Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno I - Sett./ott. 2006, n. 5
IL COSTUME NEI SECOLI  

DISSERTAZIONI SULLA MODA


Tante "idee" in testa

di Bruna Condoleo



Il cappello: un ritorno annunciato

Fin dall'antichità il copricapo, oltre a rappresentare un complemento essenziale dell'abbigliamento, ha espresso uno status symbol, più o meno palese, dal preziosi Klaft dei Faraoni egizi alle stravaganti acconciature rococò, dagli slanciati cappelli delle madonne trecentesche alle sbarazzine cuffiette d'età vittoriana. Nella seconda metà del secolo scorso, però, la moda del cappello ha subito un arresto, dovuto a diverse cause concomitanti, sociali soprattutto; le sfilate di moda dall'inizio del 2000 ad oggi, invece, stanno riportando in auge questo importante accessorio dell'abbigliamento e pertanto ci sembra interessante approfondire l'argomento con l'aiuto di chi ha grande esperienza nel settore.


Le forme di legno per la creazione di cappelli


Patrizia Fabri, creatrice di cappelli ed accessori, ha da poco rilevato il Laboratorio artigiano dei Fratelli Cirri, creato a Roma nel '36, ribattezzato ora “Antica Maniffatura Cappelli”, uno dei pochissimi che produca copricapi secondo l'antico metodo della “stiratura a mano”. Alla affermata stilista chiediamo in cosa consista questa tecnica. “ Per ciò che si definisce stiratura a mano- spiega Patrizia Fabri- è fondamentale la forma di legno, una scultura ricavata nel legno di tiglio, che non si deforma né con il calore né con l'umidità. Stiratura a mano significa far aderire il feltro, ovvero la materia prima del cappello, alla forma del legno tramite una stiratura effettuata con ferri appositi, tondeggianti in basso”.
Cosa sono le forme di legno? “ Si tratta di una vera e propria scultura, il negativo del cappello -chiarisce Patrizia- Queste forme, scolpite a mano, possono esser chiamate tecnicamente pezzo unico, diviso in cupola e falda oppure a sistema, quando un copricapo ha una parte rastremata, dalla quale non potrebbe uscire un pezzo unico e perciò bisogna smontare la forma, che è composta ad incastro in 4 o 5 pezzi.”
Forse pochi sanno che il cappello finisce in forno. In cosa consiste quest'operazione? “Secondo me si tratta dell'aspetto più affascinante del processo realizzativo, anche perché un po' misterioso- precisa Patrizia- Forno non è il termine esatto: è una fonte di calore, un piccolo vano dove viene fatta evaporare l'acqua che serve a rendere elastico il feltro. L a vapora è l'attrezzo che precedentemente ha ammorbidito il feltro, il quale, una volta intriso di calore ed asciugato, rimane con quella forma per sempre”.
Dalle tue spiegazioni comprendiamo che servono tempi lunghi per creare un cappello: come si conciliano con la frenetica vita moderna? “ Forse non si conciliano!- risponde ironicamente Patrizia- Tuttavia, qualsiasi attività artigianale od artistica che si rispetti richiede tempo, pazienza, tante fasi di lavoro e soprattutto passione, inevitabilmente”. Il cappello è davvero un accessorio d'abbigliamento che sembra avere una particolarità: l'unicità. Concordi? “ Sicuramente. Dal momento che le forme di legno che servono da base per creare i vari tipi di cappelli sono sculture, ciò conferisce al cappello quell'armonia ed unicità, che è anche capacità espressiva dell'oggetto finale, tipica della scultura. La forma dona, in maniera particolare e sempre diversa, quel valore aggiunto che si sposa all'espressione del volto, alla personalità, al modo di essere di ognuno”.
Parlaci del feltro, materiale per eccellenza del cappello. “ Innanzi tutto distinguiamo i berretti dai cappelli: i primi vengono tagliati e cuciti per acquistare una caratteristica volumetria, mentre il feltro è quello che si adatta alla forma di legno e quindi è un volume intero, dato dalla plasticità della materia”.
Patrizia, come si realizza un cappello di feltro? “La materia prima è il cono per cappelli di piccole dimensioni , oppure una cappellina che è formata da cupola e ala, che serve a fare un cappello con falda larga. Il feltro, che può essere in lana o se più pregiato, in pelo di coniglio, arriva dai paesi dell'Est europeo, ma soprattutto dalla Cina e ciò spiega il calo di qualità, perché il materiale che lavora la modista deve essere leggerissimo e morbido, tanto da prendere forma con l'azione delle mani, mentre quello che viene da una produzione di basso profilo è un feltro più duro, che ha la stessa grammatura e dunque poco malleabile. Ad esempio, nel mio laboratorio io utilizzo soltanto feltri che vengono dalla Francia o dal Portogallo, perchè sono concordemente materiali ottimi.
Dopo aver subito il processo di assorbimento del vapore, il cappello viene tirato sulle forme di legno, ovvero conformato, poi stirato nelle parti dove presenta pieghe e rientranze, ed in ultimo spagato ed a volte inchiodato in zone più rientranti. Solo alla fine viene essiccato.”
