Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno VII - n.30 - Ottobre-dicembre 2011
ARTinFORMA
RESTAURI E...DINTORNI

Intervista alla restauratrice Marina Pennini
di Francsca Secchi





Francesca Secchi: La situazione del restauro italiano in questo momento di crisi è estremamente difficile; i grandi appalti sono sempre più spesso affidati alle imprese edili, i fondi destinati alla cultura hanno subito tagli molto ingenti. Qual' è la sua opinione in proposito?

Marina Pennini: Esistono due categorie per il restauro monumentale: la OS2 e la OG2. La OS2 riguarda i restauri storico-artistici, quindi anche i dipinti mobili, gli affreschi, i graffiti, gli stucchi, gli intonaci, le suppellettili antiche, la carta, ecc.; la OG2, invece, riguarda il restauro monumentale eseguito non da restauratori, ma da maestranze edili. È quindi sulla sottile linea di confine tra queste due categorie che si delinea la “scelta di campo”. Se affidare cioè le superfici della storia ad un intervento stratigrafico e graduale oppure ad azioni più generali e meno mirate. Soprattutto sui monumenti, infatti, esistono tracce molto consistenti di finiture alcune volte ad intonaco, molto sottili, date a protezione dell’architettura che,
ovviamente, nel momento in cui ad intervenire sono maestranze edili non possono essere viste. Aggiungo che molti dati tecnici locali o più generali non risultano evidenziati nelle fonti scritte, ma si possono osservare e studiare sul “cantiere materiale”. Dati questi importanti, non solo da un punto di vista storico, ma anche da un punto di vista tecnico. Se infatti lo studio ed il confronto di questi dati consentirebbe di recuperare tracciati culturali, formazione delle maestranze antiche, tradizioni culturali, specificità locali interessantissime e diversificate non solo da regione a regione ma da paese a paese, ecc., la conoscenza più approfondita delle tecniche utilizzate e dell'uso di taluni materiali può essere fondamentale per la riproposizione di procedimenti operativi più duraturi e addirittura suggerire linee guida per nuove ricerche verso più moderne tecnologie d'intervento. È perciò fondamentale creare una più raffinata cultura generale e chiarire meglio chi deve fare cosa. Un esempio più che eclatante per tutti. Negli anni '80, a Roma, attraverso una operazione “illuminata” denominata poi “operazione Fori”, che vedeva l'intervento congiunto dell'Istituto Centrale del Restauro e della Soprintendenza Archeologica di Roma, si pose mano per la prima volta dopo secoli di abbandono, sui monumenti archeologici più importanti della capitale: Archi di Costantino, Tito, Settimio Severo, Colonne Antonina e Traiana, Tempio di Adriano, e altri monumenti ancora. Si agì con una DL congiunta tra i due Enti, vennero coinvolte per studi varie Università, e si utilizzarono solo restauratori. I metodi di intervento studiati e utilizzati consentirono la conservazione dei beni e lo studio approfondito della “materia dell'opera d'arte” (1), tanto da portare a scoperte e sistemi di conservazione ancora oggi validissimi. Tutto quanto venne annotatao su minuziosi rilievi con dettagliatissime mappature. Sempre dell'epoca sono i primi interventi sull'Anfiteatro Flavio, più conosciuto nel mondo come Colosseo. All'epoca ebbi modo di intervenire per la conservazione degli stucchi del passaggio imperiale nord e riuscimmo a sottrarli a spessi quanto durissimi strati di smog, recuperando tutto quanto conservato sotto di essi. Ancora intervenimmo sul travertino con i medesimi risultati conservativi e conoscitivi. Anni dopo, un tratto della facciata esterna fu restaurato da altri colleghi con gli stessi risultati di qualità. Oggi, dopo 30 anni, la Soprintendenza ha indetto una procedura negoziata per la categoria OG2 limitando alla nostra professionalità “frammenti” limitati di intervento. Si commenta da solo.



Mascherone, particolare durante la pulitura. Ecco cosa si vede da vicino restaurando i monumenti!




Arco di Tito, Fori Imperiali, Roma. Particolare del pannello con la Scena del Trionfo: tracce di patine.

F.S.: Quali potrebbero essere le conseguenze di queste nuove dinamiche sulla conservazione del nostro patrimonio artistico?

M.P.: Se si continua così, danni al patrimonio e mancata valorizzazione delle risorse umane costituite dai restauratori che, essendo nato in Italia il Restauro e molte delle sue teorie, sono di fatto i migliori del mondo. Poi ancora oggi, il mancato adeguato impiego del patrimonio culturale come risorsa economica. Non solo in ambito turistico ma legata a tutta una serie di altri settori di sviluppo. In tal senso sto elaborando, da diverso tempo, un progetto che può consentire la valorizzazione delle varie risorse e di trasformare questo Paese in funzione della sua cultura. Sarà un sogno, ma si può fare. Sto individuando anche gli interlocutori più adatti per presentare la proposta e ottenere finanziamenti, ma le confesso, da italiana, che mi piacerebbe fosse qualche nostro politico, anche se temo che sarò più ascoltata da stranieri.




