Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno V - n.21 - Settembre-ottobre 2009
NOTIZIE ed EVENTI  

LE MOSTRE
di Artemisia

"Oltre la mostra"-Patrick Alò-Basaldella-Fini-Migneco-Tiffany-da "Courbet a Picasso"


in Italia


“Oltre la mostra”
Lezioni d’arte a Roma



A Roma, il 19 ottobre 2009 , presso l'Auditorium Museo dell'Ara Pacis, si inaugura un progetto intitolato “ Oltre la mostra. Lezioni d'arte a Roma”, curato dalla storica dell'arte Fabiana Mendia .
Nato per presentare le mostre dei principali musei d'arte italiani, il progetto si rivolge a un pubblico di conoscitori, appassionati e curiosi per offrire delle chiavi di lettura, per comprendere i linguaggi degli architetti, pittori e scultori dal mondo antico al contemporaneo, attraverso l'acquisizione di conoscenze storico-artistiche, di metodologie e con l'obbiettivo di stimolare l'esperienza personale dell'approfondimento e del piacere dell'arte.
Testi, immagini e filmati raccontano artisti e opere d'arte nell'arco di quattro incontri :
il primo appuntamento del 19 ottobre 2009 riguarda “ L'architettura di Michelangelo negli anni della maturità ”, un'indagine sull'opera dell'artista che parte dal progetto per la tomba







San Pietro: la cupola michelangiolesca, Roma

di Giulio II per arrivare al trentennio romano e alla complessa attività del genio toscano, ricca di innovazioni sintattiche e tecnologiche.
Il secondo appuntamento è il 2 novembre con “ La decorazione parietale romana delle domus e delle ville patrizie in età imperiale ”, un cammino artistico che dai primi tentativi di rappresentazioni illusionistiche parietali giunge alla bellezza della pittura del periodo augusteo, ai ritratti del Fayyum,fino alle ricostruzioni di città sepolte.
Il terzo appuntamento è il 16 novembre con “ Indagini di Caravaggio e Bacon nelle pieghe della realtà contemporanea”, in cui verranno trattati i temi sacri, gli atti dissacratori, la figura umana, il naufragio esistenziale nell'opera di Francis Bacon, posti a confronto con le opere del grande Maestro lombardo, presenti nell'importante mostra che si tiene alla Galleria Borghese.
Per ultimo, il 30 novembre 2009 “ L'esperienza parigina di Boldini, De Nittis e Zandomenighi ”, sarà l'ocasione per analizzare l'opera degli artisti alla luce di suggestioni realistiche e impressioniste provenienti dalla capitale francese, cui i tre pittori guardarono come fonte utile per sprovincializzare la pittura italiana di fine Ottocento.

Le lezioni d'arte, che si tengono a Roma, al Museo dell'Ara Pacis, iniziano alle ore 18,30 con ingresso libero.


Il manifesto del progetto romano, a cura di Fabiana Mendia



Patrick Alò e il dialogo con l’antico


A Roma, nella nuova sede della Galleria “Le Opere”, è stata inaugurata l'interessante mostra Alògia di Patrick Alò, giovane scultore, nato a Roma nel '75, impegnato da 10 anni con successo nell'attività espositiva.
L'arte di Patrick ha la singolarità di colpire il fruitore con un dualismo che può sembrare a prima vista antitetico: da una parte il mito, con la forza della sua millenaria tradizione, dall'altro il mondo della tecnologia, approcciato da un artista pienamente inserito nella realtà del XXI secolo. Riciclando con rara perizia il materiale ferroso più svariato, quello che stimola la sua fantasia immaginifica, l'artista, novello Efesto, crea sculture di centauri, cavalli, mostri mitologici, dei ed eroi della classicità (Prometeo, Pan, Chirone, la Chimera..), assemblati in una “fisicità” inedita ed inquietante. Rinunciando al materiale classico, con un'operazione non certo nuova nel panorama dell'arte del ‘900 (dalla “Capra” di Picasso agli esempi dell'arte povera), Patrick attua una scelta priva di polemica nei confronti della società tecnologica, nemmeno inseribile in un'estetica dadaista. Il materiale ferroso recuperato, infatti, viene disposto con equilibrio ed eleganza nello spazio a comporre forme verosimiglianti, ma sempre costruite con il rispetto delle proporzioni ed un'estrema cura del particolare. L'immagine che ne scaturisce è un'ingegnosa attualizzazione dei modelli antichi, mentre il mondo tecnologico, i relitti della nostra storia, riprendono miracolosamente nuova vitalità senza conservare il sapore amaro di scorie o di rifiuti, ma risultando come “impronte” di un vissuto capace di rigenerazione.
L'atto dell'artista, in questa operazione coraggiosa, dona dignità e significanza a tutto ciò che l'uomo moderno produce per la sua vita, quasi che dal riciclaggio dell'umile materiale utilizzato per la quotidianità, si possa inventare una più potente dimensione artistica, senza mai dimenticare la lezione del passato.
Patrick ha scoperto qualcosa – recita Antonio Rocca nella presentazione del catalogo della mostra romana- nelle carcasse di fabbriche abbandonate,






