Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno IX - n.38 - Ottobre - dicembre 2013
L'ARTE NEL MIRINO 


Robert Capa, padre del fotogiornalismo

a cura di Artemisia



Andé Friedman, ungherese di nascita, noto con lo pseudonimo Robert Capa, può essere ritenuto senza dubbio il caposcuola del reportage fotografico di guerra, nato ai tempi della guerra in Crimea e affermatosi durante la Secessione americana (1861-65), in un periodo storico in cui la tecnica non consentiva, però, immagini istantanee. Con il reportage della Guerra Civile in Spagna nel 1936-39 Robert Capa inaugura un nuovo modo di fotografare il conflitto bellico dal di dentro! La sua vita avventurosa fu spesa tutta per fermare con i suoi scatti i momenti cruciali delle azioni militari, delle esplosioni, dei bombardamenti, degli attimi crudeli delle morti in diretta.
Da Parigi, dove si era trasferito giovanissimo, Capa passò in Spagna, ma dopo il ’39 si recò prima in Giappone, in occasione della guerra cino-nipponica, poi seguì con la sua macchina fotografica gli episodi più drammatici della seconda guerra mondiale, la guerra arabo-israeliana nel ’48 e il primo conflitto in Indocina, dove trovò prematuramente la morte, saltando su di una mina.
Dalla sua enorme produzione fotografica furono selezionate 937 foto ad opera del fratello Cornell e del suo biografo Whelan (conservate a New York, Tokyo e Budapest); 78 di queste foto sono esposte in una mostra nel Museo di Roma Palazzo Braschi, dal titolo "Robert Capa in Italia 1943-1944".



Donna tra le rovine di Agrigento, 17-18 luglio 1943



La ricorrenza è duplice: il settantesimo anniversario dello sbarco alleato in Italia e il centenario della nascita del grande fotografo (1913/1954). La mostra è un racconto in bianco e nero della guerra e dei suoi drammi: come aveva fotografato lo sbarco in Normandia, Capa ferma in scatti fulminei lo sbarco in Sicilia e quello ad Anzio; indaga i volti dei militari, i loro atteggiamenti, le loro paure; ritrae anche momenti della vita dei civili con un’attenzione particolare alle loro emozioni, oltre che al dato realistico delle loro condizioni: la fame, la sete, la spossatezza, il dolore. Se la guerra è naturalmente la madre del fotogiornalismo, Capa non vuole soltanto immortalarne obiettivamente gli episodi, ma vivere assieme ai soldati e alla gente comunei riflessi psicologici ed emotivi delle situazioni più estreme.
Famosa quanto emblematica dell'immediatezza della sua arte, la foto “Morte di un soldato repubblicano" (15 settembre 1936, guerra Civile di Spagna), pubblicata sulla rivista Life, in cui il momento dello scatto coincide tragicamente con quello del colpo mortale. Foto molto discussa, tanto che si mise anche in dubbio la sua autenticità; ma, malgrado le critiche e i sospetti, rimane l’immagine più sconvolgente dei suoi scatti durante la Guerra civile spagnola.



Soldato americano in perlustrazione nei dintorni di Troina, 4-5 agosto 1943


In coda per l'acqua in una via di Napoli,
ottobre 1943



Capa è capace di cogliere gli attimi più significativi di un evento donando alle foto tutti quegli elementi di artisticità che ne esaltano la forza espressiva, senza tuttavia manipolarne in alcun modo la veridicità.
Nel 1947 a Parigi Capa diviene fondatore dell’Agenzia Magnum, assieme a David Seymour, detto Chim, Sierge Rodger e Henry Cartier-Bresson, ovvero di quella che fu per oltre 50 anni la più importante agenzia d’informazione fotografica internazionale, impegnata a documentare in tutto il mondo persecuzioni, ingiustizie sociali e guerre. Il merito di Capa fu appunto quello di essere stato una guida instancabile e autorevole di una schiera di fotoreporters che, come lui, hanno contribuito notevolmente non solo alla conoscenza delle atrocità belliche, ma sono stati veri e propri fautori di un'azione di propaganda, priva di qualsiasi retorica, contro le aberrazioni della guerra e le prevaricazioni d'ogni genere. Inoltre la riproducibilità delle foto su giornali di tutto il mondo ha facilitato la conoscenza dei fatti e la consapevolezza nelle menti e nelle coscienze individuali e collettive del volto disumano delle guerre.
Così recita Beatrix Lengyel nel catalogo Alinari della mostra :”Nonostante conoscesse la paura, fu con coraggio impegnato in tutti i più importanti scenari bellici attorno alla metà del XX secolo, avendo sempre ben presente l’eterno dilemma del giornalista e del fotoreporter : esserci per richiamare l’attenzione del mondo sul dolore, senza però poter personalmente aiutare gli afflitti” .
La mostra, che avrà una seconda tappa a Firenze presso il Museo Nazionale Alinari della Fotografia, è stata organizzata in occasione dell’Anno Culturale Ungheria- Italia 2013; è curata da Beatrix Lengyel e sarà visitabile a Roma fino al 6 gennaio 2014.



Soldati americani a Troina, nei pressi della cattedrale di Maria SS Assunta,
dopo il 6 agosto 1943


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