Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno I - Mar./apr. 2006, n. 2
LA POSTA 


Spettabile Redazione,

ho letto che a Ravello sarà costruito un grande auditorium il cui progetto, affidato all'architetto Oscar Neiermeyer, mi appare in stridente contrasto con le caratteristiche del luogo. C'è ancora speranza di fermare questo progetto?
Margherita V., una campana delusa.


Gentile lettrice, purtroppo l'Auditorium di Ravello, definito da Vittorio Sgarbi "uno scempio modernista" (Oggi, 2006), si farà ed il progetto del brasiliano Neiermeyer, approvato senza alcun concorso, un grande "guscio" fuori scala rispetto all'ambiente, andrà a deturpare, a mio avviso, un luogo esclusivo, producendo un impatto ambientale analogo a quello che il progetto di Meyer per l'Ara Pacis sta creando in Piazza Augusto Imperatore, sul Lungotevere romano. Non basta essere "moderni" per fare architetture adeguate e consone ai luoghi: ci vuole profonda cultura, comprensione e rispetto delle realtà preesistenti, senso della misura ed adattabilità all'ambiente.

 

 

 

Gentile Redazione,

si sente parlare sempre più frequentemente di “clonazione” delle opere d'arte, soprattutto a tutela di quei Beni che rischiano di veder compromessa la loro esistenza a causa dell'azione del tempo. Mi piacerebbe sapere il vostro parere su questo argomento che mi lascia un po' perplessa (ma quanto costa ?!) e che non trova concordi tutti gli storici dell'arte e gli studiosi.

Viviana C. da Perugia

Clonare o non clonare? Questo è il problema

Come sarà lo scenario delle città del futuro? Vivremo davvero circondati da opere d'arte clonate, in un ambiente virtuale e incorruttibile, mentre gli esemplari originali rimarranno protetti dall'irreparabile degrado, lontani dai luoghi per cui sono stati pensati ed in cui sono rimasti per decine di secoli? Il futuro che ci attende è dunque un mondo di copie, perfette ed asettiche, mantenute integre per i posteri? Questo scenario, purtroppo necessario per alcune opere, a primo impatto sconcerta e ferisce la nostra sensibilità, poiché ci sentiamo in parte defraudati di un bene, quello artistico, a noi destinato. L'opera d'arte, fin dal momento della sua creazione, possiede implicitamente la possibilità, come ogni prodotto umano, di essere offuscata dal passaggio del tempo, di perdere il suo splendore, ma anche di acquisire il fascino che solo la storia sa attribuirle. Il pericolo della deperibilità, dunque, è sempre presente e prevedibile nel fare artistico che, per quanto possa ipotizzarsi duraturo, rientra inevitabilmente nel ciclo fenomenico della materia.
Se tuttavia la clonazione di alcune opere d'arte che si trovano all'aperto risulta necessaria ai fini della loro salvaguardia e tutti riconosciamo l'importanza della sopravvivenza di un bene così prezioso, altro è l'accettazione in toto di replicare con i nuovi sistemi computerizzati capolavori artistici, affinché, ad esempio, possano viaggiare per il mondo, moderni “testimonial” della nostra cultura. Una clonazione indiscriminata di sculture di pregio, attuata per questo scopo (di cui si è sentito parlare spesso), risulterebbe un programma discutibile, quanto, a mio avviso, allarmante, innanzi tutto perché l'Italia è un “museo naturale”, cioè un luogo ove opere d'arte, città ed edifici costituiscono un “unicum” irripetibile, che il tempo e gli eventi hanno saputo disseminare, con fantasiosa disomogeneità. Pertanto l'isolamento dell'opera d'arte dal proprio contesto originario tende a falsare ed inficiare il significato dell'opera stessa, facendo venir meno la sua peculiarità, che è anche il suo privilegio: l'integrazione osmotica con il paesaggio, con la storia e con la quotidianità.
Il Marco Aurelio è stato clonato, ma non così è avvenuto per il Perseo di Benvenuto Cellini, che dopo il restauro, si è deciso di ricollocare nella fiorentina Loggia dei Lanzi. Se è vero che l'irripetibilità e l'unicità rappresentano l'essenza profonda dell'opera d'arte, dinanzi ad una perfetta copia tecnologica, ci si domanda: sarà identica l'emozione del fruitore del bene artistico, oppure la consapevolezza di non vedere l'originale renderà più sbiadita ed offuscata la sensazione stessa? Ma qualora ciò non dovesse avvenire, quale interesse spingerebbe il turista giapponese o americano a visitare l'Italia, nel momento in cui avesse la possibilità di vedere comodamente nel proprio paese “fedelissime” riproduzioni delle più famose opere d'arte? Oltre ai costi altissimi, la creazione di copie fotogrammetriche, realizzate cioè con sofisticate tecniche computerizzate, potrebbe risultare molto svantaggiosa ai fini del turismo italiano, basato principalmente, come è noto, sul richiamo dei valori artistici della nostra cultura.

E se gli originali, restaurati e ben custoditi, al riparo da piogge acide, degrado ambientale e smog, dovessero attendere “invano” i visitatori, un po' frettolosi e distratti, che paghi della visione dei perfetti cloni, ritenessero superfluo vedere “una replica” di quanto già visto?!

 


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