Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno V - n.18 - Primavera 2009
IL COSTUME NEI SECOLI  

DISSERTAZIONI SULLA MODA


Storia e restauro di una “casula” medioevale

di Bruna Condoleo




La casula di Albuin (fine X-XI sec:) dopo il restauro . Bressanone, Museo Diocesano

 



Dedichiamo questo numero all'abito ecclesiastico che, a differenza del costume civile, non ha subito nel tempo sostanziali modifiche, essendo un habitus istituzionalizzato, il distintivo di una situazione di privilegio e di uno status symbol che tende dunque a restare fedele a se stesso ed al messaggio che vuole esprimere. Dal libro "Veröffentlichungen der Hofburg Brixen", Band 2 (nota 1), riportiamo in esclusiva per ars et Furor il testo in italiano (con alcuni brevi omissis, individuabili dai puntini tra parentesi): la prima parte è lo studio della dot.ssa. Mechthild Flury- Lemberg, già direttrice del Laboratorio di restauro della Fondazione Abbeg (Berna), dedicato all'antichissima “Casula di Albuin”, conservata nel museo di Bressanone e restaurata nel 1991 da Irene Tomedi, della quale pubblichiamo, nella seconda parte, la relazione attorno a questo prezioso restauro conservativo.



La casula ad aquile di Bressanone:
un importante esemplare di paramento sacro paleocristiano.

(di M. Flury- Lemberg)

La casula ad aquile del tesoro del Duomo di Bressanone è uno dei più preziosi abiti liturgici pervenutici dal primo medioevo. Già negli inventari più antichi la casula a campana è associata al nome del vescovo di Bressanone Albuin (975-1006). La casula di Albuin è menzionata nell'inventario della sacrestia del duomo brissinese dal 1550. Quale itinerario essa abbia percorso da quando nell'XI sec. fu confezionata a Bisanzio per approdare a Bressanone non è dato sapere.
Il santo Albuin discendeva dalla stirpe carinziana degli Ariboni. In qualità di vescovo è menzionato per la prima volta nel 977. Nel 1141 il vescovo di Bressanone Hartmann ne fece traslare le reliquie da un altare laterale del Duomo brissinese all'altare principale.
Nella sua vita il vescovo Albuin intrattenne stretti rapporti con gli imperatori germanici, in particolare con Enrico II, dal quale - è dimostrato - più volte ottenne regalie. Quando Enrico, che dal 995 reggeva la Baviera con il titolo di duca, dopo la morte di Ottone III giunse a Magonza per l'incoronazione, del suo seguito faceva parte anche il vescovo di Bressanone Albuin. Nella circostanza Enrico II pare aver anche elargito parecchie donazioni che in seguito sono confluite nel tesoro della cattedrale di Basilea. Ad un possibile dono della casula da parte dell'imperatore ad Albuin potrebbe far pensare un'analoga casula ad aquile, oggi perduta, detta “il manto di Enrico”, già conservata nel tesoro della cattedrale di Basilea e notoriamente per lungo tempo indossata dal vescovo nel giorno della commemorazione dell'imperatore Enrico. Nella miniatura sul registro dei feudi della diocesi di Basilea del 1446 è raffigurato il vescovo che indossa il manto di Enrico (fig. 1). Nel breviario di Basilea il manto è descritto come una preziosa pianeta che con i suoi ornamenti figurativi, le aquile intessute in oro, mostrava in sé la fusione di arte e magnificenza; ancor più dettagliatamente nell'inventario del 1525 esso è descritto come guldin casuckel rot mit guldinen adlern durchwebben (casula d'oro, rossa con aquile d'oro intessute). Si sa che nel 1534 gli abitanti di Basilea vendettero il manto imperiale: da allora non se ne ha più traccia.
I paramenti sacri avevano un’importanza particolare in epoca protocristiana. Si erano andati evolvendo a partire dall’antico abbigliamento civile e, nella sostanza, ne conservavano la foggia. Così dall’antico mantello a ruota è derivata la “casula” come veste liturgica che ancora nel medioevo conservava la forma a campana della paenula romana (nota). La casula era la veste più esterna indossata dal sacerdote.

(nota 1) "Veröffentlichungen der Hofburg Brixen" Band 2, a cura di Leo Andergassen, ed. Diözesanmuseum Hofburg Brixen 2004

(nota 2) paenula: mantello “povero” con cappuccio utilizzato durante i viaggi.