Cattedrale di Anagni, esterno. Particolare con tracce di intonaco che in origine rivestiva tutte le superfici esterne della Cattedrale.


Cattedrale di Anagni. Facciata e Campanile.


F.S.: La professione del restauratore è spesso non adeguatamente valorizzata in relazione alla responsabilità di intervenire su un bene storico-artistico e alla complessa formazione che questo lavoro richiede. Cosa pensa in merito?

M.P.: La nostra categoria non è una categoria molto forte e nemmeno tanto unita, in più  la nostra formazione professionale è estremamente varia, diversificata e poco organizzata dal punto di vista impresa. Noi siamo un misto tra artigiano, tecnico specializzato, artista ed intellettuale, con formazione umanistica scientifica, tecnica e pratica. Da sempre la formazione intellettuale e quella pratica sono divise. Infatti, anche le scuole si dividono tra licei e istituti tecnici.
Nel nostro caso coincidono due aspetti generalmente separati e uniti solo nell'ambito della formazione artistica.
Il restauratore, agendo direttamente sull'opera d'arte ha una doppia responsabilità: quella di progettare e scegliere la tipologia dell'intervento e quella di eseguirla direttamente. Il restauratore è colui che interscambia con tutte le altre figure professionali, quali il chimico, il biologo, il fisico, lo storico dell'arte, l'architetto, l'ingegnere, l'operaio, l' archeologo, ecc. avendo una adeguata preparazione per poterlo fare.
Eppure la sua attività di progettazione è riconosciuta da poco tempo, la sua interscambiabilità con le altre figure professionali, tra cui spesso è mediatore, non è mai riconosciuta.
Nella struttura d'impresa esso paga il prezzo di questa molteplice e indivisibile formazione, perciò racchiudendo in sé vari aspetti e difficilmente può strutturarsi con una gerarchia precisa. Per noi restauratori si dovrebbe studiare un sistema di riunione che, oltre all'organizzazione imprenditoriale, contempli aspetti degli studi associati.
Dico questo perché le vigenti normative anche fiscali, non sempre si adattano in modo adeguato alla specificità professionale del restauratore.
La formazione del restauratore oggi mi sembra ancora poco organica. Una volta c'erano gli istituti di Stato (ICR – OPD – Ravenna), poi si sono moltiplicate scuole private, corsi regionali e provinciali con programmi diversificati per temi e tempi. Si aggiungono oggi le lauree universitarie, prive di formazione pratica e gli Istituti di stato sono diventati scuole di alta formazione. Credo che la possibilità di formarsi come restauratori potrebbe trovare in Italia un grande punto di appoggio per l'economia italiana, ma anche i fondi per la valorizzazione del patrimonio andrebbero adeguati alle aumentate risorse umane. Insomma, come sopra, è un serpente che si morde la coda: prima viene la revisione economica in funzione del patrimonio, poi lo sviluppo delle risorse umane.
Quello che mi auguro è che i restauratori trovino la forza di unirsi in associazioni di categoria per non essere fagocitati da strutture più grandi che non ne rappresentano la qualità e che possano partecipare in modo più adeguato ai tavoli di trattativa politica e sindacale.

Cattedrale di Anagni, interno. Particolare del pavimento della navata centrale.


F.S.: Pensa che la categoria dei restauratori possa fare concretamente qualcosa per cercare di cambiare in meglio la situazione?

M.P.: Innanzi tutto riunirci in modo più compatto ed esprimere le nostre esigenze con forza. L'ARI (Associazione Restauratori Italiani) sta facendo molti sforzi ed ha aperto le iscrizioni anche agli aiuto- restauratori. Invito perciò tutti i colleghi italiani non ancora iscritti a parteciparvi anche con contributi di idee e lavoro fattivo…. C'è tantissimo da fare…

F.S.: Il bando del Ministero per i Beni e le Attività Culturali riguardante la qualifica della professione di restauratore è al momento bloccato; crede che sarebbe utile regolamentare la formazione del restauratore e, soprattutto, quale sarebbe la formazione più adeguata per svolgere questo lavoro così complesso?

M.P.: Sicuramente una fusione della teoria con la pratica con modalità da studiare anche per le tipologie di riunione professionale. Il bando è stato bloccato perché ritenuto da taluni troppo selettivo. Vedremo cosà farà il MIBAC. Senz’altro alcuni restauratori sono stati penalizzati e per essi mi auguro una giusta mira. Ma temo che allargando troppo le maglie possano inserirsi figure professionali che del restauratore non portano nemmeno il camice.

