Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno VIII - n.32 - Aprile - giugno 2012
L'ARTE NEL MIRINO 


HENRI CARTIER BRESSON, UN'ACCURATA SELEZIONE A ROMA

di Francesca Pardini



Nella cornice suggestiva di Palazzo Incontro a Roma, oggi sede di Fandango Incontro, è allestita la mostra "Henri Cartier Bresson. Immagini e Parole", fino al prossimo 6 maggio.
Cartier Bresson è uno di quei personaggi che potendo vantare una carriera artistica durata quasi 70 anni, è divenuto col tempo il punto di riferimento di generazioni intere di fotografi che lo hanno inevitabilmente richiamato come metro di paragone, per allinearsi o per contrastare la sua metodologia di ricerca fotografica.
Come può definirsi in poche righe la peculiarità di un artista che ha scattato immagini dei soggetti più vari in gran parte del mondo, in quasi un secolo di storia?
I commenti di intellettuali, amici, scrittori e critici che accompagnano le quarantaquattro fotografie esposte in mostra sicuramente contribuiscono a comprendere meglio la sua ricerca e a delineare i contatti che ha sempre avuto con l’intero mondo intellettuale. Da Aulenti, Balthus, Baricco, Gombrich, a Scianna, Sciascia, Miller ecc., già da qualche anno ognuno di loro ha individuato la “sua” foto e ne ha rilasciato pensieri, suggerimenti, stimoli: tra i più apprezzabili a mio avviso quelli brevi e sintetici, tali da indicare nuovi punti di vista senza incidere troppo sul nostro primo sguardo.
Cartier-Bresson (Chamteloup, Parigi, 1908- L'Isle-sur-la-Sorgue, 2004) inizia la sua attività come pittore, passando alla fotografia alla fine degli anni ’20. Spostandosi subito in Messico, realizza i suoi primi reportages insieme a Manuel Alvarez Bravo, per poi approdare, negli anni ’30, a New York e di nuovo a Parigi. Sarà nella guerra civile di Spagna che conoscerà i celebri fotoreporter Robert Capa e David Seymour con i quali fonderà nel 1947 l’Agenzia Magnum, la più nota agenzia di reportage al mondo.
Questa grandioso progetto nasce per Cartier-Bresson come frutto di una definitiva consacrazione a fotografo di reportage dopo l'importante mostra tenutasi al MOMA di New



Eunuco della corte imperiale dell'ultima dinastia, Pechino, 1949. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos/Contrasto



York nel ’46. Ancor prima, è il frutto del tormentato periodo bellico nel quale il fotografo viene prima arruolato come fotografo di guerra, poi reso prigioniero dai tedeschi per poi riuscire a fuggire dal carcere nel 1943.
Soprattutto in questo contesto la vocazione di fotografo da reportage viene vissuta da Cartier-Bresson in maniera completamente diversa rispetto al collega Capa: mentre quest’ultimo unisce alla capacità tecnica lo sprezzo del pericolo e il desiderio di essere testimone dei momenti più tragici anche a costo della propria vita (Capa morirà in Vietnam nel ’54), Cartier-Bresson vuole solamente “fissare una frazione di secondo di realtà”. Il leitmotiv della sua ricerca è sempre stato delineato nel cogliere il momento decisivo che contiene l’essenza di una situazione, l’attimo più significativo nel flusso degli avvenimenti quotidiani. Le serie fotografiche più illustri, infatti, non colgono momenti bellici o tragedie umane, ma attimi che divengono testimoni di un’esperienza più complessa. In "Campo di prigionia di Dessau" (1945), ad esempio, la soddisfazione della fine della guerra viene resa dal momento in cui una deportata riconosce una collaborazionista del regime hitleriano e la indica alla folla e al funzionario seduto al tavolo, invertendo così i ruoli tra vittima e carnefice.
Jean Daniel lo definisce pervaso da una magia dell’onestà, sebbene credo che quest’onestà sia sempre accompagnata da una ricerca più sottile. La tentazione di considerare molti suoi scatti frutto del fortuito caso o dell’attimo fugace è forte, ma l’Autore è sempre concentrato a porre sulla stessa linea di mira il cuore, la mente e l’occhio, come dice egli stesso. Nella casualità dei movimenti, nei flussi spontanei di ogni vissuto dell’uomo, cogliere l’attimo-essenza di una situazione significa a volte restituire quell’enigmatico rapporto che lega ogni individuo al contesto in cui vive, evidenziandone la continuità o la sua totale estraneità.



Ile de la Cité, Parigi, 1952. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos/Contrasto


Come in una “simbiosi dei contrari”, viene scattata una foto a Siviglia nel 1933 dal vuoto su un muro lasciato dalle macerie della guerra. Al suo interno vediamo gruppi di bambini che corrono, giocano e addirittura ridono di scherno verso un bimbo ormai privo di gambe, il tutto con un sentire totalmente indifferente all’ambiente che li circonda, che diviene soltanto la cornice che fa da inquadratura all’immagine. Sempre in terra spagnola, a Valencia, Cartier-Bresson coglie l’andamento di un bimbo cieco che si fa strada appoggiandosi ad un muro e seguendo inconsapevolmente un tracciato nero dipinto al centro: un percorso nel buio attraverso la linea dritta dell’oscurità.
Similmente, a Ivry-Sursene, due anziani in pantofole si riposano seduti all’aperto. Sono appoggiati all’ultimo albero secolare che richiama una natura incontaminata a cui sentono di appartenere, mentre lo sfondo dietro, terra di cantieri e cani abbandonati, non può evocare in loro nessun ricordo. A volte parlano gli sguardi, a volte gli ambienti, altre volte entrambi i fattori, come nella bellissima foto scattata ad Alberto Giacometti mentre attraversa una strada di Parigi riparandosi dalla pioggia.
Tra il 1948 e il 1952 il fotografo realizza numerosi reportages in vari luoghi del mondo: Cina, India, Marocco, America, visibili nell’ultima sala della mostra in una lunga carrellata di immagini in loop. Qui scorrono grandi distese di paesaggi, azioni collettive e rituali di popoli e società, usanze quotidiane di piccoli centri, gruppi di bambini, donne, folle che inneggiano, che esultano, che lavorano, che faticano, che si disperano. Passando da singoli sguardi ad abbracci corali di un mondo intero, Cartier Bresson è dunque riuscito, anche in modo diverso, a trasmettere in ogni suo scatto una vera e propria “esperienza visiva”.


Francesca Pardini, laureata in Storia dell'Arte Contemporanea, é specializzata in Fotografia contemporanea
francespardini@hotmail.it

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