L'effetto prodotto dai ricchi e rari tessuti di seta, dai galloni dorati, dalle gemme nelle loro montature artisticamente ricamate era parte del loro splendore. L'ornamento era in simmetria con la funzione sacra alla quale esso era destinato e palesava il rango del sacerdote. Dopo il 1000, quando il piviale fu introdotto nelle funzioni sacre, la casula resta esclusivamente riservata alla celebrazione della messa.

 


(Fig 1) Il vescovo di Basilea ritratto con il "manto di Enrico". Miniatura dal libro dei feudi della diocesi di Basilea del 1446. (originale e foto: Generallandersarchiv Karlsruhe)


(Fig.2) San Gregorio in una miniatura del 983. Stadthibliothek, Treviri..
Fino al XIII sec. essa mantiene la forma della casula a campana. In seguito, poiché l'indumento poggia sulle braccia di chi lo indossa, l'abbondanza della stoffa lo rende evidentemente troppo scomodo e nei secoli successivi la casula viene sempre più accorciata ai lati finché, un po' alla volta, dal XVI sec. acquista la consueta forma a scapolare. Solo alla metà del XX sec. viene riscoperta l'originaria forma della casula a campana per la pianeta.
A nostra conoscenza non si sono conservate pianete di epoca precarolingia. Anche per il IX e per l'inizio del X sec., per quanto riguarda la forma della pianeta dobbiamo rifarci all'iconografia.
Gli antichi mosaici di Roma nelle absidi di S. Prassede, di S. Marco e di S. Cecilia nonché le miniature e gli avori carolingi appartengono alle fonti iconografiche del periodo arcaico. Così, sulla casula che S. Gregorio indossa nella miniatura di un Registrum Gregorii del 983 della biblioteca di Treviri riconosciamo sotto il pallio quale unico ornamento i fini galloni di una croce ad y”(fig. 2).
Questi sobri elementi decorativi sono tipici della casula di epoca arcaica e sono riscontrabili anche sulla casula ad aquile. Maggiori informazioni sulla foggia e sul taglio della pianeta le possediamo solo a partire dalla fine del X sec., dato che solo da allora disponiamo di manufatti conservati.
Uno degli esempi più antichi è la casula a campana di Bressanone.
Una miniatura dell'Ottateuco della biblioteca del Serraglio di Costantinopoli del secolo XII ci dà un'idea di un laboratorio medievale per la confezione di indumenti liturgici (fig. 3). Con la casula a campana abbiamo davanti a noi la casula nella sua forma arcaica. Una sopravveste che avvolge il sacerdote come una campana e che trasforma ogni suo movimento in gesto maestoso. L'abito liturgico è ritagliato da un semicerchio e nella parte centrale superiore è cucito in modo da conformare una tenda con un'apertura all'apice. Casula significa casupola, piccola capanna.
Maggiori informazioni sulla foggia e sul taglio della pianeta le possediamo solo a partire dalla fine del X sec., dato che solo da allora disponiamo di manufatti conservati.
Uno degli esempi più antichi è la casula a campana di Bressanone.
Una miniatura dell'Ottateuco della biblioteca del Serraglio di Costantinopoli del secolo XII ci dà un'idea di un laboratorio medievale per la confezione di indumenti liturgici (fig. 3). Con la casula a campana abbiamo davanti a noi la casula nella sua forma arcaica. Una sopravveste che avvolge il sacerdote come una campana e che trasforma ogni suo movimento in gesto maestoso. L'abito liturgico è ritagliato da un semicerchio e nella parte centrale superiore è cucito in modo da conformare una tenda con un'apertura all'apice.




