Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno XI - n.50 - Ottobre-dicembre 2016
IN MOSTRA 


ARTEMISIA GENTILESCHI e il suo tempo
di Bruna Condoleo




Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni, Olio su tela, 119x170 cm Gemeinnützige Stiftung Schloss Weissenstein in Pommersfelden Kunstsammlungen Graf von Schönborn (Wiesentheid) ©
    



Danae Olio su tela, 41,30x52,7 cm Saint Louis Art Museum, Museum Purchase and gift of Edward Mallinkrodt, Sydney M. Schoenberg Sr., Horace Morison, Mrs. Florence E. Bing, Morton D. May in honor of Perry T. Rathbone, Mrs. James Lee Johnson Jr., Oscar Johnson, Fredonia J. Moss, Mrs. Arthur Drefs, Mrs. W. Welles Hoyt, J. Lionberger Davis, Jacob M. Heimann, Virginia Linn Bullock, in memory of her husband, George Benbow Bullock, C. Wickham Moore, Mrs. Lyda D'Oench Turley and Miss Elizabeth F. D'Oench, and Harold Pettus, and bequests of Mr. Alfred Keller and Cora E. Ludwig, by exchange ©



Una pittrice di grandissimo e genuino talento fu Artemisia Gentileschi, una donna dalla vita travagliata, ma che seppe riemergere dalla tragedia di uno stupro, avvenuto quando era poco più che adolescente, e affermarsi nel mondo dell'arte al pari di un valente artista "maschio". Una bellissima e grande mostra al Museo di Roma, Palazzo Braschi, dal titolo "Artemisia Gentileschi e il suo tempo", fa un resoconto puntuale della sua vita e della sua arte, dei contatti con i grandi artisti del suo tempo durante i soggiorni nelle diverse città italiane dove la pittrice visse e produsse capolavori.
Pur essendo figlia di un valido pittore, Orazio Gentileschi, le sue capacità artistiche si manifestarono fin dagli esordi evidenziando un autonomo carattere, un gusto straordinario per il colore e per la narrazione che subito la fecero apprezzare dagli ambienti dei committenti romani. Risale al 1610, quando Artemisia aveva solo 17 anni, "Susanna e i vecchioni", una tela di argomento biblico che l'artista interpreta in modo singolare. Nessuna ambientazione paesaggistica, come era d'uso fino ad allora, ma soltanto le tre figure contrapposte: la giovane inerme e spaventata, colta inconsapevolmente nella nudità durante un bagno, e i due vecchi lussuriosi e infidi che le suggeriscono profferte lascive. Dunque già un capolavoro, non soltanto per l'essenzialità con cui è riproposto un tema iconico, ma soprattutto per la bellezza di quel nudo femminile per cui Artemisia verrà immediatamente apprezzata e lodata dai committenti, malgrado le rigide regole controriformistiche! Soltanto un anno dopo dal trauma della violenza subita da parte di Agostino Tassi, il pittore suo maestro e amico del padre Orazio, creò un secondo capolavoro: la "Danae", dove l'artista supera gli spunti e le influenze della pittura di stampo caravaggesco, tipica dell'ambiente romano, grazie all'uso della luce che riscalda le morbide membra della donna e accende dei toni caldi di un rosso profondo la coperta del letto. Dopo il processo in cui fu incriminato e condannato il Tassi, Artemisia andò in sposa al fiorentino Vincenzo Stiattesi, anche lui pittore, con il quale si trasferì a Firenze alla corte di Cosimo II de' Medici. Durante gli otto anni di permanenza nella città toscana la pittrice riuscì a imporre il suo linguaggio, divenuto maturo, tanto che nel 1616 fu annoverata come pittrice alla prestigiosa Accademia del Disegno, prima donna a ricevere questa onorificenza!




Artemisia Gentileschi, Giuditta taglia la testa di Oloferne. Olio su tela, 199x162,5 cm. Gallerie degli Uffizi ©



Artemisia Gentileschi , Giuditta taglia la testa a Oloferne. Olio su tela, 159x126 cm. Napoli, Museo di Capodimonte ©



