Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale -Anno III- Nov./dic. 2007, n.12
IN MOSTRA 

Antonio Canova


La " Bellezza" che non muta
di Bruna Condoleo





A. Canova: Ninfa dormiente, 1820-24, marmo. Londra, Victoria and Albert Museum

Opera amatissima e contesa, censurata e poi dimenticata, per tornare ad essere individuata come inarrivabile capolavoro del genio canoviano, la Paolina Borghese ebbe una storia singolare e contraddittoria. Apprezzata solo da pochi amici del principe Camillo Borghese che esponeva alla luce delle torce la statua dell'avvenente moglie, immortalata da Antonio Canova come una dea vincitrice, l'opera , diversamente da altre sculture dell'artista, fortunatamente non si mosse mai da Roma e dal 1838 fu collocata nella dimora dei Borghese, prima nella sala di Elena e Paride, poi nella I Sala del pianterreno ove è ancora esposta.





Venere Italica, 1804/12, marmo. Firenze, Galleria Palatina





Le Tre Grazie, 1812/16, marmo,
S. Pietroburgo, Ermitage





Amore e Psiche, 1798/1800,
marmo. Parigi, Louvre


La mostra, che si svolge nella Galleria Borghese fino al 3 febbraio 2008, celebrazione dei 250 anni dalla nascita dell'artista, vuole ripercorrere le vicende della Paolina, finita di scolpire due secoli or sono e nel contempo è l'occasione per raccogliere attorno ad essa 50 opere del Canova, provenienti da diversi musei italiani ed esteri, come la Venere Italica , le Tre Grazie, Amore e Psiche stanti, per citare solo le più conosciute. Attraverso disegni e tempere, bozzetti in terracotta, gessi e sculture in marmo si può comprendere appieno l'iter creativo del grande scultore veneto, magnifico interprete dell'età neoclassica, creatore di un'arte sublime, vicina a quella degli antichi. La mostra vuole anche riproporre l'atmosfera ottocentesca dell'esposizione al Salon parigino del 1808, dove opere canoviane dialogavano con i marmi antichi del Musée Napoleon (Louvre), gran parte dei quali, più di 400, erano stati venduti da Camillo al cognato Napoleone, vendita cui Canova assistette con disapprovazione, come rivela la lettera scritta anni dopo all'Imperatore, in cui quest'ultimo viene coraggiosamente redarguito per la spoliazione del patrimonio artistico italiano.

 
Principessa Esterhazy, 1808. Castello Estehazy

Proprio grazie al suo impegno per il recupero delle opere razziate all'Italia dopo il trattato di Tolentino, Canova, divenuto prima Ispettore delle Antichità e Belle arti e nel 1815 Capo della Delegazione della Santa Sede al Congresso di Parigi, potè portare a termine la restituzione di parte delle opere trafugate dai francesi, tra cui i Cavalli bronzei di San Marco (Venezia), l'Apollo del Belvedere e la Trafigurazione di Raffaello. Mostrando una moderna sensibilità, antesignana dello spirito conservatore del novecento, l'artista comprese che il patrimonio artistico esprime un valore etico e storico prima che estetico, tanto da pensare alla creazione di leggi per la tutela di questo fondamentale bene nazionale.



Paolina Borghese Bonaparte come Venere Vincitrice, 1804-08, Galleria Borghese


Intellettuale generoso, lavoratore instancabile, Canova (Possagno (Tv),1757) a meno di 25 anni veniva già celebrato come lo scultore capace di far rinascere a nuova vita lo stile della classicità greca e romana. Benché il suo operato artistico fosse richiesto perfino da Caterina II di Russia a San Pietroburgo, lo scultore declinò l'invito, temendo di vedere indebolita la propria libertà creativa. Consapevolmente coinvolto nelle vicende del proprio tempo, dopo aver viaggiato per l'Europa, nel 1815 si recò a Londra per vedere i marmi del Partenone, da poco giunti da Atene, che costituiranno per lui una vera rivelazione, come testimonia la lettera inviata all'amico archeologo Quadremère de Quincy, in cui si elogia la capacità dei maestri greci di saper “imitare la bella natura” con sapienza e pathos.