F.S.: La conservazione preventiva, mezzo economico ed efficace per preservare il patrimonio storico-artistico senza intervenire direttamente sulle opere, potrebbe rappresentare il giusto indirizzo del settore del restauro, soprattutto in questo periodo di crisi. Cosa ne pensa?

M.P.: La conservazione preventiva, alias manutenzione, potrebbe dare da vivere a tutti i restauratori del mondo: i vecchi potrebbero vivere sulla manutenzione e i giovani restaurare opere nuove. Il problema è che, avendo il 73% dei beni culturali del mondo, o si stanziano miliardi oppure non se ne viene a capo. L'idea che, secondo me, potrebbe essere percorribile è che potremo anche rivolgerci all'estero per ottenere finanziamenti con scambi di studio.
L'idea potrebbe essere esposta in seguito su questa testata.

F.S.: Ci potrebbe illustrare brevemente di cosa si sta occupando in questo periodo relativamente ad interventi di restauro recentemente conclusi o attualmente in corso?

M.P: In questo momento sto lavorando in una chiesa in Calabria su materiali diversi: legno, dipinti murali, tele e pietra. Oltre al resto, un grosso problema conservativo è dato dalla monumentale cornice della pala d'altare che definirei un caso limite di restauro. È una cornice seicentesca intagliata, dorata e dipinta, bellissima, che ha subito una riverniciatura da carrozziere. Il legno è stato aggredito e svuotato da termiti e da una larva caratteristica.
In 25 anni di professione non ho mai visto una cosa del genere e devo dire che stiamo ottenendo dei risultati straordinari con un lavoro certosino, come si deve ad un restauratore che nella storia e nel tempo della storia affonda il suo sapere e l’amore per questo lavoro.




Cornice della pala d’altare. Stato di conservazione: svuotamento interno dovuto agli attacchi delle termiti e delle larve.





Villa Venier Contarini, Venezia. Particolare della tecnica di esecuzione.


La restauratrice, dott.ssa Marina Pennini, laureata in Storia dell’Arte presso l’Università di Roma III, si dedica da oltre vent’anni ai problemi della conservazione del patrimonio culturale. Dal 1986 è direttore tecnico della società Aurea Sectio s.r.l., e dal 2003 è nuovamente legale rappresentante della stessa. Ha curato interventi conservativi su importanti monumenti, fra i quali la facciata medioevale e la Cappella Caetani della Cattedrale di Anagni, il Ninfeo del Bramante a Genazzano (RM), il Palazzo Chigi di Formello (RM), la facciata di S. Ignazio, gli stucchi della Basilica sotterranea di Porta Maggiore e il Tempio di Adriano a Roma, nonché dipinti come tele e tavole di Tiziano, Guercino, Dosso Dossi, i dipinti murali della Cattedrale di Anagni e della Villa Venier Contarini a Mira (VE). Ha ricoperto gli incarichi di Direttore Operativo per l’Ufficio di Direzione Lavori della Soprintendenza ai Monumenti del Lazio e di Coordinatore della commissione per la “Conservazione del centro storico, la riqualificazione del paesaggio, l’ideazione del paesaggio notturno” per il Comune di Lugnano in Teverina (TR). Si è occupata della progettazione di diversi restauri, tra cui il recupero della Cattedrale di Pozzuoli e dei centri storici di Ferentino e Vallecorsa. Ha svolto, inoltre, un’intensa attività di insegnamento, tenendo lezioni di “restauro dei dipinti su tavola” presso l’Università di Roma III, di “restauro lapideo” presso la Facoltà di Architettura dell’Università “La Sapienza” di Roma, di “restauro di dipinti murali ed intonaci” e di “catalogazione fotografica specialistica per beni architettonici, storico- artistici ed archeologici mobili” presso il CEFME di Roma e Provincia. Tra le sue numerose pubblicazioni, ha apportato importanti contributi specialistici concentrando l’attenzione sugli aspetti metodologici e sui criteri di approccio ai problemi conservativi. Si dedica, infine, a disegnare gioielli ispirandosi alle decorazioni delle superfici architettoniche. Per l’impegno nella sua professione e per meriti nello svolgimento del suo lavoro, le è stato conferito nel 1990 il “Premio Minerva per le Arti”.

(1) Cesare Brandi. Teoria del Restauro. Edizioni di Storia e Letteratura, 1963.

Francesca Secchi è restauratrice, diplomata all'ICR di Roma, specializzata in Restauro Pitture, moderne e contemporanee




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