L'ambiente fiorentino, dove incontrò anche il grande amore della sua vita, il nobile fiorentino Francesco Maria Meringhi, le permise di entrare in una cerchia importante di committenze grazie all'amicizia con il nipote del Buonarroti, che divenne suo protettore e con lo scienziato Galileo Galilei, con cui ebbe una fitta corrispondenza, ma anche di conoscere artisti di primo piano come Cristofano Allori, che la istradò verso una maggiore attenzione alla rappresentazione degli "affetti" e ad una cura dei particolari pittorici. L'uso di una tavolozza cromatica preziosa si fa evidente nella "Conversione della Maddalena" dove spicca, oltre ad una capacità di introspezione psicologica, una pennellata fluida e una ricchezza decorativa che resteranno elementi caratteristici del suo stile. Le due redazioni di "Giuditta che decapita Oloferne", una da Capodimonte del 1617, l'atra degli Uffizi, denotano il gusto teatrale di Artemisia nell'elaborazione di una scena truculenta, d'ispirazione caravaggesca, ma che non trascura i dettagli decorativi, come la sontuosa veste dell'eroina biblica, di un broccato dorato nella versione degli Uffizi e di un blu pervinca, carico di luminosità, in quella conservata a Napoli. Lievemente diverso nelle due tele l'atteggiamento della protagonista: nella versione fiorentina si nota un maggiore coinvolgimento di Giuditta, che nell'omonima opera rivela invece un freddo cinismo nel veristico sgozzamento di Oloferne, grazie anche al taglio prospettico ravvicinato della macabra scena. Se è doveroso mettere in evidenza gli stimoli che la pittura di Artemisia ricevette dal raffinato ambiente fiorentino, è anche vero che il suo stile influenzò gli artisti toscani che da lei seppero trarre ispirazione per una pittura più sensuale, soprattutto nella resa dei nudi femminili e per un'accentuazione della carica espressiva. Tornata a Roma la pittrice fu molto coinvolta dalla personalità di Simon Vouet, che ricambiò la sua stima tanto da ritrarla in un suo dipinto, ma anche l'artista francese riprese da Artemisia il gusto della resa di temi ricchi di pathos.





Artemisia Gentileschi, Conversione della Maddalena, 1615-16. Olio su tela, 146,50x108 cm Gallerie degli Uffizi, ©
    



Artemisia Gentileschi, Ester e Assuero. Olio su tela, 208,3x273,7 cm Lent bt The Metropolitan Museum of Art, Gift of Elinor Torrance Ingersoll, 1969 ©



Dopo essere rimasta a Roma per sette anni, Artemisia si spostò a Napoli nel 1629 su invito del vicerè duca di Alcalà, già suo collezionista. "L'annunciazione" è un'opera molto toccante relativa a questo terzo periodo della sua vita, in cui s'intravedono spunti desunti da artisti operanti nel territorio napoletano: Massimo Stanzione, il Domenichino e Jusepe de Ribera, che influiranno sullo stile di Artemisia nel senso di una maggiore accentuazione della componente classicista. L' essenzialità dell''Annunciazione, in cui campeggiano sullo sfondo scuro le due figure di Maria e dell'Angelo, rispecchia un ritrovato gusto classico nell'aura mistica della scena, nel solenne e ampio gesto di Gabriele e nella timida e remissiva figura della Vergine. Di questo periodo è anche la bella tela "Ester e Assuero" con il suo semplice impianto compositivo, mentre i particolari curatissimi delle vesti dei protagonisti denota influenze veneziane. In "Giuditta e la fantesca" anche il contenuto drammatico della scena si è in parte affievolito: la posizione delle due donne, ritratte di profilo, mette in primo piano l'intenso volto drll'eroina biblica e alcuni particolari decorativi quali l'acconciatura di Giuditta, il suo abito prezioso, il gioiello sull'acconciatura, mentre la testa di Oloferne, posta nel paniere all'estremità sinistra della tela, risulta un elemento quasi secondario.
Nel 1638 Artemisia si trasferisce a Londra per raggiungere il padre ammalato, da dove ripartirà l'anno dopo la sua morte riparando a Napoli. Poco si sa di questo viaggio; della sua attività londinese le fonti ci tramandano che lavorò per un dipinto, oggi perduto, e per "L'allegoria della pittura" conservata alla Royal Collection. Altre opere create durante la stagione inglese sono andate purtroppo disperse, ma la "Cleopatra" del 1639/40 è ascrivibile all' ultimo periodo della sua vita. Questa immensa pittrice, caparbia, capace di ingraziarsi i potenti, amante della libertà e mai paga dei risultati raggiunti, muore nel 1653 a Napoli all'età di 60 anni e viene sepolta a S. Giovanni dei Fiorentini, sulla cui lapide vi è la semplice scritta: "Heic Artemisia" .
La mostra di ben 100 opere, di cui 29 della pittrice romana, è nata da un'idea di Nicola Spinosa, che è anche il curatore della sezione napoletana, mentre Francesca Baldassari ha curato la sezione fiorentina e Judith Mann quella romana; l'esposizione sarà visibile negli splendidi ambienti di Palazzo Braschi fino al 7 maggio 2017.





Artemisia Gentileschi, Annunciazione, 1630. Olio su tela,257x179 cm Napoli, Museo di Capodimonte ©
    



Artemisia Gentileschi, Giuditta e la fantesca Abra con la testa di Oloferne. Olio su tela, 114x93,5 cm Gallerie degli Uffizi ©


Bruna Condoleo, storica dell'arte, curatrice di mostre e di cataloghi d'arte


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