Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno IX - n.36 - Aprile - giugno 2013
I GRANDI RESTAURI 


La Pietà Vaticana di Michelangelo: quaranta anni dal restauro!

di Bruna Condoleo



“Potrà il capolavoro michelangiolesco ritornare al suo primitivo aspetto?”, si chiedeva l’Osservatore Romano il 22 maggio 1972, il giorno dopo lo scempio della Pietà Vaticana, attuato da uno squilibrato, mentre lo sgomento del mondo intero si manifestava sulle pagine di tutti i quotidiani, nelle strade, nelle case, nelle scuole, nel pellegrinaggio ininterrotto dei fedeli dinanzi a tanto insensato gesto vandalico. Il 21 maggio scorso i Musei Vaticani, a 40 anni dalla fine del restauro, hanno voluto ricordare l’evento con un Convegno di una giornata , ricco di spunti e di approfondimenti sul tema, presieduto dal prof. Antonio Paolucci e dal prof. Matteini.Il Ccnvegno di studi, Storia di un restauro, si è aperto con la proiezione al pubblico di giornalisti e storici dell'arte, del film documentario dello scomparso regista Brando Giordani, dal titolo “La violenza e la Pietà”, realizzato a suo tempo dai Servizi culturali della RAI in collaborazione con la SD Cinematografica. Il film, come ha chiarito Rosanna Di Pinto, responsabile dell’Ufficio Immagini e Diritti dei Musei Vaticani,“unisce alla scrupolosa cronaca del paziente lavoro di reintegrazione compiuto sull’opera, l’illustrazione della storia e del significato culturale della straordinaria scultura di Michelangelo” . Il documentario, in esclusiva mondiale, registrò, infatti, tutte le fasi del delicatissimo e complesso restauro, diretto da Nazzareno Gabrielli, già Dirigente del Gabinetto di ricerche Scientifiche dei Musei Vaticani, il quale si trovò ad affrontare e risolvere le difficili soluzioni d'intervento su di una scultura così speciale e unica per perfezione, armonia e fama.



MICHELANGELO BUONARROTI (1475 -1564)
Pietà, 1499
Basilica di San Pietro in Vaticano
Foto © Fabbrica di San Pietro in Vaticano



L’opera michelangiolesca era stata presa d’assalto da un invasato, Laszlo Toth, ungherese e cittadino australiano, con ossessioni mistiche e visioni apocalittiche, che aggredì con 10 colpi di mazzuolo d’acciaio la nuca della Vergine, il lato sinistro del velo e del volto, il naso, gli occhi, l’avanbraccio sinistro, che fu staccato di netto e nella caduta si frammentò in 4 pezzi, mentre la mano andava in frantumi. Il restauro, effettuato dal prof. Redig De Campos, al tempo direttore dei Musei e delle Gallerie pontificie, assieme alla sua équipe, durò un anno circa, ma molte furono le difficoltà affrontate dagli esperti a riguardo delle modalità e della tipologia dell’intervento. Il problema da risolvere, ovvero ricostituire e riposizionare alla perfezione le parti danneggiate, era tuttavia agevolato dall’esistenza di un calco settecentesco della Pietà, conservato in Vaticano, che permise ai restauratori un termine di paragone quanto mai attendibile e fededegno.




MICHELANGELO BUONARROTI
Pietà, 1499
Basilica di San Pietro in Vaticano
Foto © Fabbrica di San Pietro in Vaticano


MICHELANGELO BUONARROTI
Pietà, 1499
Basilica di San Pietro in Vaticano
Foto © Fabbrica San Pietro in Vaticano


MICHELANGELO BUONARROTI
Pietà, 1499
Basilica di San Pietro in Vaticano
Foto © Fabbrica di San Pietro in Vaticano



Dopo aver raccolto i numerosissimi frammenti di marmo, nella quasi totalità, e dopo averli catalogati, si passò al difficoltoso lavoro di incollatura dei frammenti debitamente restaurati, realizzato con materiali approntati all’uopo per ciò che concerne la composizione del mastice, degli impasti e delle resine.
Ma le maggiori perplessità venivano dai danni estetici riportati dalla statua che avrebbero potuto inficiare l’intensità dello sguardo e l’ incomparabile del volto della Vergine. Secondo i dettami della moderna disciplina del restauro, definite da Cesare Brandi, non si può ricostruire un bene oltraggiato senza inquinarne la veridicità; dunque si sarebbe dovuto procedere alla sostituzione delle parti mancanti, lasciando però visibili le reintegrazioni, come avviene nel restauro contemporaneo, oppure lasciare la statua con le sue lacerazioni senza interventi esterni, come avviene per i reperti archeologici. Ma l’eccezionalità dell’opera, la sua miracolosa bellezza, la fama che la circonda in tutto il mondo non permisero che si scegliesse alcuna di queste soluzioni, ma si decise unanimamente, con il parere favorevole dello storico dell’arte Brandi, per la ricostruzione fedele della statua, utilizzando tutti i frammenti restituiti alla loro integrità. Il restauro è risultato perfetto e tuttora validissimo, grazie all’eccellenza dell’intervento dei restauratori e all’impegno profuso nel restituire ai posteri un capolavoro eccelso.



