Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno X - n.44 - Aprile - giugno 2015
I GRANDI RESTAURI 

Una nuova collocazione per La PIETA' Rondanini.
L'itinerario spirituale di un genio


di Bruna Condoleo



Le quattro Pietà scolpite da Michelangelo Buonarroti (Caprese 1475/ Roma 1564), testimonianze plastiche dell’inquietudine di un’anima profondamente cristiana, scolpite in situazioni storiche e in tempi diversi, sono espressioni altissime del “divino artefice” e ne descrivono il tormentato percorso esistenziale. L’ultimo capolavoro del genio, “LA PIETÀ RONDANINI”, dal 2 maggio 2015 trova una nuova "casa", sempre all’interno del Castello Sforzesco, negli affascinanti spazi espositivi dell’Antico Ospedale Spagnolo, allestiti da Michele De Lucchi.
All’incompiuta Pietà, quarta scultura del medesimo tema destinata alla propria tomba, Michelangelo aveva lavorato fin dal 1550 e in più riprese ne aveva modificato le dimensioni, fino alla forma finale in cui il corpo di Cristo è ricavato da quello primitivo della Vergine, costituendo perciò un blocco unitario. L'ultima PietÓ, che Michelangelo scolpiva ancora la settimana prima della sua morte, avvenuta all'etÓ di 89 anni, il 18 febbraio del 1564, era un tempo conservata nel romano Palazzo Rondanini (da cui la denominazione), ma da 60 anni è custodita nel Castello Sforzesco a Milano; essa Ŕ composta di due figure: la Madre e il Figlio, proprio come la prima Pietà Vaticana.


La PietÓ Rondanini (1564), nella nuova collocazione al Castello Sorzesco (credito fotografico: Roberto Mascaroni)


La Pietà al centro dell' Antico Ospedale Spagnolo (credito fotografico: Roberto Mascaroni)




L’opera si eleva quale indescrivibile grido d’angoscia del Maestro, che anche durante l’estrema vecchiaia non perse mai la gagliardia inventiva di un’inesauribile potenza creativa. “Rudere volontario” la definì il critico tedesco Wilhelm Worringer nel testo “Astrazione ed Empatia” (1906), ponendo l'accento sulla sconcertante modernità della scultura. Le figure, infatti, larve non più umane, scolpite ai limiti dell’astrazione formale, si allungano in uno spazio indefinito, che potremmo definire metaforicamente "dell’anima", inglobate in un unico bozzolo di pietra, accomunate nelle fattezze come nel sentimento, simbolo del processo stesso della creazione che è fare e distruggere, asserire e negare, vita e morte. Dal sereno nitore formale della giovanile "Pietà Vaticana", conservta nella Basilica di S. Pietro, Michelangelo è pervenuto al fine della sua vita all’angoscioso divenire della Pietà Rondanini: nella sintesi espressionistica di immagine suggerita più che descritta, l’opera rappresenta il testamento spirituale di un genio dell'arte incontrastato, ma è anche lo specchio della crisi degli ideali umanistici e filosofici del Rinascimento, di cui Michelangelo era stato il più grandioso interprete.
Nella PietÓ Vaticana, terminata a soli 24 anni (1499) a conclusione di una strabiliante produzione giovanile, reminiscenze dell'arte nordica, echi ferraresi ed emiliani e suggestioni leonardesche si mescolano in un capolavoro di gusto neoplatonico in cui la serena presentazione del dramma allontana e disperde la crudele realtÓ della morte. Il Cristo sembra dormiente nel dolce abbandono del capo; la Vergine, giovanissima, offre al mondo il figlio con gesto malinconico di rassegnazione, mentre il marmo candido disegna ampi e chiaroscurati panneggi, ma anche piani levigati e morbidi incarnati nei volti bellissimi di Madre e Figlio.


La Pietà Rondanini nella Sala allestita da Michele De Lucchi (credito fotografico: Roberto Mascaroni)






L’eleganza lineare e la dolcezza delle forme ne fanno un’opera classica d’ intensa ispirazione poetica, ove passato (la maternità della Vergine), presente (la morte del Figlio) e futuro (la resurrezione) si annullano in una superiore sintesi mistica. Anche nelle successive Pietà, scolpite durante la piena maturità, Michelangelo conserva l’ispirazione all’antico, ma esse si trasformano gradualmente in toccanti meditazioni sul tema del dolore, più consone a una contemporanea sensibilità nell’ interpretazione drammatica del mistero della morte. Influenzato nell’iconografia da dipinti trecenteschi e da alcune stampe di Albrecht DŘrer, 50 anni più tardi dalla prima, l’Artista scolpisce la Pietà “Bandini”, conservata a Firenze, che secondo Giorgio Vasari e Ascanio Condivi era stata ideata per una prima versione della propria tomba, da porsi in S. Maria Maggiore a Roma. L’opera (incompiuta e ultimata da Tibero Calcagni) è composta di ben 4 figure, disposte in uno schema piramidale, più simile a una Deposizione: Cristo, la Madonna, Maria Maddalena e il fariseo Nicodemo, che ha il volto di Michelangelo!




Una visione del retro della scultura (credito fotografico: Roberto Mascaroni)



In primo piano la tecnica del "non finito" (credito fotografico: Roberto Mascaroni)






Nella terza “Pietà di Palestrina”, scolpita dallo scultore già ultra settantenne, le figure si riducono a tre, e tensione e angoscia sono espresse nelle evidenti sproporzioni formali, nel volto dolente di Maria e nel largo utilizzo della tecnica michelangiolesca del “non finito”. L’Artista scolpisce ormai per sé, senza committenze, mai pago di tradurre nel marmo, un tempo da lui levigato fino alla perfezione, l’intimo travaglio, l’ansia di redenzione, anche l’insoddisfazione nella realizzazione pratica dell’idea. E’ noto, infatti, il concetto che il Maestro ha della scultura, somma fra tutte le arti perché capace di tradurre, attraverso la tecnica, il desiderio di “liberazione” della forma dalla vile materia che la tiene prigioniera. Secondo Michelangelo lo scultore ha l’arduo compito di “tollere” il materiale superfluo dal blocco indistinto del marmo che già contiene in nuce l’ idea, cioè la figura. Tale pensiero, di matrice neoplatonica, aiuta a comprendere il significato e il valore del suo “non finito”, che è visualizzazione plastica della lotta titanica tra corpo (la dura materia) e anima (la figura finita), tra schiavitù e libertà, tra umano e divino.
Dopo 60 anni dall’ allestimento nella Sala degli Scarlioni, la Pietà Rondanini, posta all’interno dell’Antico Ospedale Spagnolo, accentua la sua struggente intensità espressionistica, grazie anche ad un’architettura ideale, semplice e spoglia, di sapore quasi mistico. In quegli spazi collegati alla sofferenza, realizzati per i soldati della guarnigione spagnola del Castello colpiti dalla peste nella seconda metà del ‘500, proprio pochi anni dopo il momento in cui Michelangelo a Roma lavorava alla Pietà, la nuova collocazione appare una casualità particolarmente suggestiva! Sabato 2 maggio l’inaugurazione del Museo Rondanini dà anche l’avvio a ExpoinCittà con una grande festa al Castello Sforzesco che prevede una settimana di ingresso gratuito al Museo, fino a domenica 10 maggio. Buona visita a tutti!



Bruna Condoleo, storica dell'arte, curatrice di mostre e autrice di testi d'arte

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