Nel marzo 2004 hai esposto con successo alla fiera milanese del MIPEL la tua bellissima collezione di cappelli del ‘900: vuoi tracciare un rapido excursus della moda del cappello dagli anni '20 fino ad oggi? “Con piacere- ribadisce Patrizia- Premesso che il cappello si modifica a secondo della cultura del tempo forse più di ogni altro accessorio, il decennio più significativo per la trasformazione del costume femminile sono gli anni '20, quando s'impone un nuovo tipo di donna androgina, che cerca di nascondere le curve naturali del corpo, abbassando il punto vita dell'abito ed attuando un radicale taglio dei capelli. Proprio il taglio alla maschietta favorisce la nascita della cloche, un piccolo cappello molto calzato, dietro cui il viso tende a nascondersi. Negli anni '30 linearità ed armonia sono le tendenze che caratterizzano il cappello: in Francia Coco Chanel crea un suo particolare stile che prevede baschi e zucchetti semplici, ornati da un fiocco piatto, mentre Elsa Schiapparelli, ispirandosi al Surrealismo, inventa cappelli dalla forma inconsueta di scarpa o di cono gelato!
La moda degli anni '40 impone invece una donna slanciata e ricca di fascino e per amplificare questo effetto si usano trucchi sartoriali, che fanno sembrare la testa più piccola del corpo. Sulle pettinature a riccioli piatti si adottano perciò piccoli copricapi, in precario equilibrio, inclinati su di un occhio, che si contrappongono alle spalle larghe, creando un rigoroso incrocio di linee oblique e verticali.”
Dopo la guerra la moda propone un altro tipo di donna, più femminile, dal corpo fasciato e dalla vita di vespa. Come sono i cappelli dell'epoca? “ Le donne del dopoguerra- continua Patrizia- sono eleganti e sofisticate nei loro tailleurs sartoriali e potendolo fare, curano al massimo il proprio aspetto. I cappelli si trasformano in piccoli bouquets infiorati, coperti di velette o sono larghe pagode, che si contrappongono allo scollo a V degli abiti. Invece negli anni '60, con la moda dei toupès e delle parrucche, i cappelli sono poco usati, rispetto all'uso dei foulards che prendono piede, grazie anche alle dive del cinema (pensiamo a Brigitte Bardot!). E' l'inizio del declino del cappello, che vive soltanto come parasole di paglia lungo le spiagge e negli anni ‘70, periodo dell'anticonformismo e della rivoluzione dei costumi, il cappello quasi sparisce, ad eccezione di quelli in jeans con visiera o dei semplici Pamela, a falde larghe, tipici delle figlie dei fiori”.
Che ne pensi di questo ritorno del cappello nelle sfilate dei grandi stilisti e non solo? “Io credo che soprattutto il cappello fatto a mano- precisa Patrizia- stia tornando prepotentemente alla ribalta, come un bisogno rinnovato di completare il proprio abbigliamento con originalità ed eleganza. Il cappello fatto a mano fa percepire l'idea di tempi lenti ed esprime una personalizzazione dell'abbigliamento che risulta anche terapeutico. Mi rendo conto che i miei clienti, quando iniziano a misurare un cappello e scoprono tutto il lavoro che c'è dietro, rimangono affascinati: in quel momento si attua una sorta di riconciliazione con se stessi, tra la cornice ed il contenuto. Il cappello è una cornice importante: nel nostro tempo il modo di essere esteriore è spesso ostentato, attraverso una fisicità esposta platealmente: invece il cappello è un oggetto che interpreta sottilmente la personalità di ognuno e grazie al quale viene fuori una parte intima di sé. Chi indossa anche per la prima volta un cappello e comincia a prendere confidenza con questo accessorio così particolare, attua un percorso anche dentro se stesso. Mettere un copricapo non è porsi in evidenza, ostentare, ma al contrario un "celarsi", un concedersi in maniera riservata, ancorché consapevole: con il cappello si decide di darsi o non darsi agli altri, relazionandosi con il mondo in modo discreto e graduale ed anche un po' misterioso. Perciò io suggerisco sempre di mettere il cappello in modo che soltanto un occhio possa ben vedere: l'altro guarda ad una parte nascosta di noi, che non deve subito e troppo facilmente essere regalata al mondo!”.
Grazie Patrizia: vive la difference!

Le immagini sono tratte dall'archivio fotografico di “Antica Manifattura Cappelli”, di Patrizia e Piercarlo Fabri. Via degli Scipioni, 46- Roma
tel: 06/39725679- info@antica-cappelleria.it



 





Il laboratorio di cappelli di P.Fabri






Creazioni di P. Fabri: anni '20






Cappelli anni '30





Creazioni anni '40






Cappelli anni '60





Creazioni anni '70: baschi e Pamela




Collezione di cappelli creata da Patrizia Fabri


             
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