(Fig 3) Miniatura dall'Ottanteuco, XII sec., Biblioteca del Serraglio, Costantinopli
Casula significa casupola, piccola capanna. I modelli conservatisi di casule a campana arcaiche sono senza fodera. Poiché le vesti non sono rinforzate da una fodera, il drappeggio dei tessuti serici risalta in modo particolare. La mancanza della fodera, però, rendeva prive di protezione le cuciture sulla parte interna; esse venivano perciò coperte cucendovi una strisciolina, come mostra la casula di S. Marco di Abbadia S. Salvatore (fig.5)
Le strisce poste sul lato interno di questa casula non sono affatto guarnizioni ornamentali, ma hanno lo scopo di coprire le cuciture della parte interna. Le strisce di tessuto utilizzate allo scopo erano di regola ricavate da preziosi tessuti serici. Il grande valore dei tessuti di seta comportava il fatto che si procedesse in modo parsimonioso nel loro impiego. Si utilizzavano piccoli scampoli di tessuto per coprire le cuciture. Agli ampi orli rotondi potevano essere applicate strisce di guarnizione non più larghe di 10 cm. Tali orlature avevano anche una funzione ornamentale. La faccia interna della casula diventava infatti visibile quando il sacerdote durante la celebrazione della Messa sollevava le braccia.
Anche la casula ad aquile in passato era sfoderata. (….)
Le antiche casule a campana tramandateci sono prevalentemente confezionate con preziosi tessuti serici e come la casula di Bressanone sono associate al nome di colui che un tempo le indossava, ossia, spesso, a quello di Santi.
A questa circostanza dobbiamo in molti casi la conservazione di vesti seriche un tempo splendide che oggi spesso possiamo ammirare soltanto in ciò che resta della loro antica bellezza. La seta era equiparata all'oro. Il suo valore era pari a quello dell'oro e le più preziose di queste vesti recano -in sovrappiù- bordature tempestate d'oro e gemme, come la fascia di guarnizione della casula di S. Vitale in S. Pietro a Salisburgo. In questo caso le gemme sono inserite in montature di fili d'oro su un gallone in tessitura a cartoni (fig. 9).
Le casule del primo medioevo, però, potevano anche essere confezionate molto semplicemente in lino bianco con guarnizioni più o meno preziose. (….. ). Soprattutto in Germania si è conservato un considerevole numero di casule della fine del I e dell'inizio del II millennio.


(Fig.5) Faccia interna con guarnizione degli orli della casula del Papa
S.Marco ad Abbadia San Salvatore
In Italia alle più antiche appartiene, oltre alla casula di Albuin, quella sopra menzionata associata al nome del Pontefice S. Marco ad Abbadia San Salvatore.
I tessuti decorati con aquile rimontano alle manifatture imperiali di Bisanzio: di essi la casula di Bressanone ci tramanda uno splendido esemplare. A partire dal X sec. essi acquisirono grande importanza. Le radici del motivo dell’aquila risalgono all’antichità ove l’aquila compare come accompagnatrice e messaggera di Zeus/Jupiter, come segno del potere o simbolo dell’apoteosi imperiale. Sui sarcofagi pagani l'aquila regge ghirlande, su quelli cristiani corone col monogramma di Cristo. Il collare di perle appartiene all’iconografia di questo motivo e sottolinea l’idea del trionfo associata a queste raffigurazioni dell’aquila. In antiche raffigurazioni copte è possibile ravvisare il collare munito di piccole capsule, dette “bullae”, che nell’antichità erano riempite di amuleti dai ragazzi ma che venivano anche indossate dai trionfatori come difesa contro la sventura.
Sulle sete bizantine l’aquila compare per lo più nei colori verde-nero con guarnizioni bianco-crema o celestino su un marcato fondo porpora. Una ricercata stilizzazione e colori scuri conferiscono grande solennità alla sua figura.
Da sempre i tessuti decorati con aquile hanno goduto di grande considerazione per la loro preziosità e per la loro simbologia. Bisanzio con le sue stoffe imperiali ha curato in modo particolare la raffigurazione dell’aquila.
Per buona parte dell'XI secolo la città sul Corno d'Oro fu il più importante centro mercantile dell'intero bacino del Mediterraneo.
Il bene di lusso più prezioso portato da Bisanzio a Nord e nei Paesi mediterranei erano le sete ornate di figure, dai colori luminosi e sfarzosi. Nel IV sec. la manifattura della seta si era già diffusa nell'Asia anteriore ed in Egitto. Così come nella Roma d'Oriente la porpora era divenuta simbolo della sacralità dell'Impero, anche la seta acquisì un significato politico. Il fabbisogno di tessuti serici per la famiglia imperiale, per la corte risplendente di sfarzo orientale e per la Chiesa crebbe a dismisura. Già nel IV sec. i regnanti bizantini si erano assicurati il monopolio dei tessuti serici. Fino all'XI sec. Bisanzio fu in grado di conservarlo. Le stoffe di seta per il fabbisogno imperiale venivano probabilmente confezionate già dalla metà del IV sec. nei laboratori
 




(Fig.9) Preziosa bardatura di guarnizione della casula di S.Vitale da St.Peter in Salisburgo. Fondazione Abegg. Riggisberg.

