Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno I - Mag./giu. 2006, n. 3
IL COSTUME NEI SECOLI  

DISSERTAZIONI SULLA MODA


Corsi e ricorsi: il costume neoclassico.

di Bruna Condoleo




Forse qualcuno, vedendo le ultime filate di moda 2006, avrà notato che alcuni stilisti famosi, come ad esempio Dolce e Gabbana, hanno creato per il nuovo look femminile abiti che ripropongono in chiave moderna l'abbigliamento neoclassico degli ultimi decenni del ‘700 e lo stile impero dei primi anni del ‘800. In quel periodo della storia del costume la moda femminile subì una trasformazione radicale, sia nella concezione generale, sia nella linea , liberandosi dopo ben due secoli dalla servitù di sottogonne ampie e strutturate, come i “verdugali” seicenteschi ed i “paniers” settecenteschi, e di busti opprimenti, fatti con stecche in ferro, in legno o avorio, che costringevano il corpo in maniera innaturale, provocando spesso distorsioni anatomiche e malattie croniche.
Dopo la Rivoluzione francese la donna non abbandona soltanto le costrizioni dell'abito tradizionale in nome dei nuovi principi di libertà propugnati dai moti rivoluzionari, ma anche il fastidio delle ingombranti parrucche e dei trucchi pesanti, in nome di una ritrovata naturalezza e di una più autentica semplicità di proporzioni. La "tunica", ovvero un abito ispirato alla moda greca-romana, dalla linea ricadente e sinuosa, scivolato sul corpo e fermato sotto il seno da sottili nastri, è il nuovo abbigliamento che s'impone alla fine del secolo XVIII, proponendo un'immagine di donna ispirata alla naturalezza ed alla leggiadria. La moda “neoclassica” adotta, infatti, vestiti confezionati con stoffe leggere di cotone, spesso trasparenti, aperti lungo i fianchi da spacchi profondi, dunque molto sexy, con scollature generose, incorniciate da scialli di cachemire che ricordano il “pallium” latino, ovvero la stola rettangolare usata dalle matrone romane.
A questa linea flessuosa si accompagnano acconciature di capelli fermati in alto, ma ricadenti con morbidi riccioli sul collo, come è documentato dalla celebre scultura canoviana di “Paolina Borghese”, completate spesso da un nastrino rosso attorno al collo, detto “alla ghigliottina”, con un macabro riferimento alle decapitazioni del periodo del Terrore rivoluzionario!
Pittori famosi, come Dominique Ingres e Jacques Louis David, hanno immortalato queste mises molto femminili, a volte anche audaci, se si pensa che sotto gli abiti trasparenti, nella maggioranza bianchi, le signore non portavano indumenti intimi e le più impudiche addirittura bagnavano leggermente l'abito prima di indossarlo, perché risultasse più aderente al corpo, come si dice facesse Giuseppina Beauharnais, moglie di Napoleone Bonaparte.
“ Nihil novi sub sole”, dunque, se a due secoli di distanza le sfilate parigine sembrano attingere a piene mani ad un passato importante per l'arte e per la storia della cultura!
Nella sua essenzialità di taglio, l'abito neoclassico, come in parte quello “stile impero” che seguì, vuole tornare ad una classicità di forme, mai rinunciando alla bellezza estetica dei materiali e degli accessori: garze, mussolina e batista, oppure più tardi velluti di colore rosso per gli abiti di gala; acconciature alla greca, con fiori o piccoli diademi per la sera; ai piedi sandali alla schiava, allacciati con strisce che salgano incrociandosi sulle gambe. Primavere botticelliane o immagini pompeiane tornano alla mente nel vedere questi abiti danzanti, con i quali le dame francesi esprimono una lungamente attesa libertà.
Purtroppo con la Restaurazione dell'Ancien Regime questo splendido abbigliamento, che già negli anni '20 dell'800 comincia ad appesantirsi di decori, di pellicce, di colori, di gioielli, alla metà del XIX secolo ritorna ad irrigidirsi per effetto di busti con stecche di balena, ad amplificarsi in gonne sostenute da “crinoline” (cosiddette perché formate da crini di cavallo prima e da gabbie in acciaio poi), facendo dimenticare la parentesi felice dell'età neoclassica. Se paragonati ai preziosi dell'età imperiale, vere e proprie parure di gemme colorate, i semplici gioielli neoclassici, fatti di perle e di cammei, sembrano già lontanissimi nel tempo.
La donna dell'epoca romantica torna ad essere una figura idealizzata, madre e moglie, fragile e rispondente all'immagine che l'uomo e l'artista hanno di lei: eroina o infelice protagonista di amori impossibili. L'imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III, diviene il simbolo di questa femminilità tradizionale e borghese ed i suoi abiti, amplissimi e sontuosi, detteranno legge non solo in Francia. Nel 1857, in rue de la Paix, a Parigi, l'inglese Charles Frédérick Worth, sarto preferito dell'Imperatrice, apre un laboratorio di sartoria destinato a divenire famoso, perché può a buon diritto ritenersi il primo laboratorio ove nasce l'haute couture, l'alta moda come la intendiamo oggi, ovvero un mestiere autonomo, frutto di professionalità, destinato ad un'élite di benestanti che desiderano l'esclusività. Anche grazie all'intensificazione delle riviste femminili, si diffondono alle masse borghesi i modelli più in voga e per la moda del busto dovrà purtroppo passare ancora molto tempo prima di vedere la sua definitiva scomparsa, attorno al primo decennio del ‘900!



F.Winterhalter: L'imperatrice Eugenia
Compiégne, 1850


 





Collezione Alysi Fashion 2006






La bustaia, incisione, 1820 c.






J.L.David: Madame Hamelin, Washington, National Gallery, 1800







D.Ingres: Madame de Senonnes - Nantes 1814



L'immagine dell'home page ritrae scarpe femminili del primo Ottocento, conservate alla Galleria Parmeggiani di Reggio Emilia.