Patrick Alò: Prometeo 2007, assemblaggio di parti ferrose recuperate




P. Alò: Testa di cavallo 2009 - assemblaggio di parti ferrose recuperate
nei luoghi della rimozione, nei territori attraversati dagli avvoltoi dell'archeologia industriale, Patrick ha scoperto, ha inventato, ha trovato dentro di sé le tracce di una specie alla quale appartiene”.
Nel fondere e reinterpretare gli oggetti più diversi, l'artista sceglie spesso di rappresentare “metamorfosi”, proprio perchè nell'assemblaggio della materia recuperata dall'oblio i soggetti che rimandano ad un concetto di mutazione sembrano trovare la migliore espressione contenutistica oltre che formale. Automi, esseri mutanti, animali metallici, dalle forme aggressive e dalle inconsuete dimensioni, propongono un'archeologia della contemporaneità che spiazza, sbalordisce, ma soprattutto convince.


Patrick Alò: “Alògia”, Galleria Le Opere,
Via di Monte Giordano 27, Roma
fino al 31 ottobre 2009
www.patrickalo.org
www.gallerialeopere.it

P. Alò: Chimera 2009 - assemblaggio di parti ferrose recuperate




Dino Basaldella


A Matera, nel Museo della Scultura Contemporanea (MUSMA), inaugurato tre anni or sono, si è conclusa , nell'ambito de “Le Grandi Mostre nei Sassi”, la mostra dedicata a Dino Basaldella , nel centenario della sua nascita. Curata da Giuseppe Appella, l'esposizione ha voluto chiarire il destino individuale del maggiore dei Basaldella, fratello di Afro e di Mirko ed evidenziare l'importanza e la validità artistica del suo lavoro.
Ben 80 sculture, 50 disegni e 21 gioielli datati 1924-1975, provenienti da Musei e collezionisti privati, oltre ad un ricco apparato di documenti e video, spesso inediti, hano messo in luce una sorta di nomadismo culturale che ha proposto problemi e aspetti relativi ai rapidi cambiamenti che nei decenni si sono verificati nel linguaggio artistico di Basaldella. Evidente, in Dino, fin dalle prime sculture il desiderio di rottura con l'accademismo e una sottile vena romantica che mentre lo sollecita a respingere la forma, lo incita verso effetti cromatici. Ciò è possibile anche per l'evidente maestria artigiana, coltivata con lo zio orefice, e una non comune capacità di lavoro che lo porta a sculture come Lo Squalo, realizzato in legno ed esposto alla Biennale di Venezia del ‘36.
Dopo l'adesione al post-cubismo, avviene il trapasso verso forme più consone al tempo, realizzate con tronconi di ferro desunti dai rifiuti delle officine industriali e connessi ad altri elementi tranciati con energia e definiti in una forma tanto nuova da distaccarlo immediatamente da tutti i riferimenti identificabili: Picasso, Gonzales, David Smith, Colla. L'unico punto di contatto non è il surrealismo o il dadaismo, ma il collage dei cubisti, capace di dare al brandello di macchina e allo spezzone di ferro una nuova verginità, tale da proporre senza soste un inedito repertorio di forme aggressive, aperte alla fantasia dell'invenzione, la sola capace di rendere plastica la materia bruta.
L'esordio dell'artista, nato a Udine nel 1909, è del 1928, con la “Scuola Friulana d'Avanguardia”;dal 1930 al 1935, a più riprese, soggiorna a Roma; mentre le prime influenze di Medardo Rosso sono sostituite dall' interesse per Arturo Martini, presso il cui studio lavora il fratello Mirko. Nel ‘35 è presente alla II Quadriennale di Roma con il Pescatore di anguille e nel ‘36 alla Biennale di Venezia e alla Sindacale di Udine con Lo squalo. Ritornerà a Roma per la Quadriennale del '39. I vivi interessi neo-naturalistici sono approdati a un modellato di ascendenza impressionista e alle luminosità care alla Scuola Romana. Intanto la produzione orafa, così originale e significativa, si è affiancata a quella scultorea vera e propria.
Nel 1944 tiene la sua prima personale a Udine. Agli inizi degli anni Cinquanta si accosta all'esperienza post-cubista e partecipa alla X Triennale di Milano. Scopre il ferro quale personale strumento espressivo e, dopo la sua prima personale a Roma nel '61, si presenta negli USA in varie mostre, che si susseguono senza sosta in Europa e in Italia, fino alla morte, avvenuta a Udine nel ‘77 .
La mostra, allestita da Alberto Zanmatti nelle Chiese rupestri Madonna delle Virtù - S. Nicola dei Greci (grandi sculture) e nelle Sale espositive del Musma (piccole sculture, gioielli, disegni), è stata inserita nell'elenco dei grandi eventi dell'Azienda di Promozione Turistica di Basilicata.