di corte di Costantinopoli che continuarono ad esistere per almeno 700 anni. La tintura, in particolare quella in porpora, era un monopolio imperiale e poteva essere realizzata solo nei laboratori imperiali. L'introduzione della bachicoltura nell'Impero bizantino al tempo di Giustiniano fu di grande importanza per la manifattura della seta. della seta.viii Molto spesso le casule a campana del primo Medioevo erano ricavate da una stoffa di seta incisa.(….) Le stoffe incise sono tessuti (detti “sciamiti”) monocolore sui quali si staglia, come inciso, il disegno. Anche per le stoffe di seta colorate decorate con rappresentazioni figurative, ad esempio i tessuti con aquile, si tratta di sciamito. (…)Ai più sfarzosi esemplari di questo genere appartiene la casula di Albuin del tesoro del duomo di Bressanone. Con le sue grandi figure d'aquila essa è senza paragoni. Sulla casula vescovile l'aquila imperiale monocipite fa sfoggio di ali ampiamente sporgenti e di penne caudali a forma di ventaglio. Su fondo rosso porpora sono disposte su pedane perlate grandi aquile di 70 cm d'altezza, con occhi e artigli gialli. Le aquile recano nel becco un gioiello anelliforme giallo. Fra le aquile sono collocate delle rosette nere( …). L'analisi del pigmento della seta ad aquile di Bressanone mostra che la stoffa della casula ad aquile appartiene a quei tessuti purpurei rossoverdi che alla fine del primo millennio venivano confezionati a Bisanzio nei laboratori imperiali esclusivamente per il fabbisogno imperiale. Nel color porpora della seta con aquile è presente la porpora tipica dei laboratori imperiali. La casula dimostra dunque la sua provenienza da Bisanzio non solo attraverso la decorazione con aquile.


(Fig.15) Schema di taglio della casula ad aquile, qui ordinato su un ipotetico pezzo di stoffa della larghezza di 265 cm. Le due parti riportate in alto a sinistra e a destra sono state probabilmente ritagliate da resti di stoffa avanzati di altri pezzi di abbigliamento. In ogni caso, come risulta dallo schema, non provengono da un' unica pezza di tessuto.


In Occidente le preziose stoffe delle manifatture imperiali giungevano non di rado attraverso donazioni ed anche nel caso della casula ad aquile del vescovo di Bressanone Albuin deve essersi trattato di un dono, del che è indizio il taglio della casula stessa. La grande ampiezza in cui erano confezionate le preziose sete di Bisanzio nella realizzazione di una casula a campana bastavano due corte cuciture per le giunte ai lati del taglio semicircolare. Quando, come nel caso della casula di Albuin, il disegno si sviluppa nel senso dell’ordito, la faccia posteriore della pianeta viene messa in risalto, mentre sul davanti le aquile appaiono in senso orizzontale e sono visibili i tasselli aggiunti. La maggior parte delle casule a campana pervenuteci sono ritagliate da un pezzo di stoffa adatto allo scopo. Evidentemente la pezza veniva fornita già della grandezza necessaria al taglio a semicerchio di una casula a campana. (…..) Diversamente avviene per la casula di Bressanone. Il taglio della casula è sì ricavato da un tessuto serico molto ampio (larghezza 256 cm), ma esso non era affatto destinato esclusivamente alla confezione di una casula a campana. Le giunture laterali non sono state ricavate con l’arrotondamento a semicerchio –come nel caso di una pezza confezionata a questo scopo- perché il loro motivo non vi trova collocazione (fig. 15). I ritagli di stoffa utilizzati per le giunture devono pertanto essere stati ricavati da un altro pezzo della balla di seta. Si può pensare che in concomitanza con questa casula siano stati confezionati più paramenti con una balla di stoffa con aquile, per esempio un intero parato. Le giunture, allora, sarebbero state probabilmente realizzate con ritagli avanzati dalla confezione di una dalmatica o di una tunica. In ogni caso ci si era preoccupati di completare la disposizione delle aquile della fascia superiore per conferire alla veste un effetto unitario per quanto potevano consentire l’ampiezza dei tasselli e la disponibilità degli avanzi di stoffa. Il modo della sua confezione depone a favore dell’ipotesi che la casula ad aquile sia stata ritagliata da questa seta imperiale insieme ad altri paramenti. Possiamo quindi supporre che al vescovo Albuin sia stato donato dall’imperatore non una preziosa pezza di seta ma un paramento finito che, come il prezioso tessuto serico, era stato confezionato nel primo XI sec. in un laboratorio imperiale di Bisanzio.



