Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno V - n.19 - Maggio-giugno 2009
RITRATTI E AUTORITRATTI 



Giulio Paluzzi. "1959 e 2009: il futuro e la memoria"
di Bruna Condoleo




La materia è il flusso continuo della realtà: facendosi materia ciò che non è, il futuro, si trasforma in ciò che è stato, il passato ”(*): questo profondo pensiero di Giulio Carlo Argan sembra sintonizzarsi perfettamente al significato della mostra con cui Giulio Paluzzi, a distanza di 50 anni, ha voluto confrontarsi con il lavoro giovanile che il tempo ha plasmato, invadendo nuovi spazi di indagine e di sensibilità, senza tuttavia tradire l'antica ispirazione informale.



Cemento - barriera , cemento e bitume su tavola, 1959
,



Senza titolo n.23, (VIII Quadriennale d'Arte di Roma, 1959)



L'esposizione “ 1959 e 2009 : il futuro e la memoria ” vuole istituire un ponte ideale di (dis)continuità fra l'attività artistica iniziale di Paluzzi, foriera di spinta rivoluzionaria e proiettata nel futuro, ed il linguaggio odierno, contraddistinto da una riappropriazione critica della memoria che l'esperienza ha arricchito di consapevolezza e caricato di pathos esistenziale.
Interrogatasi sulla possibilità di essere tramite tra realtà e coscienza individuale, l'arte nel dopoguerra volge lo sguardo verso se stessa, cercando un vocabolario adatto a tradurre l' azzeramento della fiducia nel mondo e nelle idee. La materia, il gesto ed il segno, elementi originari dell'espressività, diventano il nuovo alfabeto di giovani artisti europei e statunitensi, che nelle loro opere informali rendono concreta la lacerazione con il passato ed il disagio della contemporaneità. Giulio Paluzzi ha soli 23 anni quando, ancora iscritto all'Accademia di Belle Arti di Roma (1959) e già impegnato, dopo gli stimolanti corsi di Toti Scialoja, ad indagare le qualità strutturali della pittura, inizia ad operare
al di là della figurazione, abolendo ogni riferimento al reale ed inoltrandosi in un terreno inesplorato in cui la materia acquista priorità assoluta. Sperimentare è la parola chiave, condivisa da altri giovani artisti della sua generazione (Pascali, Kounellis, Manzoni): egli vuole soprattutto ottenere il colore con materiali che non siano quelli tradizionali e dunque sceglie bitume, cemento, sabbia, carbone coke, materie povere che i luoghi della periferia romana, dove vive da ragazzo, possono offrirgli gratuitamente e dei quali conosce le consistenze e le
degenerazioni cromatiche, le metamorfosi e gli “effetti” plastici. Con l'entusiasmo del neofita esplora le molteplici qualità espressive della materia, sperimenta le combustioni dei materiali eterocliti che gli permettono di rendere tangibile la sua ansia innovativa, affascinato dalla capacità modellatrice del fuoco, incontenibile forza creatrice e distruttrice assieme, con la quale l'artista può caricare i materiali impiegati di un'energia potenziale e, novello demiurgo, modificarli a suo piacimento. L'articolazione libera di segni, grumi di materia e gocciolamenti di colore, è la trascrizione astratta di dati sensoriali ed emotivi; stesa in impasti densi, la materia, non più mezzo, ma realtà viva con cui l'artista si confronta continuamente, viene esaltata nella pura fisicità e l'opera finita è somigliante ad una concrezione lavica che sembra autogenerarsi, parallelamente alla natura.
L’ispirazione iniziale dell’opera può essere casuale, ma con una gestualità controllata e carica di significati, il giovane artista traccia un percorso pittorico che si chiarisce gradualmente a se stesso, strappato al caso da
 

S.A.N. 36, carbone e pigmenti, 1959
un’autonoma decisionalità. La pittura di Paluzzi, che è atto liberatorio, non ha mai tagliato i ponti con la vita dei sentimenti, nemmeno si è chiusa in un gioco segnico dettato dalla mera casualità, ma ha saputo assorbire la realtà contingente per poi dissolversi nuovamente in essa, in una costante osmosi con la materia da cui tutto si genera. Ed è in questo importante contributo offerto dalla consapevolezza creativa che si caratterizza e si distingue l'informale paluzziano dall'action painting americana.