L'allestimento della mostra nella chiesa rupestre di Matera






D. Basaldella: Omaggio, acciaio, 1962






Ritratto di Afro, bronzo, 1939


Lo squalo, legno 1935








Rapace: spilla in oro, turchese e perla, 1960
“Dino Basaldella”, MUSMA e Chiese rupestri, Matera, fino al 3 ottobre 2009
info@lascaletta.net - www.lascaletta.net
m.deluca33@virgilio.it
ufficiostampa@resolvis.it


Leonor Fini, "l’Italienne de Paris"


A Trieste, nel Museo Revoltella, si è conclusa con successo la mostra Leonor Fini. L'Italienne de Paris , in cui sono state esposte ben 150 opere di un'artista che, arrivata piccolissima da Buenos Aires, trascorse qui la sua infanzia ed ebbe la prima formazione artistica. A Trieste Leonor visse il cosmopolitismo di una città culturalmente vivissima agli inizi del '900, frequentando Joyce, Saba e Svevo, cui dedicò un intenso ritratto, ma anche gli artisti locali, sempre insofferente delle convenzioni ed affascinata dal nuovo, fossero anche le teorie freudiane che allora arrivavano dalla parte orientale dell'ex Impero. Scoperta la pittura, Leonor lasciò Trieste per Milano, dove fu allieva di Achille Funi sino ad un'epica lite con un'altra grande donna sulla scena, Margherita Sarfatti. Ma ciò che cercava era a Parigi, dove la pittrice giunse nei primi anni ‘30 ed iniziò un'avventura di successi. La definirono “splendida diavolessa”: per Marx Ernst era “la Furia italiana di Parigi”: bellissima, cosmopolita, gran sacerdotessa delle feste pagane di una Parigi ancora capitale culturale d'Europa, Leonor affascinava il mondo con la sua personalità e con la sua pittura. Erano opere di un simbolismo tutto suo, popolate di donne-gatto, sfingi, giochi di specchi e di doppi, femmine dominanti e maschi quasi assessuati. Dipinti che per Jean Cocteau erano l'espressione di un “realismo irreale” o di un “soprannaturale che era per lei reale”. Per Ives Bonnefoy, che come Cocteau la conobbe bene, quella di Leonor era una “pittura ai limiti del nostro mondo”!
Bella e dannata, affascinò Dalì, Man Ray, Giacometti, Magritte, Ernst, Paul Eluard; il bel mondo faceva la fila per un suo ritratto e per anni vendette molto più di Picasso. Dopo Parigi conquistò New York, con una memorabile mostra al MOMA, ma l'attendeva un rientro trionfale: alla “sacerdotessa nera” Gabriel Poumerand dedicò persino un film, “Leggenda crudele”.
Negli anni della guerra visse a Roma, città che amò ma che dovette sembrarle un po' provinciale rispetto alle grandi capitali del mondo. Qui frequentò Moravia, Fellini, Mario Praz, Fabrizio Clerici, la Morante e fece ritratti celebri come quelli di Alida Valli e della Magnani. Poi ancora Parigi e l'allargarsi dei suoi interessi alle arti applicate, alla fotografia, all'illustrazione di testi che le furono cari, dall'amatissimo Divin Marchese e ad Allan Poe, ai suoi amici scrittori e poeti. Scrive ed illustra lei stessa dei libri e s'interessa di scenografie: Balanchine, Camus, Genet e Giorgio Strehler, ma anche di arti applicate, di maschere (da gatto, naturalmente), di profumi, di vini….
Viveva con i suoi innumerevoli gatti, ma continuava ad amare solo gli uomini-cane che, obbedienti e festosi, accorrevano ai suoi comandi, uomini dominati dalla sua bellezza forte e inquietante, tramandata da uno dei più sensuali nudi di Henry Cartier Bresson.
Dentro intanto covava una melanconia profonda, il corteggiamento della morte, come annotò Jean Genet, in un “teatro tragico” che indagò anche con la psicanalisi. Non è forse un caso se, dodicenne, abbia avvertito l'impulso di passare ore nella sala d'esposizione dell'obitorio di Trieste, affascinata dai morti “sontuosamente vestiti”. “Più tardi – è lei stessa a raccontarlo – smisi di osservare i morti, ma continuai sempre ad ammirare la perfezione degli scheletri”.
Emula di un'altra Divina, la Garbo, Leonor Fini viveva fortemente il suo mito, senza nascondersi però, cercando anzi le luci di un palcoscenico di cui non era più protagonista, quando il sipario calò per sempre in un freddo gennaio del 1996, consegnandola alla leggenda.
La singolare e inedita mostra è curata da Maria Masau Dan, Direttore del Museo Revolterra, con la collaborazione di studiosi italiani e francesi.







