Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno VII - n.30 - Ottobre-dicembre 2011
NOTIZIE ed EVENTI  

LE MOSTRE di Artemisia

In Italia: J. Frankfurter - I. Mitoraj - J. Grego - M. Gracceva - L.G. Micucci
            
All'estero: Rubens, Van Dyck & Jordaens



in Italia




I dipinti di JACK FRANKFURTER

A Roma, presso la Galleria Le “Opere” si sta svolgendo un’interessante retrospettiva del pittore Jack Frankfurter, dal titolo “Un artista americano a Roma”. Nato a Vienna nel 1929 da una famiglia di emigrati a New York, l'artista si è laureato al City College della città americana e alla Columbia University. Il suo talento pittorico è stato riconosciuto molto presto, procurandogli l'invito ad esporre in prestigiose mostre al Whitney Museum, all’American Academy, e nel gruppo dei "Magic Realists", alla Edwin Hewitt Gallery di New York. Dopo un anno d'insegnamento all’Auburn University e un anno trascorso disegnando per Tiffany & Co, Frankfurter è partito per l'Italia con un finanziamento del governo USA per un periodo di tre anni di perfezionamento presso l’Università di Roma. Qui ha esordito con una personale presso la Galleria dell'Obelisco, seguita da tante altre mostre svoltesi negli anni ’60/'70, che gli hanno procurato notevole popolarità e successo.








J. Frankfurter: Americani, olio su tela, 1980

L'artista ha continuato nel contempo ad esporre all’estero: a New York, Londra, Palm Beach, Beverly Hills, ma ha anche partecipato alla X' Quadriennale di Roma ed alla II Biennale di Lignano. Lo Springfield Museum of Art ha allestito la sua prima retrospettiva in seguito alla quale le sue opere sono state acquistate da vari musei e collezionisti in tutto il mondo. Concomitante alla sua pittura, Jack Frankfurter continua con successo il lavoro di scenografo teatrale. Il pittore vive a Roma pur conservando la residenza a New York, dove è rappresentato dalla Peter Findlay Gallery.
La presente mostra alla Galleria "Le Opere" è una selezione di dipinti per una retrospettiva che copre più di cinquant'anni d’attività romana. Così scrive nella presentazione il curatore della mostra Luca Arnaudo: “ La nuova mostra di Jack Frankfurter costituisce un momento importante di sintesi e ridefinizione della sua lunga carriera. Se, infatti, Frankfurter si è conquistato da tempo un luogo personale nella tradizione della vedutistica fantastica, “le Urban Archeologies” forzano i soggetti del paesaggio e della rovina per condurre un’inedita, intensa riflessione sul tempo e sulla storia. L'artista ha sempre dimostrato di saper padroneggiare con gusto l'attitudine barocca. Ora le nuove opere mantengono il virtuosismo compositivo e coloristico della sua pittura precedente, ma insieme, ne accentuano il sentimento della transitorietà, concentrandosi sulle polveri d'imperi ormai caduti. La natura, sovranamente indifferente agli umani sogni e destini di grandezza, si fa così largo tra le vestigia più riconoscibili di tali imperi-le pietre di Roma, la vecchia, amata New York, le insegne luminose di Las Vegas…- e lentamente si riappropria dello spazio intorno; quanto agli uomini, essi sono al più figuranti, comparse teatrali. Quel che s'intende è sopratutto silenzio: compagno ideale, come nella migliore invenzione romantica, della quieta meditazione a cui Frankfurter ci introduce con maestria”.( Luca Arnaudo)




Le Archeologie Urbane n.XLIII, 2008
Le opere di Frankfurter rivelano una natura nostalgica, una vena decadentista che esalta il sentimento di solitudine attraverso l’enigma e la combinazione di elementi discordanti i quali inquietano ed attraggono al contempo. La tecnica analitica dell’Artista sbalordisce, soprattutto quando ingigantisce a dismisura rovine urbane e brandelli di una società industriale, immersa in una spettrale desolazione, dove si scorgono resti di antichità semi-distrutti ed abbandonati. La sensazione comunicata al fruitore è quella di un'avvenuta catastrofe, di un day after immaginato senza tuttavia che venga alterata la bellezza delle cose, che l’Artista ama e preserva in ogni momento della sua attività pittorica.


