Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno II - Nov./dic. 2006, n. 6
RITRATTI E AUTORITRATTI 

L'INTERVISTA


L'arte di Rei, uno Schiele italiano
di Bruna Condoleo




Rei ed il suo mondo: una mitologia di personaggi sui cui lineamenti distorti sono incise le tracce, a volte ambigue e tenebrose, dell'esistenza umana. Senza nulla concedere alle armonie della forma classica, ma seguendo la foga di un pennello che altera le linee dei corpi, l'espressione dei visi, il ghigno di una bocca, il giovane artista romano fa affiorare sulla tela i suoi mostri e le sue chimere. Dipinge da quando era studente dell'Accademia di Belle Arti di Roma, e pur nell'ambito di una naturale trasformazione stilistica, una costante della sua espressività rimane la rielaborazione della realtà in visione surreale, quasi che l'eccessiva sensibilità del pittore possa rimettere in gioco, tramite l'immagine, le ragioni della vita, le paure e gli incubi, anche il desiderio di distruzione. E' dunque un monologo interiore, un “dipingersi” continuamente, un'espressione piena di pathos la sua pittura, permeata di stati d'animo dolorosi, inesprimibili a parole. Il flusso delle intime pulsioni si trasferisce in immagini inquietanti, a volte allucinanti, che conservano echi e suggestioni della pittura di Francis Bacon; altrimenti una sorta di sofferta malinconia affiora da volti attoniti che guardano lontano senza vedere nulla se non la propria profonda solitudine. L'arte di Rei è indenne da preoccupazioni puramente decorative: privilegiando il ritratto, egli si spinge nei meandri della coscienza, tentando di far emergere l'inconscio, rivolgendo interrogativi ai volti ed ai corpi per annientare le inutili apparenze e scoprirne le verità più segrete.
Meditativo e solitario, egli lavora febbrilmente nel suo studio; il suo messaggio ha infatti un carattere fortemente solipsistico. Le figure, prive di sfondi, ritratte su pareti grigie o entro vuoti pneumatici, sembrano imprigionate in una realtà soffocante, troppo angusta per contenere la dilatazione del proprio essere. I volti, siano essi rielaborazioni di sé o ritratti di persone care, posseggono una vita autonoma, una particolare essenza dolente. Forme spesso disfatte da segni fluttuanti, i ritratti di Rei non intendono restituire la somiglianza visiva del soggetto, ma per richiami essenziali interpretare una vita più intima e nascosta. Non una massa compatta, ma una costruzione trasparente, cui spesso mancano gli occhi, liquefatti nell'amalgama delle pennellate, come se non fosse più lo sguardo a poter tradurre la peculiarità di un volto, ma una misteriosa espressività che esplode incontrollata, distorcendo i tratti e alterando i lineamenti. I quadri di Rei posseggono un effetto ipnotico: dopo averle osservate, le forme prendono a delinearsi per poi svanire nuovamente in un turbinio di sequenze mutevoli che stimolano ricordi ed emozioni ancestrali. Egli rifiuta il racconto, sceglie soggetti carichi di potenziale drammaticità, tangibile anche nell'uso di pochissimi colori: il bianco, il nero, il grigio ed il rosso acceso, che semplificano le composizioni rendendo il linguaggio spoglio ed essenziale. Sono i colori non-colori dei sogni, ma anche i colori della rabbia, della solitudine gridata, del rifiuto dell'ovvio e della superficialità del mondo contemporaneo, così legato all'esteriorità, così privo di dubbi come di certezze. Lo stile di Rei, aspro ed incisivo, che rammenta nella scarnificazione estrema della forma l'arte di Egon Schiele, rinuncia infatti ad ogni forma di abbellimento o piacevolezza estetica ed in maniera brutale, a volte perfino grottesca, trasmette un indistinto malessere spirituale. Il mondo espressivo di Rei traduce, amio avviso, una precoce maturità umana ed artistica.







Senza titolo, olio su tela, 2002







il pittore Rei nel suo studio romano





Sam, olio su tela, 2005





Figura, olio su tela, 2005





Autoritratto, olio su tela, 2003




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