Autoritratto col cappello rosso, 1968



Ritratto di Italo Svevo, 1928



L'entracte de l'apotheose, 1935
LEONOR FINI. L'Italienne de Paris,Trieste, Museo Revoltella.
Fino al 4 ottobre 2009
www.museorevoltella.it
revoltella@comune.trieste.it

Migneco europeo: il destino trafitto.

A Taormina, nella chiesa del Carmine, si sta svolgendo la mostra “ Migneco europeo ”, che Taormina Arte dedica al Maestro siciliano del Realismo, dopo ventisei anni dall'unica grande antologica che Messina gli tributò nel 1983.
L'esposizione, curata da Lucio Barbera e Anna Maria Ruta, torna a riflettere sull'opera dell'artista per mettere in rilievo quella che è sempre rimasta la parte in ombra di Migneco. Non più il realista che aveva lottato contro il Fascismo, conoscendo per questo anche il carcere e si era battuto per la libertà; né colui che si era immedesimato nella sofferenza degli umili, i contadini, i pescatori, le spannocchiatici delle sue tele, o l'isolano che, pur essendo andato molto giovane a Milano, aveva portato sempre con sé la sua Sicilia, come rimpianto, nostalgia, evocazione. Quello che la mostra di Taormina vuole sottolineare è invece la dimensione europea di Giuseppe Migneco, di un artista che, senza nulla perdere della sua sicilianità, aveva aperto le finestre sull'arte dell'Europa, a cominciare da Van Gogh, la cui suggestione chiara si avverte nelle prime opere di accento fortemente espressionista, affidate ad una pennellata contorta e sofferta, con colori bruciati di giallo e di un verde marcio che tendeva al nero.
Figlio di un capostazione, come Quasimodo e Vittorini, Migneco non fu soltanto il pittore che dialogava con gli artisti di “Corrente”, ma un artista che viaggiava continuamente con la sua pittura impegnata, fino a giungere, intorno agli anni Sessanta-Settanta, a quella spietata e acre critica contro la società del falso benessere. E' stato quello il tempo in cui il suo linguaggio si fa scarno, con linee secche e nervature nere che definiscono le forme entro uno schema di rigida tessitura, con toni cromatici lividi e freddi, quasi slavati, che fanno pensare alle immagini raggelate di Bernard Buffet.
Poi ci fu l'ultima sua vibrante stagione, in cui, quasi abbandonando tutte le speranze di riscatto in cui aveva creduto, l'artista riflette sulla sconfitta personale e collettiva di un mondo divenuto indifferente e violento. E' proprio alla fine degli anni Settanta e nei primi anni Ottanta che Migneco sembra riflettere sul “ destino trafitto ” e sul presagio di morte, facendo ricorso ad una figurazione claustrofobica, dai colori violenti (il rosso violaceo, i blu netti) che fanno pensare alla tragica solitudine di Francis Bacon.


