Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale -Anno IV- Giugno/agosto 2008, n.15
IN MOSTRA 

Giorgio Morandi


Morandi al MART di Rovereto
di Bruna Condoleo




L'autunno che viene ci riserva 2 grandi eventi: la mostra bolognese dedicata dal MAMBO a Giorgio Morandi e la retrospettiva con cui il Metropolitan Museum di New York rende omaggio ad uno dei grandi Maestri del XX secolo. Ma nell'attesa si può fare un'esperienza importante: visitare la collezione dedicata al ‘900 italiano dal Mart di Rovereto, dove accanto ad opere di Depero, Carrà, Boccioni, De Chirico e Fontana, spiccano capolavori morandiani, tra cui nature morte definite metafisiche, ma in realtà dense di quell'atmosfera sospesa di disadorna liricità che è la caratteristica dominante di tutti i suoi dipinti.
Oltrepassando gli "ismi" di fine secolo, appena sfiorato dalle avanguardie (Futurismo e Cubismo), strenuo ammiratore di Cézanne per la sua capacità di sintesi, Giorgio Morandi (Bologna, 1890/1964) giunse negli anni '20 ad elaborare uno stile fatto di concretezza formale e spaziale, di serrato equilibrio compositivo ed emotivo. Mentre all'inizio del secolo scorso molti artisti si schieravano
 


Paesaggio, 1927, olio su tela. Rovereto, MART, Collezione L.F.


contro "l'esistenza nefasta dei musei", egli andava invece riscoprendo il valore della tradizione '400esca e dei Primitivi: Giotto, Masaccio, Paolo Uccello, Pier Della Francesca, un amore per i classici che si combinerà sia con l'atteggiamento di “Valori Plastici”, che propugnava il ritorno ad una figuratività tradizionale, sia con alcune posizioni dell'estetica purista. Anche il suo avvicinamento al linguaggio metafisico, di Carrà soprattutto, non contrastava con il gusto dell'essenzialità propria dell'arte pierfrancescana, anzi ne esaltava le qualità spaziali e prospettiche, trascurando invece la poetica dell'assurdo e l'enigma dechirichano.



Natura morta, 1929, olio su tela. Rovereto, MART, Collezione L.F.
  E' quello di Giorgio Morandi, artista schivo ed appartato, un universo pittorico in cui la visione della realtà, una volta sedimentata nella coscienza, si decanta senza perdere completamente la concretezza esistenziale. Nella scelta di bottiglie, bicchieri, cofanetti e scatole di latta, fiori un po’ appassiti che popolavano l’umile studio di via Fondazza, ricolmo di cose ordinarie, indagate negli aspetti più segreti, non è da ravvisare un atteggiamento decadente né una carenza immaginativa, ma il desiderio dell’artista di "scavare" l'oggetto per arrivare all'essenza. Pittura mentale è stata definita quella del bolognese, cioè forma contemplata con la mente e resa con ritmi di severa purezza, ma anche architettura figurativa per il rigore lineare e plastico delle sue composizioni. La raffinata sensibilità umana gli permette di cogliere la qualità poetica delle cose più insignificanti e di dipingerle, reiterandole continuamente, con toni offuscati e tinte polverose, come consunte dalla memoria.
Affascinato dall'opera di pittori come Renoir e Seurat e dal primo cubismo di Picasso e di Braque, Morandi fu artista antiretorico per eccellenza ed evitò con cura qualsiasi riferimento all'eloquenza, alla forza ostentata, che non apprezzava neppure nei grandi, come Michelangelo o Van Gogh. Dalle sue tele, infatti, non trapelano passioni gridate, bensì emozioni sommesse ed intime; anche quando i rosa delicati, i celestini morbidi e le ocre sbiadite sembrano tradurre un sentimento di sereno distacco, la quiete è apparente. E' piuttosto un pianto silenzioso, uno struggimento filtrato dal tempo e dalla distanza che trasfigura anche i paesaggi dell'agro bolognese, dipinti con reminiscenze da Chardin e da Corot, in un'assorta contemplazione dei ritmi dell'animo.



Natura morta, pere, 1924, olio su tela . Rovereto, MART, Collezione L.F.
  Malgrado partecipi nel '26 e nel '29 alle due mostre di “Novecento Italiano”, l'artista si andrà isolando sempre più ed intensificherà il colloquio con la propria arte. I paesaggi dipinti a Grizzana, luogo di soggiorni estivi ma anche rifugio dell'ultima parte della vita, sembrano a volte più sereni e luminosi: permane, tuttavia, un'inquietudine sottile, un desiderio di pace agognata ma non posseduta, caratteristica della malinconia morandiana, così come nel suo cielo “vasto di solitudine, senza approdi, c'è una serenità disperante"(Cesare Brandi). Nei soggetti di fiori, invece, la lievità di tocco e la scelta raffinata di tenere gamme coloristiche svelano una natura elegiaca che si traduce nel magico silenzio della forma ed in un atteggiamento più contemplativo.
“..Una salutare zavorra al folle volo del nostro secolo” (F. Arcangeli) è stata definita la sua pittura; “la poesia di Morandi - recita Francesco Paolo Ingrao, che ha donato la sua collezione

pittorica al Museo a lui dedicato in Bologna - è poesia di affetti quotidiani, ma la quotidianità, giorno dopo giorno, dà il senso dell'eterno”. E' proprio una sensazione di universalità emana dalle nature morte incantate, dai paesaggi solitari, dalle bottiglie assemblate con ordine e carezzate da una luce morbida: l'opera morandiana è sempre il riflesso di un mondo interiore ricco di alti valori spirituali che appartengono a tutti noi.

Bruna Condoleo, storica dell'arte, giornalista, curatrice di mostre ed autrice di cataloghi d'arte

 



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