Le Archeologie Urbane n.XLII, 2008




Le Archeologie Urbane n.XLIV, 2011




La mostra proseguirà fino al 10 dicembre 2011(dal giovedi al sabato).
Jack Frankfurter,“Un artista americano a Roma”,
Galleria Le “Opere”, via di Monte Giordano 27, Roma.

info@gallerialeoperte.it
www.jackfranfurter.com



Igor Mitoraj: “Dialoghi etruschi”


A Sarteano, in provincia di Siena, nel Museo Archeologico e nella Piazza del bel paese toscano, si sta svolgendo la mostra Dialoghi etruschi del celebre scultore Igor Mitoraj . Nel locale Museo, tra i reperti etruschi provenienti dal territorio, sono esposte tredici opere del Maestro, mentre due monumentali bronzi sono già visibili nella centrale piazza, sotto le logge del settecentesco Teatro degli Arrischianti. Un evento di grande rilievo che vede un nuovo connubio, dopo l'esposizione all'Archeologico di Firenze del 1999, tra le sculture, le ceramiche, le pitture prodotte dagli Etruschi e l'arte ispirata al linguaggio classico di Igor Mitoraj. Come dimostra, infatti, la suggestiva esposizione ancora in corso alla Valle dei Templi di Agrigento e la laurea honoris causa in archeologia, assegnata di recente al Maestro dall'Università del Salento, il contatto tra l'archeologia e il grande scultore polacco non è una “contaminazione”, ma un dialogo aperto.
Le opere si snodano lungo il percorso del Museo: dalla bella testa di San Giovanni che accoglie il visitatore, all'inquietudine delle teste fasciate con splendida patina azzurra della Città Perduta VIII nella sala della tomba dei canopi (ossuari in forma umana di VII sec. a. C.) di Macchiapiana, all' Osiride Addormentato Screpolato, che con






Alexandra. Bronzo, 1981. Sullo sfondo i serpenti della Tomba della Quadriga Infernale. © foto Mario Ciampi


la sua superficie scabra e frammentata e la sua patina nera ricorda i buccheri delle vicine vetrine della necropoli della Palazzina, o i Cacciatori di Gorgona, inseriti all'interno della suggestiva ricostruzione a grandezza naturale della straordinaria Tomba dipinta di IV sec. a. C., detta della Quadriga Infernale, rinvenuta a Sarteano nel 2003. In un continuo rimando, come tra il ritratto in marmo di epoca giulio-claudia e l'armoniosa e perfetta testa di Alfeo, di sublime bellezza, o il Vaso Etrusco, un bronzo che riprende in pieno la forma di un'olla di VIII sec. a. C., inserendo al suo interno visioni di Ermafroditi e serpenti, fino ad opere meno note del primo periodo come la Alexandra, che il maestro ha voluto sulla copertina del catalogo con lo sfondo dei serpenti della Tomba della Quadriga.
Come scrive il direttore del Museo di Sarteano nell'introduzione al bel catalogo pubblicato dalla Fondazione Musei Senesi: “L'arte di Mitoraj, perfetta e frammentata, rigorosa e onirica, parte solo idealmente dall'archetipo dell'arte classica per darne una visione postmoderna, frutto di un' elaborazione surrealistica e come tale comunicante messaggi che vanno oltre la perfezione delle forme, nella suggestione delle sue teste bendate, nella frammentarietà dell'opera solo apparentemente archeologica e temporale, ma in realtà eterna, nelle finestre modernissime e quasi cubiste che interrompono la perfezione dei corpi e delle forme per portarle dall'antichità all'oggi”.


Jgor Mitoray: Donne I. Ghisa, 1989. © foto Mario Ciampi. Museo Archeologico di Sarteano (SI) -



Alfeo. Bronzo, 2008. © foto Mario Ciampi


Inserita nell'ambito della manifestazione Archeo Fest, organizzata e finanziata da Vernice Progetti e Fondazione Monte dei Paschi di Siena, insieme a Fondazione Musei Senesi e al Comune di Sarteano, la mostra rientra in un progetto ampio di valorizzazione del patrimonio archeologico del territorio del sud senese, che ha già visto l'inaugurazione di esposizioni a tema archeologico a Chianciano, che è l'epicentro dell'iniziativa, a Cetona, Chiusi e Montepulciano e che raggiungerà il suo apice con una serie di incontri, convegni e un forum del volontariato archeologico tra fine settembre e la prima settimana di ottobre.