La Paolina come Venere Vincitrice, 1804-08, Galleria Borghese







Paolina Borghese, 1804-08, Galleria Borghese (part)

 
Nel 1822, a soli 65 anni, muore a Venezia, città che aveva visto i prestigiosi inizi della sua attività scultorea e che gli tributerà grandi onori: il cuore e la mano di Canova rimangono all'Accademia di Venezia, il corpo sarà collocato nel tempio della nativa Possagno!
Già dal primo viaggio a Roma, nel 1779, l'artista aveva avuto modo di recarsi alla Villa Borghese, di studiare la collezione di marmi antichi della nobile famiglia e di apprezzare le sculture di Gian Lorenzo Bernini, ivi esposte. Le opere canoviane raccolte per questa mostra rappresentano un percorso suggestivo attorno al tema della “venere”, sia come espressione della perfezione formale sia come simbolo dell'opera civilizzatrice della cultura: dalla Ninfa Dormiente alla Tersicore , ritratto idealizzato della moglie di Luciano Bonaparte, dalla principessa Leopoldina Esterhàry, raffigurata come una musa (esposta per la prima volta in Italia ), all'opera somma, la Paolina, di cui è presente anche il modello originario in gesso.
Si tratta di un itinerario verso il capolavoro assoluto della “ Venere vincitrice ”, il ritratto di Paolina nelle sembianze della divinità vincitrice nel giudizio di Paride del pomo aureo che tiene nella mano sinistra, ritratto
che suscitò scandalo per la spregiudicatezza del nudo, ma che fu poi ritenuta dai posteri immagine idealizzata, al di sopra della rappresentazione terrena. La figura si presenta distesa, ma carica di energia contenuta e dispiega senza falsi pudori la perfezione delle forme e dei gesti con la grazia ed il fascino della sua imperiosa bellezza. Una statua memore dell'esempio di Fidia e di Prassitele per l'equilibrio e l'armonia plastica, ma così pregna di vitalità, pervasa di una sottile e raffinata sensualità da sembrare “vera carne” (come Canova definiva l'arte greca). La morbidezza del modellato corporeo, ispirata alla beltà reale della giovane, si coniuga con le rispondenze euritmiche di pieni e di vuoti, con la continuità lineare dei contorni che collegano ogni parte della Venere con i cuscini, il rifluente panneggio, le increspature seriche del lenzuolo che copre il materasso, ideato sull’esempio di quello dell’ Ermafrodito, rifatto dal Bernini e conservato nella Galleria.
L'eco della pittura veneta cinquecentesca, tanto amata dall'artista, rivive in questa creazione
 


Paolina Borghese, 1804-08, Galleria Borghese (part.)


superba, ugualmente vicina al pulsare della vita quanto al mito della bellezza universale: le Veneri distese di Giorgione e di Tiziano, le morbide nudità delle ninfe del Correggio, la posa molle del “Ritratto di



Maddalena penitente, 1793-94, creta. Possagno, Museo Gipsoteca


  Madame Récamier” di J. L. David qui si fondono in un linguaggio in cui i toni dei colori ed i valori della luce si traducono nel gioco pittorico del candido modellato marmoreo.
La tecnica dell’artista, infatti, complessa ed elaboratissima, è tesa a restituire nel marmo gli effetti di morbidezza carnale, dei chiaroscuri tenui e sfumati propri della pittura, con una singolarità di procedure atte ad ottenere una straordinaria luminosità del materiale , quasi una lucentezza cerea. Con “l’ultima mano” , levigando il marmo, Canova accentuava al massimo la resa epidermica, la sofficità delle pieghe dei panni come la cura di ogni particolare che rendono unici i suoi lavori. Con l’utilizzo dello “scalpello coi metodi del pennello” e con la forza della lima, egli giunge a smaterializzare la materia riproponendo le trasparenze dell’incarnato, la leggerezza delle vesti, la morbidezza dei riccioli, tanto che i contemporanei invidiosi gli rimproveravano di raggiungere tale effetto con l’uso dell’encausto sulle statue.
L' andamento sinuoso dall'orizzontalità della parte inferiore del corpo di Paolina alla posizione eretta del busto e della testa non si interrompe mai, sicchè lo sguardo può soffermarsi sulle luminose modulazioni del

seno e del ventre, scoprire la perfezione armonica delle spalle, indagare le delicatezze dei particolari dei piedi e delle mani….
Ciò che il Neoclassicismo teorizzava, ovvero l'assolutezza dell'arte e la sua immutabile astrazione dalla realtà contingente, viene smentito dall'opera del Canova, soprattutto nella Paolina, dove ogni freddezza è fugata ed ogni imitazione trasfigurata: pur aderendo ai canoni classici del ritorno al misurato equilibrio della statuaria antica, l’Artista tocca i vertici dell’arte contemperando realtà ed ideale, prosa e poesia. “ La forma plastica non rappresenta la figura, ma la sublima, trasforma l'essenza, […] la cala e la isola nello spazio reale e isolandola la idealizza […] : la forma-oggetto che risolve in sé ogni relazione spaziale, si racchiude in un involucro impenetrabile, si pone come presenza altamente problematica dell'ideale nel reale, dell'assoluto nel relativo [...]. (lettera di Canova, 1802)

 

Studio per la Venere Italica.
Bassano, Museo Civico

Bruna Condoleo, Storica dell'arte, giornalista , autrice di testi e cataloghi d'arte


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