Composizione, tecnica mista su tela, 2008




Piani paralleli, tecnica mista su carta intelata, 1959





Vortice, smalto e tempera su carta, (221cm x150) 1959



Fuoco e cenere, dittico, tec. mista su tela, 2008
 

Nel fecondo clima culturale della fine degli anni ‘50, contrassegnati da geniali personalità di artisti come Burri e Vedova ed in campo internazionale Fautrier, Pollock, Wols, Cy Twombly, le realizzazioni dell'artista, malgrado le naturali influenze esterne, si pongono in maniera pur sempre dialettica ed autonoma. La sua sotterranea anima tedesca (nonna e madre) gli suggerisce opere che vibrano di un impeto compresso in cui è la materia, rude, spessa e tormentata, a farsi conduttrice delle pressanti istanze estetiche ed esistenziali. L'immediatezza psico-emotiva dei lavori datati ‘59, la cui matrice è spesso una sensazione indistinta, si esprime adesso in un intrico raffinato di segni grafici e di dripping che esalta i valori gestuali, producendo molteplici variazioni sul tema.
La desueta dialettica fra astrazione e figurazione è stata ormai soppiantata dal dualismo di materia e gestualità: i ritmi lineari tortuosi, che registrano le incertezze implicite nell’attività del dipingere, traducono lo stadio di tensione dell'artista. Dalle inquietanti proliferazioni della materia, scelta di volta in volta, si comprende che quest'ultima non è solo oggetto, ma “personaggio” dell'opera e sulle sue stratificazioni, come su un muro scolorito e screpolato, pare che il caso e le contingenze della vita abbiano tracciato segni criptici ed
indelebili. Dopo 50 anni, percorrendo a ritroso il suo complesso excursus d'artista, Giulio Paluzzi rivisita con matura identità il passato cui affianca la sua produzione pittorica, ora caratterizzata dalla tensione esplosiva del gesto, dalla magmatica aggregazione di tinte primarie, dal dinamismo di linee intricate. Con prelievi di carattere dada, l'artista assembla a volte sul quadro piccoli oggetti recuperati, come fossero reliquie di una civiltà scomparsa, dissepolta dalla memoria, segni tangibili di uno sgretolamento della vita, stratificazioni materiche nelle quali tempo e spazio sembrano essersi impigliati.
Pur nell’apparente caotica dinamicità delle superfici, la struttura dell’opera è rigorosa: forme, colori e spazi si sintonizzano sempre alla ricerca di un equilibrio visivo. L’inestricabile matassa di segni, metafore dei pur fragili territori dell’emotività, ha oggi sostituito la giovanile ed irruente ricerca materica
 


Combustione, tecnica mista su tela, 2009
grazie ad un maggiore controllo mentale, frutto di una visione del mondo interiorizzata quanto sofferta. Dalla potente gestualità suggerita dai segni neri, light motive dell’intera opera di Paluzzi, che conserva echi espressionisti provenienti dal cloisonnisme delle vetrate nordiche, si generano forme dirompenti e pluridirezionali. Le linee nere, alternate con i bianchi, fulmineamente lanciate su campi colorati di toni accesi, svelano la drammaticità sempre implicita nel linguaggio paluzziano: in “ Omaggio a Emilio Vedova ” la raffinata trama compositiva e cromatica, che si libera in percorsi labirintici solo in apparenza svincolati da regole, si coniuga con l'essenzialità estrema del gesto, dando vita ad un'opera di straordinaria intensità evocativa.




Tracce 3°, polimaterico su tavola, 2009




Tracce, polimaterico su tavola, 2007







Omaggio a Emilio Vedova, tecnica mista su tela, 2007

(*) G. C. Argan, “Il secondo Novecento”. 2001, Sansoni, Fi



Nato a Roma nel 1936, Giulio Paluzzi completa gli studi presso l’Accademia di Belle Arti della Capitale nel ‘60, diplomandosi in “Decorazione” con i maestri Ferruccio Ferrazzi, Giuseppe Canali e Mino Maccari per l'incisione. Continua le ricerche già avviate con la frequentazione dei corsi di Toti Scialoja, approfondendo le esperienze informali e fin dal ‘56 inizia le partecipazioni a mostre e ad eventi prestigiosi, quali l'VIII Quadriennale d'Arte di Roma. Soggiorna per un anno a Damasco, dove realizza numerose opere, alcune acquisite dal Museo Nazionale Siriano e dopo un periodo trascorso a Beirut, rientra a Roma alla fine del ‘61, concludendo questa importante esperienza con il ciclo pittorico, detto "damasceno" , e l’opera "Il Grande Damasco". Il rinnovato senso del colore, frutto del soggiorno in Medio Oriente, lo porta a sperimentare una nuova figurazione di tipo espressionista con forti contrasti cromatici. Nel ‘65 inizia l'attività didattica come docente di "Discipline pittoriche" presso il Liceo Artistico Statale di Roma, conclusasi nel 1997. Dal 1968 al 2001 è incaricato per l'insegnamento di "Pittura murales e trompe l'oeil" presso la Scuola delle Arti Ornamentali del Comune di Roma, e fino agli anni '70 è anche collaboratore grafico della rivista "I diritti della Scuola". In questo tempo la sua indagine pittorica si volge verso un maggiore tonalismo ed un nuovo realismo di tipo strutturale. Dopo interessanti esperienze anche nel campo della filmografia, l'artista ha ripreso ed approfondito con rinnovata energia la fondamentale esperienza astratto-informale.

Giulio Paluzzi. "1959 e 2009: il futuro e la memoria"
Galleria d’Arte “L'Acquario”, via Giulia 178, Roma.
Dal 6 al 29 maggio 2009. Orario: 11,00 - 13,00; 16,30 - 20,00
chiusa festivi e lunedì mattina.
per informazioni tel./fax: 06/68134613
Organizzazione e Comunicazione: "Artes Faveo", studio@artesfaveo.com (tel./fax o6/33252518)



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