"Dialoghi etruschi" di Igor Mitoray, Museo archeologico e Piazza di Sarteano (SI), fino al 8 ottobre 2011
info.museo@comune.sarteano.si.it
museo@comune.sarteano.si.it




Jonathan Grego. "Arte da gioco"

A Roma, presso la Galleria d'Arte L'Acquario, s'inaugura il 22 ottobre 2011 la mostra di pittura di Jonathan Grego "Arte da Gioco", curata da Bruna Condoleo. Prima mostra del giovane pittore londinese di nascita, ma romano d'adozione, espone 12 grandi tele dipinte ad olio, smalti e collage. Così analizza la sua arte la curatrice nella presentazione del catalogo. "Gusto del collage e humour sottile sono componenti essenziali, del linguaggio di Jonathan Grego, creativo a tutto tondo, i cui interessi spaziano dalla pittura al design alla composizione musicale, in un circuito artistico alimentato dalla curiosità oltre che dalla ricerca di sperimentazione. Pur privilegiando la pittura ad olio, dunque una tecnica antica, da sempre lo ha affascinato il mondo delle Avanguardie storiche, soprattutto il Surrealismo, mentre la Pop art americana e il graffitismo lo intrigano costantemente. Le sue esperienze di vita e le predilezioni pittoriche, intrise di una naturale tendenza ad irridere i disvalori del mondo attuale, si traducono nelle tele di Grego in forme semiserie, ludiche ricostruzioni della realtà in cui viviamo. Nelle immagini che alludono ai vizi del potere, alle limitazioni delle libertà individuali, ai falsi riti contemporanei non traspare alcuna intenzione sarcastica: egli è uno spettatore attento della vita da cui immagazzina stimoli, luoghi comuni, comportamenti e mode con un atteggiamento volto alla positività, ovvero prendendo atto della quotidianità con quell' ironia e quel distacco che da sempre sono le caratteristiche dell'intelligenza e del saper vivere.








Serial painter, 2011

L'utilizzo di materiali tratti dal quotidiano, come pennelli, banconote, giornali e fumetti, segnali stradali, pacchetti di sigarette, carte geografiche e carte da gioco, grazie alla tecnica del collage abbinata alla pittura ad olio e agli smalti, trasforma i quadri in un colorato mix di elementi eterogenei, unificati, però, da un'organica struttura compositiva. Le allusioni ad opere ormai consacrate icone dell'arte, mentre rivelano l'intenzionale discendenza da un'idea già concretizzatasi, se ne distanziano per l'uso libero e spregiudicato che Grego fa di tali plateali riferimenti. Un esempio: nella tela intitolata Ceci n'est pas un Magritte, egli gioca sulla trasformazione degli elementi costitutivi dell'opera del geniale pittore belga, popolando lo sfondo di sottobicchieri per birra, in una sorta di horror vacui, e creando rimandi giocosi anche nel titolo. L'opera di Grego, così rivisitata, perde la misteriosa e perturbante enigmaticità della tela magrittiana, spostandone i significati concettuali e accentuandone, invece, l'aspetto ludico.
Il recupero della figurazione risponde al desiderio del Nostro di valorizzare la tecnica manuale e con essa il gusto della forma, al di fuori di ogni asservimento a correnti o movimenti artistici predefiniti. I quadri di Grego fissano alcuni aspetti della vita con un umorismo che alleggerisce ogni tematica, anche la più problematica. La tela Z€RO, ad esempio, dove l'immagine di un anonimo politico si staglia su un tappeto di denari, allude con arguzia ai privilegi sociali e all'iniqua logica del profitto, in un contesto generale di diffusa indigenza, suggerita ironicamente dal titolo dell'opera!
Jonathan racconta il mondo con la freschezza di un temperamento ottimista che svuota di drammaticità gli eventi e i modelli negativi contemporanei, non per avvalorare una tendenza al gratuito o alla superficialità, ma per generare nel fruitore un giocoso seppur amaro spaesamento emotivo. Del resto la satira è da sempre il mezzo più efficace per censurare vizi e difetti umani con bonomia:
castigat ridendo mores, asseriva Jean de Santeul, poeta francese del XVII secolo, riferendosi alla capacità dei letterati di fustigare i costumi con l'arma acuta della satira!
Nel territorio articolato dell'arte contemporanea, Jonathan Grego non ha scelto, dunque, l'atto dissacratorio e selvaggio, neppure vuole rinchiudersi nella propria interiorità rifiutando il mondo esterno.