”Migneco Europeo”.Taormina, Chiesa del Carmine.
Fino al 1 novembre 2009.








Cacciatori di lucertole, 1942. Collezione privata






Pescatore e bambino, 1946. Collezione privata






Le sementi, 1958. Collezione privata



Il pescatore verde, 1975. Coll. privata








Gli ospiti non vengono più, 1981. Coll.privata

All'estero

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Tiffany: colori e luce.


A Parigi, presso il Musée du Luxembourg, si è inaugurata il 16 settembre la mostra “ Louis Comfort Tiffany. Colori e luce ”, prima esaustiva esposizione europea dal 1900, che riunisce 160 opere, tra vasi, vetrate, gioielli, mosaici, acquerelli e foto d'epoca. L. C.Tiffany (1848-1933), fondatore della celebre Maison Tiffany & Co a New York, è stato una personalità tra le più talentose del suo tempo. La sua sensibilità per il colore e per la composizione, la sua passione per l'esotismo e le sue innovazioni nell'ambito del "vetro" fanno di lui un capofila del design americano, la cui reputazione si estese alle grandi capitali europee.
L'ornamentazione sontuosa, il lavoro accurato, gli effetti spettacolari di luce e di colori che caratterizzano la sua produzione (vasi in vetro soffiato, vetrate, lampade ed oggetti vari) lo pongono al centro dei movimenti artistici della sua epoca, da Arts & Crafts fino all'Art Nouveau ed al Simbolismo. Le opere esposte rivelano con chiarezza l'importante contributo dato da questo artista-creatore sia all'industria del vetro, sia alle arti decorative dalla fine del XIX secolo agli inizi del XX°.
Divisa in 6 tematiche, l'esposizione comincia con l'inizio della carriera di Tiffany: i suoi soggiorni in Europa, in particolare a Parigi, dove studia pittura presso l'atelier di Léon Charles Bailly, poi il suo crescente interesse per l'arte del vetro, il suo lavoro di decoratore d'interni per influenti clienti americani, le sue relazioni con il mercante d'arte parigino Siegfried Bing, che contribuisce al suo successo europeo. E' poi la volta della creazione delle vetrate, che rappresentano un aspetto essenziale e poco conosciuto della sua produzione, seguite dai vasi in vetro "Favrile", dalle forme organiche e dai forti contrasti di colore; infine l'espansione dell'impresa dovuta soprattutto al commercio delle lampade e degli oggetti decorativi in tutta Europa.
Prestate dai più prestigiosi musei del mondo (Metropolitan Museum di New York, Ermitage, Musée d'Orsay, etc.) le opere esposte includono anche pezzi inediti provenienti da collezioni private.
Il Musée du Luxembourg ha organizzato questa mostra in collaborazione con il Musée des Beaux Arts de Montréal; dopo Parigi, dal 11 febbraio al 2 maggio 2010 l'esposizione si trasferirà a Montréal, poi a Richmond (Stati Uniti) nel Virginia Museum of Fine Arts fino al 15 agosto 2010.
Rosalind Pepall è la curatrice dell'interessante mostra parigina, in collaborazione con commissari internazionali, tra cui Martin Eidelberg, esperto dell'opera di Tiffany e professore di Storia dell'Arte nell'Università del New Yersey.