MICHELANGELO BUONARROTI (1475 -1564) Pietà, 1499
Particolare: firma di Michelangelo
Basilica di San Pietro in Vaticano
Foto © Fabbrica di San Pietro in Vaticano
 

MICHELANGELO BUONARROTI (1475 -1564)
Pietà, 1499
Dopo l’atto vandalico, 1972
Basilica di San Pietro in Vaticano
Foto © Musei Vaticani – Per gentile concessione
della Fabbrica di San Pietro in Vaticano



Ricerca ardente della verità che sfugge alla mente umana, testimonianze plastiche dell’inquietudine di un’anima profondamente cristiana, le quattro Pietà di Michelangelo Buonarroti, scolpite in situazioni storiche e in tempi diversi, rappresentano espressioni altissime del “divino artefice” e ne descrivono compiutamente il tormentato percorso esistenziale.
Nella Pietà Vaticana, terminata da Michelangelo a soli 24 anni (1499) a conclusione di una strabiliante attività giovanile, reminiscenze dell’arte nordica, echi ferraresi ed emiliani e suggestioni leonardesche nella composizione piramidale, si fondono in un capolavoro neoplatonico in cui la serena presentazione del dramma allontana e disperde la cruda realtà della morte. Il Cristo sembra, infatti, dormiente nel dolce abbandono del capo e nella morbidezza delle carni ove affondano le dita della Madre; la Vergine, giovanissima come una puerpera, offre al mondo il proprio figlio con un gesto malinconico di rassegnazione, mentre il marmo candido disegna ampi e chiaroscurati panneggi attorno al corpo del Cristo, che offre i piani levigati di un morbido incarnato, lambito da aeree sfumature di luce. Commissionata al Buonarroti dal Cardinale Jean Bilhères de Lagraulas, già abate di Saint-Denis, ambasciatore di Francia alla Corte papale, è l’unica opera che l’Artista abbia firmato (sulla fascia che cinge il petto!), forse per un atto di orgogliosa affermazione di sé, ritenendosi ancora poco conosciuto a Roma come scultore.





MICHELANGELO BUONARROTI
Pietà, 1499
Dopo l’atto vandalico, 1972
Basilica di San Pietro in Vaticano
Foto © Musei Vaticani – Per gentile concessione della Fabbrica di San Pietro in Vaticano


MICHELANGELO BUONARROTI
Pietà, 1499
Dopo l’atto vandalico, 1972
Basilica di San Pietro in Vaticano
Foto © Musei Vaticani – Per gentile concessione della Fabbrica di San Pietro in Vaticano


MICHELANGELO BUONARROTI
Pietà, 1499
Durante il restauro
Basilica di San Pietro in Vaticano
Foto © Musei Vaticani – Per gentile concessione della Fabbrica di San Pietro in Vaticano



L’eleganza lineare e la dolcezza plastica delle forme ne fanno un’opera classica d’ intensa ispirazione poetica, ove passato, la nascita del Figlio, presente, la morte stabilita da sempre, e futuro, la resurrezione, si identificano in una sublimazione della storia che si fa supremo anelito mistico. Nelle tre successive Pietà, scolpite durante l’arco della maturità, Michelangelo trasforma gradualmente i gruppi marmorei in toccanti meditazioni sul tema del dolore, forse più consone a una moderna sensibilità, perché interpretazioni drammatiche del mistero della morte.
E’ noto, infatti, il concetto che il Maestro ha della scultura, somma fra tutte le arti perché capace di esprimere, attraverso il lavoro fisico sul marmo, il desiderio di “liberazione” della forma dalla vile materia che la tiene prigioniera. Lo scultore, secondo Michelangelo, ha il compito arduo di tollere il materiale superfluo dal blocco di marmo che già contiene in nuce l’idea, cioè la figura. Tale pensiero, di matrice neoplatonica, aiuta a comprendere il significato e il valore della sua tecnica del “non finito”, sempre più presente nelle successive Pietà, intesa come visualizzazione figurativa della lotta titanica tra corpo e anima, tra schiavitù e libertà, tra umano e divino.
L’incompiuta ultima pietà, che Michelangelo scolpiva ancora una settimana prima della morte, avvenuta all’età di 89 anni, il 18 febbraio del 1564, è composta, come la prima, da due figure soltanto: la Madre e il Figlio. Dal sereno nitore formale della Pietà Vaticana l’Artista è pervenuto all’allucinante divenire plastico della Pietà Rondanini, definita dal critico tedesco Wilhelm Worringer “rudere volontario” (in Astrazione ed Empatia, 1906): nell’estrema sintesi espressionistica di un’immagine suggerita più che descritta, la Rondanini diviene il testamento spirituale di un genio incontrastato dell’arte, lo specchio di una crisi profonda degli ideali umanistici e filosofici del Rinascimento, di cui Michelangelo era stato in gioventù, con la Pietà Vaticana, il più straordinario interprete.



MICHELANGELO BUONARROTI (1475 -1564)
Pietà, 1499
A) Dopo l’atto vandalico, 1972
B) Dopo il restauro

Basilica di San Pietro in Vaticano
Foto © Musei Vaticani – Per gentile concessione della Fabbrica di San Pietro in Vaticano



Si ringrazia l'Ufficio stampa dei Musei Vaticani per la gentile concessione delle immagini


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