Faccio carte false, 2011
Il linguaggio dell' Artista svela la prospettiva particolare da cui egli guarda le cose e la sua bonarietà risulta essere la vera fonte d'ispirazione. Ogni opera sottende una biografia più o meno celata, punteggiata di allusioni, rebus pittorici, paradossi visivi, giochi di spirito. Colpisce l'ambiguità sorniona di quei corpi un po' goffi, nei quali spesso egli ironicamente si autoritrae, accentuando una staticità quasi surreale. Frammenti di realtà quotidiana circondano le figure, evidenziate da un sottile contorno bianco, atto a far emergere la forma dal tappeto fitto di oggetti incollati sulla tela, che suggeriscono nuovi rapporti spaziali e figurativi. Non si tratta di objets trouvés, né è la legge del caso ad introdurre in campo i materiali più disparati, come nella logica neodadaista, ma una scelta consapevole di associazionismo che collega concettualmente gli oggetti alla tematica proposta dal quadro. Si potrebbe parlare di un combine painting che, dando spazio alla memoria autobiografica e alla riflessione, è tuttavia finalizzato ad un'impaginazione funzionale all'immagine dipinta. In una società sopraffatta da overdose di immagini, la fantasia del giovane pittore si mostra capace di utilizzare le numerose stimolazioni esterne imponendo loro un nuovo fantasioso equilibrio compositivo".


Una ragazza fatta col pennello, 2010




Il mondo è stato fatto in tre dì, 2011


Sulle tele di Grego si riflettono tutte le sue passioni: la musica, la stessa pittura, il surf, "i segreti" grafici da scoprire, i suoi affetti, il fascino del colore, che ora esplode, ora si fa più soffuso, ora si accende di vividi smalti quando esplora la variegata bellezza del mondo.
Le carte da gioco sono uno dei soggetti che lo interessano particolarmente: ingigantite, antropomorfizzate, esse si animano per creare situazioni stranianti. Attratto dalla doppia immagine, simbolo dell'ambivalenza psichica, Jonathan trasforma fanti, re e regine in esseri viventi che compiono azioni inattese quanto sorprendenti, enfatizzate dal gioco dell' assurdo e del non-sense. Anche nei titoli delle opere spostamenti semantici, doppi sensi e concetti sinestetici chiariscono la personalità di Grego e il suo mondo fantastico: quest'ultimo non è il riflesso caotico del reale, ma un universo organizzato nel quale si assommano e si intrecciano stimoli del presente e citazioni colte, fantasie, sogni ed enigmi interpretativi, ovvero il gioco alchemico dell'arte.
L'esposizione si protrarrà fino all'11 novembre 2011. Catalogo disponibile in Galleria.


Jonathan Grego. Arte da gioco , Galleria l'Acquario, Roma.
Dal 22 ottobre al 11 novembre 2011.

www.galleriacquario.it




I "cuori selvaggi" di Maurizio Gracceva

A Roma, presso la Galleria Le "Opere", si inaugura il 22 settembre 2011 la mostra di pittura "Cuori Sevaggi", 10 i tecniche miste realizzate da Maurizio Gracceva dal 2009 al 2011. Riportiamo qui di seguito parte della presentazione alla mostra curata da Bruna Condoleo, che traccia dell'artista una sorta di ritratto spirituale, oltre che artistico. "Contemperando l'immediatezza dell'istintualità con la cura dell'elaborazione pittorica, Gracceva dipinge grovigli segnici e avvolgimenti di linee, come fossero appunti per un'esecuzione musicale, operando sul piano del quadro un gesto d'effrazione della superficie atto a liberare le energie psichiche ed emotive.
Un nomadismo culturale che assomma gusto dell'astrazione, capacità espressionistica del colore e controllata gestualità, costitusce la cifra stilistica del Pittore. Dai recenti lavori traspaiono i panorami della propria interiorità: sentimento del fluire del tempo, estasi musicali, memorie letterarie e citazioni poetiche, malinconie esistenziali e iconografie desunte dal suo vissuto, come i cuori selvaggi che popolano molte opere. L'autonomia intrinseca della materia pittorica tende all'indipendenza formale roteando su se stessa, creando vortici, stratificazioni, ritorni. Cerchi ed ellissi, figure archetipiche ripetute quasi ossessivamente, dinamiche rotatorie e fitti reticoli lineari conservano nella loro natura primaria un significato arcaico e










