Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno I - Lug./ago. 2006, n. 4
 IN MOSTRA 

ROMA BAROCCA


Lo spettacolo infinito
di Bruna Condoleo



Modello della Galleria di Alessandro VII al Quirinale, realizzato da Davide Franceschini per la mostra




A Castel Sant’Angelo la mostra “Roma Barocca”, curata da Paolo Portoghesi con Marcello Fagiolo, propone un ricco percorso visivo tra i luoghi della città, attraverso le opere di Bernini, Borromini e Pietro da Cortona. Promossa dal Comitato Nazionale Roma e la nascita del Barocco e dal Centro Studi sulla Cultura e l’Immagine di Roma, d’intesa col Polo Museale Romano ed altre Istituzioni, l’esposizione si concluderà il 29 ottobre 2006.


La genialità del Barocco permise alla Roma seicentesca di arricchirsi di palazzi fastosi, chiese, fontane e piazze impareggiabili, ma anche di acquisire il fascino inquieto di prospetti mossi e tormentati, di campanili svettanti e di lanterne tortili: Bernini, Borromini e Pietro da Cortona furono i principali artefici di questo spettacolo infinito. Ma c'è di più: con i loro progetti mai realizzati, i tre artisti avrebbero creato altrettante meraviglie e l'aspetto della Città sarebbe stato ancora diverso. Questo suggerisce il percorso dell'interessante mostra “Roma Barocca”, a Castel S. Angelo, un modo nuovo di studiare idee nascenti e di confrontare realizzazioni famose, cercando di abbracciare l'intera immagine di un'epoca ricca di sfarzo esteriore e di un'arte dinamica e sorprendente.
Ultimo esponente di quella tradizione rinascimentale che compendia in sé la pratica di tutte le arti, Gian Lorenzo Bernini fu vezzeggiato da sovrani e papi, come Urbano VIII Barberini, Alessandro VII Chigi, Innocenzo X Pamphilj. Pittore valentissimo, immaginifico scenografo dell'effimero, Bernini ha profuso in ogni campo figurativo il suo genio plastico: “Apollo e Dafne”, il “David”, le Fontane romane rappresentano l'esaltazione dell'immaginazione barocca che vuole confondere le menti, illudere i sensi, in un turbinio di stimoli emotivi e visivi. Nelle sculture berniniane il vuoto acquista solidità e l'acqua, elemento nodale delle fontane, scivola tra mitiche creature in uno spettacolo in cui natura ed arte si fondono: realtà ed artificio, verità e finzione, sacro e profano si mescolano in una contaminazione dialettica che non pone limiti alla fantasia dell'artista. Nelle realizzazioni architettoniche, come nei progetti grafici, l'Artista napoletano esprime una concezione di spazio in continua espansione, reso più dinamico dal ritmo plastico delle membrature, dalla dovizia delle decorazioni e del materiale policromo. Per Piazza di S. Pietro, progettata per volere di Alessandro VII, Bernini pensa all'immagine della piazza per “eccellenza”, sede della Cristianità universale, luogo deputato ad accogliere idealmente tutti i fedeli della terra, secondo il pensiero trionfalistico della Chiesa controriformista. Perciò inventa uno spazio trapezoidale che raccordi la lunga facciata della Basilica allo spazio ovale dei due bracci emisferici del colonnato, luogo simbolico e metaforico, ma nel contempo geniale raccordo urbanistico fra edificio sacro e Città. Anche per la chiesa di S. Andrea al Quirinale, pur ispirandosi al Pantheon, l'Architetto sceglie la pianta ellittica, animata dai giochi di luce delle nicchie e dall'uso dei marmi pregiati, che esplode all'esterno nel curvilineo pronao: lo spazio circolare e razionalizzabile del Rinascimento diviene in età barocca l'infinita possibilità di suggerire percorsi prospettici, reali o immaginari, che si amplificano e si tendono.
Antitetico per carattere e concezioni estetiche è Francesco Borromini, l'artista lombardo che da umile scalpellino diviene anche lui, alla metà del ‘600, conteso architetto della Roma pontificia. Schivo e tenebroso, come la sua arte testimonia, progetta con estrema perizia templi, palazzi e chiostri, supportato da un'audacia creativa capace di attingere liberamente alle più diverse suggestioni stilistiche, dall'arte gotica al lontano Oriente.
