Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale -Anno IV- Giugno/agosto 2008, n.15
RITRATTI E AUTORITRATTI 



MARINO MARINI. Gli archetipi
di Bruna Condoleo


Cogliendo la fortunata opportunità di una mostra, inauguratasi il 31 maggio scorso a Gemonio (Va), nel Museo Civico Floriano Bodini, dal titolo “ Gli archetipi ”, vogliamo dedicare la rubrica “Ritratti” a Marino Marini, un artista che nella severa arcaicità della sua arte ha saputo trasfondere appieno l'intensità della propria storia interiore. Nell'arco della lunga carriera di grafico, pittore e scultore, tra le Pomone, i ritratti, le danzatrici, i guerrieri ed i miracoli, egli ha riproposto con continuità l'iconografia equestre, mutandone originalmente nel tempo aspetti semantici e modi di rappresentazione.




Piccolo cavaliere, 1944, terracotta policroma, Fondazione Marino Marini, Pistoia.




Ritratto della baronessa Renata Treves, 1931,
terracotta, Fondazione Marino Marini, Pistoia


  Sensibile alla vigoria espressiva dell'arte etrusca, studioso di scultura egizia e romana, appassionato di cultura romanica ed affascinato dalla civiltà gotica europea, ma ugualmente interessato alle ricerche espressioniste e cubiste delle Avanguardie del ‘900, Marini ha elaborato un personalissimo stilema “arcaico”, cui non è estranea l'ispirazione all'arte cinese dell'epoca T'ang, alla scultura cicladica ed alla plastica andina. Alla fine degli anni ‘20, non ancora trentenne, lo scultore pistoiese inizia la stagione dei ritratti con un celebre bronzo, “Il cieco” e con “Il popolo”, una terracotta che già rivela le scelte estetiche e le tematiche fondamentali dell'artista per l'intensa carica di vigore plastico e di monumentalità che impregna le due figure. Nei ritratti intimistici degli anni '30 e '40, realizzati spesso in terracotta, l'amore per l'argilla bene si coniuga con la personalità di Marini, desiderosa di ritrovare nella povertà della materia principe di ogni modellazione quell'essenzialità primordiale cui le sue creazioni rimandano. Si tratta di forme asciutte e scabre, come il“ Ritratto della baronessa Renata Treves ”, costruito per masse compatte, attraverso le quali lo scultore intende attingere alla sostanza profonda del soggetto, cogliendone l'immediatezza espressiva in una sintesi estrema. Fin dalla prima produzione scultorea compare la figura del cavaliere a cavallo, resa in maniera rude, priva di qualsiasi deviazione nel fantastico e spogliata di ogni retorica esaltazione: Marini affronta in modo nuovo un tema che fin dall'antichità aveva interpretato l'eroismo e la “virtus” dell'uomo, dominatore della natura e della storia. I primi cavalieri modellati dall'Artista, nudi ed immobili su cavalli bloccati, sono tuttavia immagini pacate e solenni, poiché egli riconosce ancora nel mito una fonte di valori positivi ed assoluti; perciò i gruppi equestri degli anni ‘40, dalle forme ben modellate in organica continuità, costruiti da poderosi volumi e da netti profili, rimandano ad una realtà astorica e atemporale, concepiti come eterni simboli dell'essere (“ Il piccolo cavaliere '44).
Ma dopo l'esperienza della guerra nell'opera dell'Artista si assiste ad un'astrazione sempre più consapevole del dato naturalistico: cavalli e cavalieri vanno assumendo drammatiche deformazioni, si torcono e si oppongono in moti contrapposti, mentre graffi profondi come piaghe, cesure e sfaldamenti della materia solcano le superfici scultoree. Le crepe del modellato, le contrarie tensioni dei corpi, i furiosi disarcionamenti dei cavalieri, bloccati nelle loro disperate cadute (come nei “Miracoli”), mutano i solidi gruppi equestri del periodo precedente in forme instabili, rivelatrici delle angosce individuali come dei drammi collettivi.
L'uomo virtuoso e prode dell'età rinascimentale, capace di indirizzare il proprio destino, ed il suo cavallo, un tempo arrendevole alla saggezza del cavaliere, con un significativo ribaltamento sono ora forme in doloroso contrasto, prive di equilibrio, in lotta affannosa, a simboleggiare la sconfitta di un'umanità che ha smarrito la via della tolleranza e della pacifica convivenza. Nei cavalli imbizzarriti e recalcitranti degli anni '50, il fiero e mite destriero della tradizione classica si è trasfigurato nel sinistro interprete delle forze occulte della natura, un cavallo dell'apocalisse nel quale sembrano riassumersi i germi distruttivi del male.
Con i muti cavalieri degli anni seguenti, la cui torbida pesantezza dei corpi grava come inutile fardello su cavalli-taurini o cavalli-tapiro, le braccia aperte come in croce ed i visi rivolti al cielo, Marini traduce con tragica espressività il monito allarmante di una vita svuotata di certezze, dove uomo e natura sono distanti, incapaci di ristabilire l'antico naturale legame.
La stessa pessimistica visione dell'esistenza si evidenzia nei ritratti degli anni '60, in cui gli effetti di una drammaticità intrinseca si leggono nelle ombre addensate nei solchi delle rughe, nelle arcate orbitali, nelle bocche incise come ferite sui volti.
La mostra “ Marino Marini. Gli archetipi”, dedicata principalmente alla produzione in terracotta, gesso e ceramica, intende cogliere il valore che queste umili materie rivestono nell'opera del Maestro, evidenziando le affinità tra la dimensione archetipica della sua arte e la povertà della materia utilizzata, fermo restando che dalle suggestioni dell'antico Marini ha saputo sempre estrapolare la sostanza vitale per farne scaturire una dimensione universale, ma anche altamente espressiva della civiltà contemporanea.
 