Beim Schlafengehen, tecnica mista su tavola, 2010

simbolico. I ritmi sferoidali rimandano spesso ad una materia organica, come i grandi cervelli di suggestione baconiana, oppure sono simili a divagazioni oniriche che evocano insetti giganteschi, kafkiane presenze psichiche, frutto di mutazioni genetiche. La seduzione esercitata dal mondo vegetale sulla creatività di Gracceva è evidente nelle trasformazioni morfologiche dei suoi dipinti; le forme, dispiegandosi alla stregua di ramificazioni arboree, esplodono in un'intricata circolazione gestuale da cui trapela un'inquietudine di fondo, manifesta nei turbolenti contorni lineari e in una tavolozza audace, incentrata sui toni dei viola, dei blu, dei rossi. Nell'estetica dell'autore di “Cuori selvaggi” il valore delle forme concentriche e del dinamismo di macchie colorate assume una prioritaria funzione espressiva; l'interazione di segno, colore e spazialità accentua la sensazione di un'arte dilatata, in grado di generare nel fruitore un forte potere di captazione."

Maurizio Gracceva. Cuori selvaggi , Galleria Le "Opere", Roma. Dal 22 settembre al 15 ottobre 2011.
www.gallerialeopere.it



Cuori selvaggi, olio e pastello ad olio su carta, 2010 2011




Senza titolo, tecnica mista su tavola, 2011






Nelle opere di L.G. Micucci “il Borromini occulto”


A Roma, al Complesso del Vittoriano, si è inaugurata la mostra di Laura Gabriella Micucci, dal titolo “Il Borromini ‘occulto'; luce, spazio, armonia il Divino - dal San Carlino al Vittoriano” , che espone 7 opere di grandi dimensioni realizzate con tecniche miste. Ispirandosi al libro di Leros Pittoni “Francesco Borromini – L'architetto occulto del barocco” (Luigi Pellegrini Editore), la Micucci dedica un commovente omaggio al grande Architetto nella duplice veste di sommo artista e di tormentato uomo di fede. Così il prof. Claudio Strinati nella presentazione al catalogo: “Assistiamo nel passaggio da un'opera all'altra, a una sorta di continua metamorfosi di temi borrominiani che si calano, trasfigurati, dentro i singoli dipinti. L'ombra del Borromini sovrasta i quadri che sono come organismi pulsanti dove la forma del DNA, cellula divina che tutto genera, si accosta a quella delle strutture e dei simboli borrominiani fino a culminare nelle vere e proprie citazioni della pianta del San Carlino, dell'immagine dell'Ouroboros, dell'occhio divino che tutto vede e tutto comprende.” . L'intensa collaborazione con le fornaci d'arte e i più importanti maestri vetrai di Murano, hanno permesso all'Artista di realizzare sculture in vetro; ma nella continua ricerca sulla luce e sulle trasparenze, la Micucci ha progettato e realizzato anche sculture luminose in ferro e seta.










tó diástema 2011 (spazio), tecnica mista multiplo su tela

Le opere pittoriche esposte al Vittoriano rivelano l'attrazione dell'artista per  la complessità del cosmo e una tendenza a palesare l'idea d'infinito che i titoli, tratti dal greco antico, ben traducono: tutti i vocaboli riportati appartengono al genere neutro (né maschile né femminile, quindi) e sono ascrivibili all'ambito filosofico e astronomico; in più sono polivalenti e variamente interpretabili a seconda dei contesti: tó phôs (luce) la luce come illuminazione e ispirazione; tó diástema (spazio) lo spazio intermedio tra immanente e trascendente; tó árma (armonia) l'armonia del visibile e dell'invisibile; tó théion (divino) lo spirito divino in ogni sua manifestazione; tó ástron orchoùmenon (stella danzante) l'astro che danza e che brilla nel cielo; aspìs tès Athenàs (lo scudo di Atena) ; tò tòxon tès sophìas (l'arco della Sapienza).
“Gli argomenti sono quelli essenziali della conoscenza e della fede.- continua il curatore C. Strinati - Luce, Spazio, Armonia, Salita verso il Divino. […] L'idea di fondo è quella della cellula da cui l'immensità dell'Universo trae origine. […] E' un'arte che trascina con sé una forte istanza spirituale, ma che, nello stesso momento, è volta a plasmare l'immagine con quel senso di armonia e di bellezza che viene dall'Antico e si perpetua in questo magico sogno ad occhi aperti.”


