Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno VIII - n.31 - Gennaio - marzo 2012
ARTinFORMA
RESTAURI E...DINTORNI

La diagnostica nei Beni culturali: nuovi sviluppi e possibilità
di Francsca Secchi





La scienza della diagnostica per i beni culturali ha avuto, in anni recenti, significativi sviluppi che hanno permesso di modificare la prassi del trasporto dell’opera d’arte in laboratorio per effettuare le analisi necessarie alla sua salvaguardia. Tuttavia, prima di addentrarci nell’argomento, è necessario precisare alcuni punti fondamentali.
A che cosa servono le indagini diagnostiche su un manufatto artistico? Rappresentano l’insieme di fasi preliminari all’intervento di restauro vero e proprio, forniscono una sorta di “quadro clinico” dell’opera d’arte dal punto di vista delle tecniche esecutive, dei materiali originali e di eventuali restauri precedenti, dello stato di conservazione e dei processi di degrado. Sono inoltre una conferma alle ipotesi ed alle osservazioni del restauratore, il quale deve avere gli strumenti necessari per valutare quali indagini scientifiche richiedere caso per caso in base alla conoscenza dei dati che queste ultime forniscono. Ovviamente l’interpretazione dei dati venuti alla luce dalle analisi effettuate dovrà essere affiancata da un approccio interdisciplinare, ossia dallo scienziato, dal restauratore e dallo storico dell'arte, figure che dovrebbero interagire costantemente durante l’intero intervento, dalle fasi preliminari al progetto di restauro, dall’intervento pratico alla manutenzione e conservazione programmata del bene. Quando si parla di indagini diagnostiche conoscitive, è bene distinguere due tipologie di analisi: le indagini invasive, che prevedono il prelievo di materiale originale dall’opera, distinguibili a loro volta in indagini invasive non distruttive (il campione prelevato non viene distrutto e l’analisi può essere ripetuta un numero infinito di volte; rientra tra queste la sezione stratigrafica) ed indagini invasive distruttive (il campione prelevato viene distrutto durante l’analisi); le indagini non invasive, per le quali non viene effettuato alcun prelievo e che non arrecano quindi alcun danno alle opere d’arte esaminate. Tra di esse le più comuni sono le indagini fotografiche, la radiografia, la fluorescenza ultravioletta e la riflettografia infrarossa.
Dopo aver fatto questo rapido e sintetico excursus in merito, possiamo affrontare nello specifico l’argomento. Le indagini invasive, sebbene con lo sviluppo delle più moderne tecnologie prevedano ormai il prelievo di campioni dalle dimensioni molto ridotte, hanno tuttavia il limite di arrecare un danno (seppur microscopico) al manufatto, e di non essere spesso rappresentativi nei confronti dell’intera opera, costituita da una grande complessità di materiali. La ricerca scientifica ha per tali motivi posto recentemente particolare attenzione alle tecniche non invasive, tentando di sfruttarne al massimo le possibilità e trasformandole da indagini svolte in laboratorio ad indagini in situ. Non è più l’opera d’arte a doversi spostare in laboratorio per essere analizzata, ma è il laboratorio che si sposta nel luogo dov’è conservata l’opera stessa, evitandole spostamenti che, come noto, sono degli shock che possono mettere a repentaglio la sua conservazione.
Sulla scia di queste considerazioni è nato negli ultimi anni il MoLab (Mobile Laboratory), un laboratorio mobile nato a Perugia dalla collaborazione tra la Facoltà di chimica ed in CNR composto da un’equipe di specialisti che viaggiano per i musei di tutta Europa per svolgere analisi non invasive sulle opere d’arte in situ, grazie a fondi dell’Unione Europea.



Particolare di una fase della pulitura di un dipinto antico
Al tema molto sentito dagli esperti del settore della conservazione dei beni culturali è stato dedicato un convegno presso l’Accademia dei Lincei a Roma il 17 e 18 novembre scorso, intitolato appunto "Diagnostics in Cultural Heritage" (La diagnostica nel patrimonio culturale), mettendo a fuoco le possibilità delle indagini non invasive sulle opere d’arte antiche, moderne e contemporanee. Per quest’ultimo vastissimo gruppo di opere d’arte la questione lascia tuttora aperti molti interrogativi: se analizzando un affresco cinquecentesco ci aspettiamo di riscontrare la presenza di una successione standard di strati (arriccio, intonaco, intonachino, pellicola pittorica) e di pigmenti più o meno in uso all’epoca e descritti inoltre dalla manualistica, su di un’opera contemporanea non possiamo aspettarci lo stesso. Dalla metà dell’Ottocento in poi, con la rivoluzione industriale, il mondo dell’arte cambia radicalmente: il pittore non si produce più i colori in bottega, ma li compra direttamente in tubetto dal fornitore, così come le tele, anch’esse preparate industrialmente. Con l’Impressionismo la tecnica diventa antiaccademica, non segue più regole precise e ciò diventerà caratterizzante per tutta l’arte a seguire. L’artista da questo momento in poi non sarà più interessato alla durabilità delle opere che produce, ma alla progettualità e al concetto che vuole trasmettere. Se gli impressionisti abbandonano la prassi accademica della veniciatura finale, con l’avvento delle Avanguardie ed ancor più dal secondo dopoguerra il fare artistico acquisisce un’elevata specificità: ogni artista ha una sua tecnica individuale (il dripping di Pollock, i tagli di Fontana, i sacchi o le plastiche bruciate Burri, ecc.) e fa largo uso dei materiali più atipici, materiali di riciclo, come materiali commestibili, materiali vegetali o provenienti dal mondo industriale. Ecco allora che le indagini invasive presentano dei limiti: come identificare con certezza la specifica composizione e formulazione di una pittura sintetica se non attraverso un prelievo? La gas cromatografia di massa, analisi invasiva distruttiva, è infatti ancora oggi la tecnica più utilizzata dai musei di tutto il mondo per identificare i materiali plastici ed i film pittorici sintetici e per poterne studiare i processi di degrado, progettare gli interventi di restauro, stabilire le condizioni conservative, spesso molto diverse rispetto all’arte antica. Attendiamo quindi con ansia ulteriori innovazioni nell’ambito della diagnostica dei beni culturali affinché il superamento dei limiti delle analisi non invasive permetta in un futuro, speriamo molto vicino, una completa caduta in disuso delle tecniche microdistruttive.


Particolare di una fase della pulitura di un dipinto antico
Particolare di una fase della pulitura di un dipinto antico

Francesca Secchi è restauratrice, diplomata all'ICR di Roma, specializzata in Restauro Pitture, moderne e contemporanee




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