Ritratto femminile, 1943, terracotta,
Fondazione Marino Marini, Pistoia




Curata da Daniele Astrologo Abadal e da Alberto Montasio, l'esposizione “Marino Marini. Gli archetipi”, ospitata a Gemonio (Va) nel Museo Civico Floriano Bodini, si concluderà il 31 agosto 2008.



Nato a Pistoia nel 1901, allievo di Domenico Trentacoste all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove frequenta i corsi di pittura e di scultura, nel ’23, ancora giovanissimo, inizia l’ attività espositiva in occasione della II° Biennale romana e nel ‘27 partecipa ad una collettiva storica, accanto a Carlo Carrà, Ottone Rosai, Giorgio Morandi, Mino Maccari, nella III° Mostra Internazionale delle Arti Decorative di Monza. Dal ‘29 al ‘40 ottiene la cattedra di scultura alla Scuola d’Arte di Monza, successore di Arturo Martini e nel ’35 vince il primo premio alla II° Quadriennale romana. Dopo aver compiuto molteplici viaggi a Parigi, in Germania, in Olanda ed in Inghilterra, nel ‘40 diviene docente della cattedra di scultura all’Accademia di Brera, ma durante la guerra si trasferisce in Svizzera, dove espone per la prima volta al Kunstmuseum di Basilea. Tornato in Italia nel ‘46, si stabilisce definitivamente a Milano. L’affermazione dell’opera di Marini fuori dall’Italia è avvenuta stabilmente dagli anni ‘50, in seguito alle tre grandi mostre di Amsterdam, Bruxelles e New York (Curt Valentin Gallery), dove l’artista conosce molti uomini di cultura, tra cui Igor Stravinskij, al quale farà un celeberrimo ritratto. Durante il soggiorno americano, lo scultore ha modo di incontrare alcuni dei protagonisti dell’arte contemporanea, come Beckmann, Dufy, Calder, Mies van der Rohe ed ha l’opportunità di tenere agli studenti di Boston una memorabile conferenza alla School of the Museum of Fine Arts. Da allora la sua fama si amplifica, grazie ad esposizioni in sedi museali prestigiose, sia in Europa che in America; nel ‘52 riceve il “Gran Premio per la Scultura” alla Biennale di Venezia e nel ‘54 il “Premio Feltrinelli” dell’Accademia dei Lincei a Roma, nel ‘57 viene eletto Accademico di San Luca e nel ‘61 diventa membro dell’Insigne Accademia Pontificia. Muore nel 1980 a Viareggio. La città di Pistoia ha reso omaggio all’artista con il Centro di Documentazione, inaugurato nel ‘79 nelle sale del Palazzo Comunale e trasferito nel ‘90 al Palazzo del Tau, sede della Fondazione a lui intitolata, costituita da circa 350 pezzi tra acqueforti, incisioni, oli e sculture.


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