tó árma 2011 (armonia), tecnica mista su tela







tó théion 2011 (il Divino), (part.), tecnica
mista su tela ottagonale


Da sottolineare l'utilizzo d parte della pittrice di tecniche miste su telaio in legno e tela di cotone a grana grossa quali l'encausto, l'acrilico, l'encausto su cera, la lana di vetro, il vinavil, l'oro zecchino, il titanio sagomato al laser, le paste vitree, lo zirconio sagomato e lucidato a mano, la pirite fossile. L'utilizzo dell'encausto suggerisce un'abilità artigiana, quella propria delle botteghe d'arte, dove la qualità dei segni sposa un messaggio profondo che si schiude a tutti.
Così chiarisce la stessa Micucci riguardo al senso di questa recente mostra: “Ho inteso interpretare proprio la parte meno conosciuta, e per questo più intima e spirituale del geniale Architetto, intento a trasformare la sua Architettura in luce, colore, suono in un continuo trasmutamento, poesia, linee e spazialità che vibrano nelle corde più nascoste delle nostre sensibilità. Qui è racchiusa l'essenza delle mia mostra espressa in simboli, con l'anima di Francesco Borromini .... Il messaggio di Francesco Borromini è presente in me anche qui al Complesso del Vittoriano, con il suo occulto espresso in simboli, segni e significati che scavano l'anima” .


Il Borromini “occulto” nelle opere di LAURA GABRIELLA MICUCCI: luce, spazio, armonia, il Divino. Complesso del Vittoriano, Roma, fino al 25 settembre 2011
p.saba@comunicareorganizzando.it




Hayez e il Risorgimento milanese

A Milano, nella Pinacoteca di Brera, in occasione del centocinquantenario dell’Italia unita, una mostra dedicata al pittore risorgimentale Francesco Hayez presenta una serie di capolavori che ripercorrono alcune fasi della carriera di Hayez, testimoniando i suoi rapporti privilegiati con Alessandro Manzoni e con Giuseppe Verdi. A cura di Fernando Mazzocca, Isabella Marelli e Sandrina Bandera, la mostra "Hayez nella Milano di Manzoni e Verdi" si concluderà il 25 settembre 2011.
Considerato da Giuseppe Mazzini il maggiore artista del nostro Risorgimento, “capo della scuola di Pittura Storica, che il pensiero nazionale reclamava in Italia”, pittore vate della Nazione, Hayez era nativo di Venezia (1791) e dalla sua patria aveva assimilato il gusto del colore caldo e lucente. A Milano si era entusiasmato degli ideali patriottici che condussero alla liberazione dal dominio austriaco e frequentando personalità di quel mondo di scrittori, musicisti, poeti e combattenti per la libertà, si era dato ad una pittura che avesse come soggetti gli uomini e gli eventi di quel grande mutamento storico che condusse alla vittoria nella seconda Guerra d’Indipendenza. Nel 1859, a tre mesi dall’ingresso a Milano di Vittorio Emanuele II, futuro re d’Italia, e dell’alleato imperatore Napoleone III, veniva allestita a Brera una grande mostra per celebrare la liberazione della Lombardia dal dominio austriaco. Fu in quell’occasione che Francesco Hayez presentò, in mezzo ai grandi quadri che raffiguravano le battaglie del Risorgimento, un piccolo dipinto, intitolato "Il bacio", destinato per il suo significato e per la sua straordinaria bellezza coloristica a diventare una delle opere d’arte più popolari e riprodotte di tutti i tempi. Il bacio è stato scelto dalla Pinacoteca di Brera, dove si trova dal 1886, come emblema di questa mostra dedicata ad un particolare aspetto dell’attività di Hayez. Il quadro ebbe subito un grande successo per l’universalità del tema rappresentato e perché venne giustamente considerato l’opera che meglio incarnava quegli ideali risorgimentali espressi in particolare dal Mazzini. È stato infatti interpretato come l’addio del giovane volontario alla sua amata, anche se in realtà il pittore intendeva significare, con il sottotitolo "Episodio della giovinezza", che la nuova Nazione nasceva grazie all’energia delle giovani generazioni che erano andate a combattere per la libertà.
Milano, benchè non sia stata mai capitale dell’Italia unita, venne considerata la “capitale morale” per il ruolo decisivo che ebbe nel creare l’unità culturale del nostro Paese. Essa è stata, infatti, nel corso dell’ Ottocento il più importante centro dell’editoria, della produzione artistica, del mercato dell’arte, del collezionismo e dell’attività musicale in riferimento soprattutto al melodramma, destinato ad un’ininterrotta fortuna internazionale. Tre protagonisti, appartenuti a due generazioni diverse, Alessandro Manzoni (1785 – 1873), Francesco Hayez (1791 - 1882) e Giuseppe Verdi (1813 – 1901), hanno rappresentato più di ogni altro il primato






