia dei paesi europei aveva tradotto in una tempestosa onda d'urto che colpì la calma e isolata vita norvegese. Qui, in un pittoresco paese affacciato sui fiordi del Mare del Nord, inizia la storia di Johanne, un'ingenua e vivace ragazza di campagna, impegnata nella raccolta di fragole selvatiche che vende al mercato per mantenere la famiglia. Il paese di Åsgårdstrand ci appare da subito un tranquillo e ameno villaggio, poco incline ad accettare i visitatori che, fuggiti alla calura estiva di Oslo, affittano le case dei paesani, i quali, come la famiglia della protagonista, vedono in questi abbienti turisti una fonte di guadagno. Tutti tranne uno. Edvard Much. Un pittore "malato" che vive l'estate in una piccola casa di legno isolata dal resto della comunità, dalla quale i compaesani girano al largo, guardando lui e la sorella con cui vive con grande sospetto. Già dalle prime pagine del romanzo Lisa Stromme delinea il profilo di Johanne come una ragazza del suo tempo, rispettosa e timorosa dell'autorità della madre, ma allo stesso tempo ribelle, aperta e piena di valori. Proprio grazie al suo carattere, la protagonista non si allinea con la morale degli altri abitanti di Åsgårdstrand e si intrattiene molto spesso, di nascosto, con il giovane artista, con il quale condivide una grande passione per l'arte che, apparentemente, solo Munch riesce a intuire dalle piccole mani di Johanne, tanto da invitarla a dipingere con lui ogni qual volta le sia possibile scappare dal controllo materno. Nella casa di Edvard Munch, la ragazza viene iniziata all'arte e alla pittura, condividendo tele, pennelli e colori con l'artista, del quale ella lentamente conosce i timori, le paure, gli sconforti, ma anche i successi internazionali e un fumoso e irrequieto amore con Tullik, un'aristocratica e viziata ragazza, presso la casa della quale Johanne è costretta a prendere servizio come domestica. Il turbinio di passioni febbrili e pericolose che coinvolge la sordida e totalmente osteggiata relazione tra Tullik e Munch viene vissuta da Johanne, ormai diventata dama di compagnia e amica della ragazza, con la giusta compostezza: sarà lei a equilibrare con il suo raziocinio le isteriche reazioni di Tullik o a coprire le sue fughe a casa dell'artista. Così, Johanne scopre il Munch uomo, l'anima che sta dietro uno dei più tormentati maestri dell'arte a cavallo tra il XIX e il XX secolo.



