Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale -Anno IV- Aprile/maggio 2008, n.14
RITRATTI E AUTORITRATTI 



Francis Bacon: arte, disperazione, follia
di Bruna Condoleo



 


Pope I, 1951, Aberdeen Art Gallery&Museums Collections

 

Nato (1909) in Irlanda, a Dublino, da una famiglia inglese, Francis Bacon ha documentato con una pittura violenta e visionaria la sua vita tormentata, spinta agli eccessi del fumo, dell'alcool e del gioco d'azzardo, attanagliata dall'angoscia esistenziale e dal senso della morte. Dopo 15 anni dall'ultima esposizione, Milano gli ha dedicato una importante retrospettiva che attraverso opere, disegni, oggetti e ricostruzioni fotografiche del suo atelier, ripercorre l'intero excursus figurativo dell'artista, iniziato nel '34 con una mostra “privata” e conclusosi nel '92, dopo mezzo secolo di successi in tutto il mondo. Bacon ha conosciuto il Surrealismo nella Parigi degli ultimi anni '20, ma la sua esperienza artistica si è indirizzata poi verso un neoespressionismo figurativo, marchiato da un'inquietudine sconvolgente.
 

Sphinks, 1954, Aichi, Toyota Municipal Museum of Art

L'opera di Bacon è la cruda testimonianza dell'impossibilità dell'arte nel dopoguerra di porsi come mezzo di conoscenza delle cose e della tendenza a rivolgersi su se stessa, interrogandosi sul proprio ruolo nella società. Benchè l'interesse esclusivo dell'artista irlandese sia la figura umana, quest'ultima appare incapace a comunicare con l'altro, anzi chiusa e relegata in spazi asfissianti ed ostili, dilaniata dalla solitudine, regredita ad


Figures in a landscape, Birmingham, Birmingham Museum & Art Gallery, 1956-57

  uno stadio pre-relazionale. Fin dalle prime opere la deformazione si rivela una costante dei suoi dipinti, come pure l'interesse per il corpo umano: “il dramma della condizione umana è al centro dell'opera di Bacon e il luogo privilegiato dove si rende evidente questo dramma è il corpo” (H.P. Schwerfel). Nelle mostre inglesi degli anni dell'immediato dopoguerra, i lavori di Bacon rivelano chiaramente questa ossessione per la “carne” umana attraverso una rappresentazione dei corpi nudi, sempre più deturpati e dinamici, vorticosamente avvinghiati su se stessi, resi con colori violenti e sensuali, mescolati in maniera inusuale. I lineamenti corporei sono il frutto di una gestualità nervosa, mentre i visi, solcati da pennellate energiche come sciabolate, significanti come ferite dell'anima, diventano mostruosi nella perenne metamorfosi dei tratti che suscita quasi repulsione.  

Turning figure, 1962, olio su tela (collezione privata)

L'interessante serie delle Teste prelude al periodo dei dipinti dedicati ai papi negli anni '50. E' noto che il ritratto di Innocenzo X di Vélasquez sia stato per Bacon una vera ossessione ed un'opera con cui l'artista si è confrontato più e più volte, creando capolavori come Papa (‘51), dell'Art Gallery di Aberdeen, o Studio dal ritratto di papa Innocenzo X del '65. Oltre ad ispirarsi a geni del passato, egli si è servito spesso della fotografia, soprattutto degli studi di Eadweard Muybridge riguardanti la frammentazione del movimento.


Three studies for portrait of Henrietta Moraes 1969, olio su tela, (collezione privata)





Seated figure, 1974, olio su tala (collezione privata)
Ma nelle sue figure i movimenti graduati e sincronici desunti dalle foto si rassemblano, s'intrecciano e, privati di alcuni stadi, propongono alfine un'immagine decurtata e mutilata, rivelando un aspetto mostruoso. “Corpi agitati, corpi messi a nudo dove la carne diviene cibo, corpi eccitati in perpetua lotta con la morte” (H. P. Schwerfel). In questi anni i ritratti di Bacon, spettrali e quasi privi di corporeità, con volti sfocati o parti di essi mancanti, stagliati sul nero-nulla dello sfondo, si rivelano come l'espressione stessa del tempo che passa su di noi, cancella le individualità e mostra le contraddizioni ed i tormenti della nostra storia personale. Negli anni ’60, invece, le figure si torcono in uno spazio colorato che mette in maggiore evidenza i volumi dei corpi e la loro solidità ed anche i visi acquistano un’individuazione più definita, come l’amato George Dyer, l'amica Henrietta Moraes, Lucian Freud, pittore molto stimato da Bacon.

Oedipus and the sphinx after ingres, 1983, Lisbona, Museo Berardo
La ricerca sul personaggio e sui dilemmi dell’esistenza si fa più palese nei trittici degli anni ’70, esposti in grandi mostre a Parigi ed a New York: fantasmi della follia o automi colti nell’attimo di un’ambigua metamorfosi, le immagini senza volto, come invase da una lebbra, si triplicano e si dimenano nella solitudine esasperante di luoghi asfittici, simili a gabbie, mentre corpi sfigurati ed atteggiamenti sofferti denotano un erotismo esibito con sfrontatezza.
Tra le carte ritrovate nell’atelier di Bacon sono venuti alla luce disegni molto interessanti, anch’essi esposti nella mostra milanese a Palazzo Reale, e dal momento che un tempo si riteneva la sua tecnica pittorica veloce ed immediata, la presenza di studi preparatori e bozzetti chiarisce il vero dilaniante percorso creativo dell’artista.

Three studies for a portrait of John Edwards, 1984, Taiwan, Yageo Foundation



“Francis Bacon”, Palazzo Reale, Milano- fino al 29 giugno 2008



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