Il bacio, 1859 Olio su tela, cm 112 x 88
Milano, Pinacoteca di Brera



Ritratto di Sarah Louise Strachan Ruffo di Motta e Bagnara, Principessa di Sant’Antimo, 1840-1844. Olio su tela, Napoli, Museo Nazionale di San Martino

milanese nell'ambito della letteratura, della pittura e della musica, fornendo i modelli in cui la nuova nazione potesse riconoscersi. Manzoni era lombardo, Hayez e Verdi no, ma il loro successo a Milano testimonia quello spirito d'accoglienza e quella capacità di attirare ingegni che fin dai tempi di Leonardo da Vinci è sempre stata una grande prerogativa milanese.
La mostra espone i dipinti di Hayez, dai quadri storici degli anni venti, al suo esordio a Milano come pittore romantico, con opere ispirate alla tragedia Carmagnola di Manzoni, sino ad un bellissimo Ritratto dell'Innominato, dedicato nel 1845 ad uno dei protagonisti dei Promessi Sposi. Accanto ai due migliori Autoritratti di Hayez, quello di Brera e quello degli Uffizi, vengono esposti il più famoso dei suoi ritratti, quello di Manzoni del 1841, e quelli della seconda moglie Teresa Stampa, dell'amico filosofo Antonio Rosmini e del pittore e uomo politico Massimo d'Azeglio, che aveva sposato Giulietta, la figlia prediletta di Manzoni.
Inoltre due straordinari dipinti sacri (L'Arcangelo San Michele e La Vergine Addolorata) sono opere di Hayez ammirate da Manzoni, che rimandano all'atmosfera degli Inni sacri.
Per ciò che riguarda i rapporti con Verdi , Hayez aveva già trattato in pittura gli stessi temi di alcuni dei più popolari melodrammi verdiani, come I Lombardi alla prima Crociata, I Vespri e I due Foscar. In mostra compaiono i più significativi di questi dipinti, tra cui quello di Francesco Foscari destituito o I Vespri Siciliani, eccezionalmente prestato dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, quadri che colpiscono per la loro forza melodrammatica, sottolineata in mostra da una colonna sonora composta dalle arie più celebri delle omonime opere verdiane.
La rassegna si chiude con Il bacio e i ritratti dei due assoluti protagonisti della musica dell'Ottocento
italiano, che con il pittore ebbero un rapporto privilegiato: Gioacchino Rossini, amico di tutta una
vita, e Verdi, che Hayez in realtà non ha mai effigiato.
Il catalogo, edito da Skira, contiene oltre ai saggi dei due curatori e le schede delle opere in mostra, scritti di approfondimento di Mina Gregori, Angelo Stella, Roberto Cassanelli e Angelo Foletto.


Ritratto della famiglia Borri Stampa, 1822-1823 Olio su tela, cm 125 x 108 Milano, Pinacoteca di Brera




Francesco Foscari destituito (I due Foscari), 1842-1844. Olio su tela,
cm 230 x 305 Milano, Pinacoteca di Brera




“Francesco Hayez nella Milano di Manzoni e Verdi “, Pinacoteca di Brera, Milano.
Fino al 25 settembre 2011
www.brera.beniculturali.it
sbsae-mi.brera@beniculturali.it
paola.strada@beniculturali.it