 
Johanne, con il suo canale preferenziale dominato dalla pittura, ascolta ed è partecipe della drammatica visione di Edvard Munch: "mi sforzo di ritrarre gli enigmi insolubili dell'esistenza" afferma l'artista nel testo della Stromme, "le cose che ci lasciano perplessi. Cerco di rappresentare la vita, così come viene vissuta"; e allo stesso tempo la giovane lancia un occhio attento e critico della sua opera: "Era seduto davanti a un cavalletto sul retro dell'edificio e teneva la tavolozza con il pollice sinistro. A terra accanto a lui c'era un involto di fogli di giornale contenente i tubetti di colore. Il quadro a cui stava lavorando rappresentava un uomo che affaccia da un ponte sopra un fiordo dalle acque viola e vorticanti. Tenui tonalità di azzurro, marrone e nero dominavano la metà inferiore dell'immagine. L'uomo in primo piano indossava un cappello e un cappotto scuri, come quelli di Munch. Due figure con il cilindro e in abito nero si allontanavano sullo sfondo. Il cielo non era ancora stato dipinto. La tela era talmente triste che indietreggiai di un passo e mi portai una mano al petto. Avrei potuto abbracciare Munch proprio in quell'istante, nel suo giardino, tanto era grande il dolore che irradiava." Johanne, dunque, è l'unica a cercare un confronto con l'arte di questo giovane e tormentato artista, troppo debole per trovare pace se non nell'alcool e nell'impeto della sua arte. I due si confrontano, si mescolano, si incastrano, con un'intensità differente, forse più pregnante di quella che unisce Munch a Tullik, la loro vita si intreccia e vive dei colori l'una dell'altra: diventa brillante, tonale, pura quando Munch vive l'apice dell'amore con la sua musa; cupa, materica, opaca quando l'artista è stretto nella morsa del suo dubbio; infine diventa satura e si rompe quando l'artista parte dal villaggio, pronto per andare in una Berlino desiderosa di conoscere la sua arte. Così Lisa Stromme fa parlare Johanne attraverso i colori: "linee color talpa, rosso mattone e beige. La spiaggia sotto il sole. Mi sono voltata, le ho voltato le spalle. Ho voltato le spalle alla mia famiglia. Mi sono addormentata nell'acqua verde, nel tanfo della palude. Sento Thomas dietro di me, che mi chiama. La voce è color crema. Grano. Sabbia. Non mi giro. Le ombre sono più scure. Marrone chiaro. Fulvo.
Mi muovo attraverso il colore. Percepisco attraverso il colore. Il fondo dell'oceano, dal verde al rosso. Corallo e rame. Strati. Strati come la sabbia e il limo. Come Munch e Tullik, blu foglia di tè e rubino. Ragna: nero. Julie: oliva. Caroline: marrone. Milly: dal bianco al grigio. E io: giallo. Ritorno al sole, alla luce. All'amore. Sotto attirata verso il fuoco. La fonte della vita. La fonte dell'anima in cui tutto è collegato, tutto è uno. Tutto è il colore dell'amore." La ragazza delle fragole è un libro tratto liberamente da un episodio poco noto della vita di Edvard Munch, reso attraverso un entusiasmante brano di letteratura, suggestiva e romantica, ma soprattutto una coinvolgente descrizione di uno degli artisti più travagliati del secolo scorso. L'autrice concentra la narrazione sulla cultura norvegese, chiude la storia di Munch tra le vie e i boschi di Åsgårdstrand, non lascia traccia di ciò che succede al di fuori della Norvegia, dove l'Espressionismo, soprattutto tedesco, si nutriva della deformazione espressiva della forma e del colore di Munch per interpretare l'angoscia esistenziale dell'uomo. Tuttavia, Stromme rende visibile (o per meglio dire leggibile) le riflessioni di Munch sull'emblematica crisi dei valori etici e religiosi, sulla solitudine umana che incombe sulla morte, sull'incertezza e sulla disumanizzazione della società sempre più borghese e militarista, riflessioni confermate nella loro più alta espressione nella notissima tela de L'Urlo. "Guardai il dipinto e rabbrividii. La figura astratta, né uomo né donna, aveva assunto contorni scheletrici, la testa era un teschio con gli occhi vuoti, infossati. Si teneva le mani sulle orecchie e, un urlo pareva sgorgare fuori dalla bocca spalancata. Mi sembra che qualcuno mi avesse colpita con violenza allo stomaco. Avrei voluto scapare. Riconobbi Tullik in quell'immagine. Il cielo coperto da fiamme rosse e arancione era come le onde dei suoi capelli, l'angoscia sul viso della figura era ciò che avevo visto in lei. Le strisce verdi intorno al naso e alla bocca erano identiche alla sua malattia e la maniera in cui Tullik si era coperta le orecchie con le mani somigliava in modo inquietante al soggetto del quadro." Johanne conclude: "la profondità e l'intensità delle emozioni dell'Urlo. Era come se stessi rubando un sentimento, l'anima di Munch." Chi legge La ragazza delle fragole, avrà infatti modo di scoprire l'anima di Edvard Munch, di darsi alcune risposte per comprendere la pittura di questo grande e controverso maestro, assaporandone la follia, il tormento, ma anche la genialità!.

Autore: Lisa Stromme
Titolo: La ragazza delle fragole
Editrice: Giunti
Prezzo: 6,90 euro




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