Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno IX - n.35 - Gennaio - marzo 2013
L'ARTE NEL MIRINO 


FOTO A TEATRO: CLAUDIO ABATE vs CARMELO BENE, al Palazzo delle Esposizioni.

di Francesca Pardini



Claudio Abate si aggirava nel centro di Roma munito di macchina fotografica quando, a soli 12 anni, si allontanava dallo studio del padre pittore in via Margutta per esplorare la vita culturale romana in fermento alla fine degli anni ‘50. Una volta messo su il proprio studio e intrapresa una vera e propria attività fotografica (dopo un’esperienza con il fondatore della Magnum Eric Lessing) la sua ricerca, dettata da una grande curiosità e passione per l’arte, nonché da una straordinaria capacità tecnica, si intreccia spontaneamente alla vita e all’amicizia che instaura con gli artisti emergenti della scena romana.
Dallo scatto a Schifano nel ’59 alle performance di Kounellis, Mattiacci, fino a tutta l’opera di Pascali, Abate va incontro alla smaterializzazione dell’opera e alla sua continua mutabilità con una documentazione pronta, immediata, capace di superare il semplice valore documentario della fotografia per renderla l’unica e autentica testimonianza dell’esistenza dell’opera. E proprio al bar Notegen, luogo di ritrovo della vita notturna romana, luogo di scambi e confronti, incontra anche lui: Carmelo Bene. La sua forte personalità non può lasciare indifferente Abate che comincia a dedicargli intere pellicole.
La mostra Benedette foto!Carmelo Bene visto da Claudio Abate presentata a Roma al Palazzo delle Esposizionida Daniela Lancioni con Francesca Rachele Oppedisano, vuole essere un omaggio al grande attore scomparso dieci anni fa attraverso le foto di Abate che, ancora una volta, svolgono il ruolo salvifico di testimonianza unica ed assoluta, indagando un aspetto meno noto del suo lavoro.



Claudio Abate, Carmelo Bene e Franco Citti dietro le quinte di Salomè, Teatro delle Muse, Roma 1964 © Claudio Abate



120 fotografie circa di dieci tra i primi spettacoli di Carmelo Bene, scattate tra il 1963 e il 1973, mettono in relazione il teatro sperimentale e la fotografia dell’arte; come si raffrontano e che risultato abbiamo di fronte a noi?
Carmelo Bene punta a costruire uno “spettacolo sradicato dalla realtà quotidiana” dove le figure dell’attore dell’autore e del regista sono indistinte e diventano parte di un nuovo ingranaggio che decostruisce ogni elemento precostituito della macchina teatrale. La maggior parte delle foto in bianco e nero sembrano distribuire il pathos teatrale sulle scale di grigi ed esaltano ora la scenografia ora l’espressione di un attore ora l’importanza del costume, secondo il carattere del dramma che viene messo in scena. La semplicità ed essenzialità della scenografia fatta di giornali diventa il segno distintivo di un impegnato Salvatore Giuliano (1967), mentre la ricerca dell’espressività dei volti emerge nei primi piani del Faust o Margherita (1966) o in Arden of Feversham (1968).
L’illuminazione, dirà anche Carmelo Bene, è come uno sguardo che spia, e Abate sa esattamente quali momenti rubare alla scena. Le prove innanzitutto, momento fondamentale per gli attori che diventano protagonisti inconsapevoli di immagini di svago e gioco tra manichini, costumi arrangiati e luoghi improvvisati; o, ancor più importante, la foto che permise a Bene di esclamare “Benedette foto!” –da cui il titolo della mostra- e di essere scagionato da un’accusa di oltraggio. La foto in questione coglie esattamente il momento in cui l’attore argentino Alessandro Greco nel Cristo ’63, porta all’eccesso la sua interpretazione orinando di fronte all’ambasciatore seduto in prima fila. La voluta e rischiosa ricerca di “attori spregiudicati e pregiudicati”, senza questa foto, sarebbe costata cara alla sperimentazione di Bene.




Claudio Abate, Lydia Mancinelli e Franco Gulà in Arden of Feversham,
Teatro Carmelo Bene, Roma, 1968 © Claudio Abate


Claudio Abate, Carmelo Bene in Pinocchio,
Teatro Centrale, Roma 1966 © Claudio Abate



Tutte le immagini in bianco e nero sono state stampate da negativi e ritoccate a mano, mentre quelle a colori sono stampate da file digitali e sottoposte ad un accurato lavoro di ripristino. Ecco allora spuntare una forte luce rossa sul Pinocchio ’66, ed ecco ancora vibrare luci, forme e ombre nelle foto de Il Rosa e il Nero (1966): in una scenografia definita un’orgia sensuale barocca sfilano personaggi coperti da maschere mosaicate di bigiotteria, in un riflesso continuo di specchi e riflessi. Il colore affiora dal buio e diviene una scelta necessaria in Nostra Signora dei Turchi (1973), dove le relazioni tra gli attori e lo spazio si configurano come moderne e vivaci sacre rappresentazioni. Laddove lo spettacolo si fa più pittoresco, i colori sgargianti restituiscono la densità iconica delle immagini, come in Salomè ’72, un film di 70’ dove l’alternanza tra i complessi allestimenti teatrali e l’espressività dei volti giocano su continui cambi di messa a fuoco.
La quantità e la qualità dei lavori di Abate sono il frutto di una accurata selezione effettuata su un vastissimo archivio di fotografie; solo il fatto di averle proposte al vasto pubblico ci fa esclamare, con sollievo, “Benedette foto!”, liberandoci dall’ignoranza e restituendoci la certezza che la memoria e la testimonianza di questa grande stagione teatrale, non potranno mai fuggire dalle tracce della scrittura fotografica.


Claudio Abate, Carmelo Bene, Lydia Mancinelli, Isabella Russo, Imelde Marani
e Alfiero Vincenti in Nostra Signora dei Turchi, Teatro delle Arti, Roma 1973
© Claudio Abate


Francesca Pardini, laureata in Storia dell'Arte Contemporanea, é specializzata in Fotografia contemporanea
frapardini@hotmail.it

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