All'estero


Rubens, Van Dyck & Jordaens

Ad Amsterdam, all'Hermitage, una spettacolare mostra di opere provenienti dall'Hermitage di S. Pietroburgo, espone capolavori d'arte fiamminga: Rubens, Van Dyck & Jordaens, assieme ad alcuni tra i pittori più valenti di Anversa, città che fin dal XVI secolo ebbe un periodo di grande fioritura economica, continuato nel ‘600 anche in ambito artistico. Ben 75 dipinti e circa 20 disegni condurranno il visitatore alla scoperta dell'arte fiamminga, caratterizzata dalla resa realistica del paesaggio, dalle nature morte e dalle scene di vita quotidiana, soggetti che ebbero in questa città la loro culla, grazie al grande talento degli artisti sopra citati.
Dopo aver soggiornato in Italia per otto anni, Peter Paul Rubens (1577-1640) tornò ad Anversa nel 1608 e sotto la sua influenza molti artisti iniziarono a dipingere in uno stile grandioso, dinamico e monumentale. Rubens eccelleva in ogni genere pittorico: oltre alle raffigurazioni bibliche, mitologiche e storiche amava i ritratti, i paesaggi, gli animali e le nature morte. La sua capacità di assorbire i grandi linguaggi artistici dell'antichità, così come quelli dei celebri pittori apprezzati in Italia (Tiziano, Tintoretto, Veronese), gli permise di divenire un pittore richiestissimo, anche grazie alla sua florida bottega che produceva sotto la sua direzione una grande quantità di opere. Rubens dipinse conturbanti e sensuali nudi di divinità pagane, nature morte dal cromatismo caldo e intenso, una trentina di scene di caccia, la maggior parte per principi e aristocratici, come Filippo IV di Spagna e gli arciduchi Alberto e Isabella, mostrandosi un innovatore di questo genere fino ad allora poco considerato. Infatti il Maestro raffigurava la scena di caccia in maniera nuova e molto avvincente, ovvero come





Manifesto della mostra (l'opera è di Rubens)

una lotta eroica tra l'uomo e l'animale; inoltre riusciva a far trasparire sia la ferocia sia la paura degli animali, essendo lui stesso un profondo conoscitore delle belve e della loro psicologia.
Il più famoso e geniale assistente di Rubens fu Anthonie van Dyck (1599-1641), che già all'età di quindici anni aveva dipinto il suo primo autoritratto. Concorrente di Rubens ad Anversa, si spostò prima in Italia a Genova, città in cui ebbe successo e importanti committenze, e in seguito in Inghilterra, dove divenne un ritrattista sontuoso, capace di interpretare come pochi altri, l'animo e lo status symbol del personaggio ritratto. La sua abilità tecnica nel soffermarsi sulla bellezza dei costumi, sulla sofficità delle stoffe, sui particolari degli arredi era stupefacente. Per i suoi meriti artistici fu insignito del titolo di “sir”.


Peter Paul Rubens en Frans Snijders, De vereniging van Aarde en Water (De Schelde en Antwerpen), ca. 1618–1621, Olieverf op doek, © State Hermitage Museum, St Petersburg




Peter Paul Rubens, Christus met doornenkroon (Ecce homo), ca. 1612, Olieverf op paneel,© State Hermitage Museum, St Petersburg




Anthonie van Dyck, Familieportret, ca. 1619, Olieverf op doek,© State Hermitage Museum, St Petersburg




Jacob Jordaens, Het feestmaal van Cleopatra, 1653, Olieverf op doek, © State Hermitage Museum,
St Petersburg




Il pittore di Anversa più apprezzato dopo la morte di Rubens e Van Dyck fu Jacob Jordaens (1593-1678), che pur mantenendo una propria personalità, fu indubbiamente influenzato dall'arte dei due grandi pittori, oltre che dal Rinascimento veneto, soprattuto da Paolo Veronese; ma molti furono i pittori di istorie che si ispirarono ai due geni fiamminghi. Ciò vale anche per Jan I Brueghel (1568-1625), il figlio più giovane di Pieter Bruegel, che dipinse soprattutto paesaggi di piccole dimensioni, considerati i diretti antesignani del tipico paesaggio olandese, e fu tra i primi a dedicarsi alla natura morta. Breughel operò nel solco della tradizione pittorica fiamminga, usando pennellate sottili per rendere estremamente dettagliati i suoi soggetti.
Infine ad Anversa Theodoor Rombouts (1597-1637), Adam de Coster (1585/86-1643) e Gerard Seghers furono i principali rappresentanti della corrente del caravaggismo, che godette per breve tempo di grande popolarità in tutta Europa, in particolare a Utrecht. Questa raccolta prestigiosa di tele approda in Olanda per la prima volta!.


Rubens, Van Dyick & Jordaens, Hermitage Amsterdam, dal 17.9.2011 fino al 16.3.2012 pressoffice@hermitage.nl



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