“Louis Comfort Tiffany. Colori e luce”,
Musée de Louxembourg, Paris
Fino al 17 gennaio 2010
info@museeduluxembourg.fr











Encrier, c.1900-1903 Verre, argent Newark, The Newark Museum Don de Mr. And Mrs. Ethan D. Alyea, 1967 ©Photo : The Newark Museum






Lampe " Glycines", c.1901 Verre Favrile, plomb, bronze Richmond, The Virginia Museum of Fine Arts Don de Sydney et Frances Lewis ©Photo : Katherine Wetzel




(Monture en argent de Edward Colonna) Vase, c. 1897-98 Verre, monture en argent, opales Collection particulière ©Photo : DR

Vase, c.1900 Verre Favrile New York, The Museum of Modern Art Don de Alfred H. Barr, Jr., 1979 © The Museum of Modern Art/Licensed by SCALA / Art Resource, NY






Fenêtre du "Bella Apartment", c.1880 Verre, plomb New York, The Metropolitan Museum of Art, Don de Robert Koch, 2002 ©Photo : The Metropolitan Museum of Art





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A Martigny: “Da Courbet a Picasso”



A Martigny (Svizzera), la Fondation Pierre Gianadda presenta la mostra Da Courbet à Picasso che espone opere provenienti dal Museo di Belle Arti Pushkin di Mosca e copre il periodo più significativo tra la seconda metà del XIX secolo e i primi tre decenni del XX, attraverso la storia del collezionismo in Russia. Le opere, capisaldi delle tendenze artistiche dell'epoca, spaziano dal realismo all'impressionismo, dal postimpressionismo alle prime sperimentazioni dell'avanguardia europea. Il periodo affrontato coincide con lo sviluppo in Russia delle forze creative e sociali, che ha sollecitato l'attenzione verso le novità, indirizzando i collezionisti verso le esperienze più significative dell'arte straniera. Le opere presentate, infatti, sono state acquisite a Parigi da raffinati collezionisti moscoviti d'arte contemporanea, come Sergei Tretiakov o Sergei Šchukin.
La mostra si apre con opere di Camille Corot, artista lirico e introverso, cui seguono tele di Gustave Courbet, maestro del realismo, per continuare con lavori dei pittori impressionisti: Eduard Manet, Edgar Degas, Auguste Renoir, le Nymphéas blancs di Claude Monet, i paesaggi di Alfred Sisley e di Camille Pissarro. A seguire la coinvolgente e disperante Ronde des prisonniers di Vincent Van Gogh, una delle opere più celebri nella storia mondiale dell'arte, mentre il misterioso paesaggio Vairaumati tei oa illustra in modo esemplare il periodo tahitiano di Paul Gauguin. Seguono opere di Paul Cézanne, dal linguaggio essenziale e pre-cubista, del Simbolismo francese, rappresentato da Pierre Puvis de Chavannes, mentre le tele di Henri Matisse e di Pablo Picasso, che Sergei Šchukin conosceva personalmente, costituiscono la parte più celebre della collezione del Museo. Si tratta delle prime prove di Matisse nell'ambito del fauvismo e di opere mature, come Les Capucines à la danc, e di capolavori di Picasso, tra cui Arlequin et sa compagne, dei suoi inizi cubisti. La sezione dedicata al Cubismo si completa infine con un famoso dipinto di Georges Braque, Le chateau La Roche-Guyon.
Una parte importante dell'esposizione è dedicata al tema del “primitivismo” con opere come La Muse inspirant le Poète di Henry Rousseau, prima versione del suo celebre dipinto. Nell'ambito del paesaggio spiccano le tele di André Derain, espressionista ante-litteram, mentre la Parigi di fin de siécle trova una narrazione raffinata e malinconica nelle opere di Maurice Utrillo. Dunque una panoramica suggestiva di capolavori d'arte europea in una mostra che, curata da Irina Antonova, direttrice del Museo Pushkin, si chiude con un gruppo di opere che ricordano il periodo post-rivoluzionario delle collezioni moscovite.




Paul Gauguin, Vaïraumati tei oa, 1892 Olio su tela, © Museo Statale di Belle Arti Pushkin, Mosca



Vincent Van Gogh, La ronde des prisonniers, 1890 Olio su tela, © Museo Statale di Belle Arti Pushkin, Mosca


Henri Matisse, Les Capucines à la danse, 1912 Olio su tela, © Museo Statale di Belle Arti Pushkin, Mosca





Pablo Picasso, Arlequin et sa compagne, 1901 Olio su tela, c© Museo Statale di Belle Arti Pushkin, Mosca
“Da Courbet a Picasso”,
Fondation Pierre Gianadda, Martigny (CH).
fino al 22 novembre 2009
info@uessearte.it - www.gianadda.ch


(La riproduzione in capo alla pagina è la copia dell'autoritratto di Artemisia Gentileschi, disegnata dalla restauratrice Francesca Secchi)


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