Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno VI - n.23 - Gennaio-marzo 2010
L'ARTE NEL MIRINO 


Obbiettivo città: cambiamento di uno stile
di Francesca Pardini




Fotografia e architettura, quante volte queste parole sono accostate in modo superficiale e incongruo, in riferimento ad alcune forme ibride di espressione artistica. Eppure ultimamente risuonano spesso nelle rassegne di fotografia che percorrono le nostre città, e si manifestano in occasione di celebrazioni di grandi fotografi che nell'architettura e nel paesaggio hanno trovato il fulcro della loro indagine visiva.
Fotografare monumenti, edifici industriali o periferici, è sempre stata una pratica al limite tra il documentarismo dal taglio catalogatorio (proprio di una scuola tedesca che fa capo ad August Sander, per proseguire con i coniugi Bernd e Hilla Becher), e la ricerca di un'interpretazione del paesaggio che va oltre la sua mera “struttura” reale, per avvicinarsi ad una visione più narrativa dell'immagine. Altra questione è sorta, già a partire dall'Ottocento, quando le architetture fotografate si presentavano esse stesse come opere d'arte, monumenti espressione dell'ingegno di grandi architetti e della cultura propria di una società.
Ma in base a quali criteri visivi un fotografo di fine Ottocento guardava alle opere architettoniche e alla loro trasformazione dalla dimensione tridimensionale a quella bidimensionale dell'immagine fotografica?
Come avveniva nelle stampe di traduzione, esse continuavano ad essere riprodotte secondo una visione d'insieme che le isolava dall'ambiente circostante, esaltandone la struttura complessiva piuttosto che i particolari ravvicinati. Gli Alinari, così come Giacomo Caneva, Giorgio Sommer e lo scozzese Mac Pherson hanno raccontato per immagini l'Italia e i suoi monumenti, rispettando in maniera molto ortodossa le leggi della prospettiva della precedente tradizione culturale visiva, ovvero quella rinascimentale, creando degli stereotipi capaci di radicarsi nella nostra visione comune. La camera veniva posta a mezza altezza dell'oggetto da fotografare, ortogonalità e precisione erano le caratteristiche principali di una riproduzione fedele dell'oggetto, la luce era quanto più omogenea e non era ammissibile alcuna figura umana.
Oggi il mutare del territorio e del paesaggio e l'insediarsi di nuove categorie della geografia urbana, hanno messo in secondo piano il carattere di monumentalità degli edifici per ritrovarne il senso del frammento e del contesto che le circonda.
Uno dei pionieri italiani della trasformazione del paesaggio nella fotografia è, tra gli altri, Gabriele Basilico (Milano, 1944) che sin dagli anni '70 ricerca l'identità dei luoghi là dove la natura si incontra-scontra con le tracce dell'industrializzazione dell'uomo. E' un documentarismo che si insinua nelle aree di confine tra ambiente e sviluppo urbano: periferie, fabbriche, zone portuali, aree ibride tra città e campagna emergono come strutture che dialogano con un paesaggio, ora perfettamente integrate in esso, ora fonte di contrasti visivi e di contraddizioni sociali. A Milano, nello Spazio Oberdan, il fotografo presenta due progetti a confronto, il primo Milano. Ritratti di fabbriche 1978-1980, realizzato dall'autore fra il 1978 e il 1980 nel capoluogo lombardo, e il più recente Mosca Verticale 2007-2008, un nuovo lavoro sulle metamorfosi del paesaggio moscovita realizzato nel 2007-2008. In quest'ultimo





Oscar Savio. Arch.Franco Albini, La Rinascente (scala interna), 1957-61, piazza Fiume, Roma





Oscar Savio. Arch. M.Valori, Palazzina a Poggio Ameno, 1961-64, via Ettore Carpaccio, Roma
l'artista sceglie un punto di vista d'eccezione come la sommità delle sette torri staliniane, veri monumenti metropolitani del socialismo reale, che ancora oggi costituiscono un osservatorio privilegiato per un'immersione profonda nella città.
In entrambe le città le forme geometriche conquistano lo spazio con la loro forza plastica, senza eccedere nel puro formalismo ma rimanendo profondamente ancorate al contesto in cui si trovano.
L'altro aspetto della fotografia d'architettura, incentrata su edifici di rilevanza culturale, opere di famosi architetti, lo ritroviamo invece nella mostra Architettura in bianco e nero nelle fotografie di Oscar Savio , allestita nella biblioteca del MACRO e curata dal Centro Ricerca e Documentazione Arti Visive (CRDAV). Un' importante rassegna di fotografie di immagini d'architettura moderna a partire dal 1950 dove, come in biblioteca, l'osservatore diventa il protagonista di una ricerca sistematica all'interno di un archivio (grandi cassettoni neri allestiti per l'occasione), organizzato sia cronologicamente che tematicamente. L'aspetto particolare dell'allestimento rispecchia l'attività del CRDAV, impegnato da anni alla ricerca del materiale documentario ed espositivo della Capitale, e alla sua conservazione e pubblicazione.


via Giuseppe Ripamonti
© Gabriele Basilico, 1978




via Giuseppe Ferrari
© Gabriele Basilico, 1978





Krasnye Vorota
© Gabriele Basilico, 2007-08


Oscar Savio (Padova, 1912- Roma, 2005) è stata una figura schiva, ma allo stesso tempo molto apprezzata da illustri architetti dei quali documentò fedelmente le strutture architettoniche trasformandole in composizioni semplici e ordinate. Da inquadrature non convenzionali capaci di far risaltare originali punti di vista si riconoscono edifici di Portoghesi, Moretti, Del Bufalo, Lapadula : Stazione Termini (1950), il Palazzo dei Congressi (1954), La Rinascente di Piazza Fiume (1957-61), quest'ultima immortalata anche all'interno in un'insolita ripresa della tromba delle scale. L'uso sapiente della luce naturale definisce ed enfatizza le forme e gli elementi strutturali degli edifici e si rivela un'importante componente un tempo trascurata nelle fotografie dei monumenti. Dover interpretare per immagini il valore di un'architettura significa, dunque, saperla guardare in relazione alle variazioni della luce.
Se da una parte oggi le ricostruzioni tridimensionali permesse dalla tecnologia digitale consentono di implementare la documentazione visiva di un progetto architettonico, dall'altra l'attività di questi fotografi contribuisce a far rivivere questi luoghi con uno sguardo nuovo, che va oltre la dimensione scientifica per trovare quel giusto equilibrio tra documento e invenzione.
E, seppur a più di un secolo di distanza, di fronte a tali immagini potremmo utilizzare le parole del critico Sidney Allan, nel numero di "Camera Work" dell'ottobre 1903, che a proposito del Flat Iron Building di New York disse: “Quel pugno in un occhio tra la 23' e Broadway è arte? (…) C'è qualcosa di assolutamente originale nei nostri palazzi enormi e sontuosi, nelle colossali centrali elettriche che di notte assomigliano a castelli medievali, nelle lunghe file di case che circondano le caserme (…). In tutte queste forme peculiari si viene sviluppando silenziosamente ma in modo deciso un nuovo stile.”

Francesca Pardini è laureata in Storia dell'Arte Contemporanea e specializzata in Fotografia contemporanea.


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