Le piante delle due chiese, S. Carlo alle 4 Fontane e S. Ivo alla Sapienza, definite dai neoclassici “ chimeriche strutture ”, sono invece il frutto di complicati innesti di figure geometriche che divengono al fine forme inedite dai perimetri ondulati. All'esuberante magniloquenza del Bernini, Borromini oppone il rigore della tecnica, alla sonora dilatazione la costrizione ansiosa degli spazi, alla preziosità dei marmi la candida semplicità degli intonaci. Le sue cupole hanno forme ovali o lobate, arricchite da motivi decorativi, cavità e convessità, ma in ultimo si librano verso l'infinito grazie ad altissime lanterne ideate a lambire il cielo. Borromini segue con scrupolo l'esecuzione dei suoi progetti, affinché ogni membratura, ogni elemento ornamentale possa rendere tangibile l'inquietudine interiore, gli aneliti e i dubbi della fede controriformistica. Quando Papa Innocenzo X gli affida il compimento della Chiesa di Sant'Agnese in Agone, in Piazza Navona, già iniziata dagli architetti Rainaldi, l'artista progetta una struttura di dissonante bellezza che dona unità alla pittoresca scenografia della Piazza. Con gli aerei campanili e l'ampia cupola, quasi incombente sulla lunga e modulata facciata, è l'opera più nota dell'artista: tuttavia nella mostra romana viene presentato un modello ligneo, realizzato da Orazio Greco, che ripropone il primitivo completo progetto borrominiano di tutto il lato della piazza, con il palazzo Pamphilj e la fontana, realizzata invece dal collega e rivale Bernini.
Nell'ultima opera borrominiana, la facciata della Chiesa di S. Carlo, il movimento delle membrature architettoniche si fa ondulazione frenetica: nicchie, statue, cornici infliggono alla parete un ritmo tortuoso come se una gigantesca mano ne avesse modellato le forme oppure un vento impetuoso incurvato le superfici. Ogni più piccola parte di questa chiesa è struttura che si smaterializza a tradurre il tormento di un uomo che mise fine alla sua vita con un tragico gesto, su cui pesano ancora dubbi e misteri.
Se per il Bernini l'arte è coinvolgimento, stupore e sfida alla realtà, per il Borromini l'architettura riflette l'ansia di uno spirito insoddisfatto, mai sicuro di possedere la verità; Pietro Berrettini, da Cortona, invece, di questa triade rappresenta la personalità alternativa, che apporta nell'innovatrice esperienza romana una solida base di cultura toscana. Con l'affresco della grande volta di Palazzo Barberini, “ Il Trionfo della Divina Provvidenza”, si consacra inventore di quella pittura barocca caratterizzata dall'esuberanza dei valori cromatici, dall'aereo librarsi delle immagini e dall'illusionistica impaginazione prospettico-spaziale.
Di intelligenza brillante, principe dell'Accademia di S. Luca, Pietro da Cortona rivelò nell'attività di architetto ed urbanista doti di squisita raffinatezza. Studioso della classicità romana, dell'arte bramantesca e palladiana, che sa coniugare con le originali soluzioni scenografiche proprie del Barocco, in S.Maria della Pace egli crea una facciata intesa come un fondale teatrale, in cui sono in primo piano i valori chiaroscurali delle superfici curve, in una rinnovata relazione tra architettura e spazio urbano.
La Chiesa di Pietro da Cortona, costruita nel Foro e dedicata ai Santi Luca e Martina, a croce greca, dalla facciata luminosa e lievemente convessa, è visibile in mostra attraverso modellini in legno; oltre allo stupefacente campanile di S. Maria delle Fratte del Borromini, realizzato in scala 1:10, sono anche i progetti rimasti sulla carta a conquistare la curiosità del visitatore dell'esposizione romana. Il modello ricostruttivo del Terzo braccio che avrebbe completato il Colonnato berniniano, accentuando ancor più la meraviglia della scoperta graduale dell'amplissimo spazio della Piazza vaticana, oppure quello del Louvre, con il sinuoso prospetto della facciata orientale progettata dal Bernini su richiesta di Luigi XIV, incantano per l'originalità delle soluzioni estetiche e formali. Ed ancora dipinti, sculture, corrispondenze autografe, orologi notturni e strumenti musicali, come la preziosa Arpa Barberini, un percorso variegato che documenta la complessa cultura di un secolo in cui sembra essersi realizzato il sogno, mai spento, della fusione di tutte le arti.



 






G.L.Bernini: nudo, olio su tela,1650. Studio per la Fontana dei Fiumi





Bernini: Alessandro VII, 1660







Modello del progetto di p.zza Navona secondo Borromini, di Orazio Greco





Modello dei SS.Luca e Martina, 1935, dal progetto di Pietro da Cortona






Modello ligneo del I° progetto per il Louvre (Bernini) di Orazio Greco




Arpa Barberini, legno dorato, 1620





Testa reliquiario di S.Martina, dal modello di Pietro da Cortona




Giovanni Paolo Pannini: Piazza San Pietro, olio su tela. 1725