Il restauro conservativo della casula di Albuin
di Irene Tomedi


La casula a campana di Bressanone è confezionata con uno sciamito purpureo con grandi figure d'aquila nere. Sottili galloni in tessitura a cartoni formano sulla parte anteriore e posteriore della casula una croce a Y e nascondono la cucitura anteriore; essa risale all'XI sec. d.C. e da allora naturalmente ha dovuto subire molte riparazioni.
Le prime immagini fotografiche della casula di Albuin risalgono al 1937, quando giunse a Roma per la “Mostra del Tessile Nazionale”. A causa del suo cattivo stato di conservazione nel 1939 venne restaurata nei Laboratori Vaticani. Nel 1943, a restauro ultimato, durante la seconda guerra mondiale, dopo un viaggio avventuroso, la casula giunge nuovamente a Bressanone.
Nel 1955 viene esposta alla mostra “Paramenti sacri medievali” ed in quel periodo la rossa fodera applicata nel restauro vaticano è gia tanto sbiadita che le zone danneggiate sono chiaramente riconoscibili. In tale stato nel 1991 la casula approda a Bolzano dove viene portata alle attuali condizioni.
(Fig.18) Nel 1940 la casula pervenne al laboratorio per il restauro del Vaticano raccomodata con un'infinità di toppe applicate all'interno e all'esterno

 




Restauro nei laboratori vaticani. Roma, 1939.

Le suore del convento dei laboratori vaticani definiscono preoccupanti le condizioni della casula: il paramento è disseminato di buchi, strappi e grinze. Grandi rattoppi ricoprono le lacune, l’intera stoffa con le aquile appare molto fragile (figg. 18). Grandi porzioni rovinate sono ricoperte con rappezzature di uguale dimensione ritagliate dalla casula stessa senza che nell’operazione fosse stato rispettato il disegno.



Gli strappi più grandi erano stati coperti con tessuto damascato del XVIII sec., quelli più piccoli, invece, rinforzati con le più diverse stoffette di seta e di lino e grossolanamente rattoppati.
Dopo precisa individuazione e catalogazione di tutti i danni presenti, dalle suore furono rimossi la fodera di lino, tutti i rattoppi, anche quelli in tessuto originale, e le grossolane cuciture. Infine la casula fu cucita su una fodera di seta rossa. Soprattutto il grande pezzo della seta con le aquile, che era stato ritagliato dalla casula stessa e riutilizzato per ripristinare l'aspetto del dorso, assai lacunoso, venne rimosso e riposizionato là dove in epoca non determinabile era stato tolto. Dopo che le suore ebbero provveduto ad un riposizionamento dei rattoppi della seta con le aquile , la casula fu saldamente cucita su una fodera rossa. La fodera nera di lino fu riapplicata. La scollatura, evidentemente prima del restauro romano orlata secondo il gusto barocco con gallone metallico e merletto bianco, venne mantenuta. Una porzione mancante del sottile gallone in tessitura a cartoni della croce a Y sul davanti fu integrata per mezzo di un nastro di lana.
 



Particolare della stoffa della "casula di Albuin"


(Fig.31) Faccia posteriore: nuova disposizione dei galloni in tessitura a cartoni secondo le tracce di cucitura presenti.
A sin.: situazione prima del restauro
A destra: situazione dopo del restauro
 


Restauro conservativo, presso il laboratorio tessile “Irene Tomedi”. Bolzano, 1991

Situazione di partenza:

in seguito al deposito probabilmente in condizioni di eccessiva umidità il tessuto della fodera della casula ormai completamente scoloritosi è ritirato e a causa della salda cucitura delle due stoffe ha prodotto grinze in quella della casula (fig.25). La parte posteriore e la scollatura evidenziano danni consistenti. La scollatura è stata un tempo allargata, probabilmente perché non più adatta a chi doveva indossare la casula. Sulla scollatura segni di logoramento in seguito all’uso erano stati camuffati con galloni barocchi, probabilmente in occasione della venerazione della casula nel giorno di S. Albuin. Tracce di cucitura sulla scollatura lasciano supporre che vi fosse applicato un gallone ornamentale largo 2 cm. I due galloni dorati della croce ad Y nel corso del restauro romano non erano stati fissati nella posizione originale. La casula era stata foderata con una stoffa di lino in colore naturale. Sull’orlo interno della stoffa con aquile si sono conservati pochi resti di filo giallo che provengono da una striscia ornamentale. La larghezza di questa fascia di seta gialla era di 6,5-7 cm. Una seconda traccia di cucitura sull’orlo rotondo suggerisce che all’esterno fosse stato applicato un gallone ornamentale di 2 cm. A distanza di 72 cm. risultano chiare due pieghe originatesi nella ripiegatura della pezza di stoffa. Disseminati sull’intera stoffa sono rintracciabili difetti di tessitura: si tratta di difetti del tiraggio e della trama. In un punto della parte anteriore del tessuto è riconoscibile un'annodatura dell'ordito praticata durante la produzione della stoffa. Se si osserva questo punto dal lato interno è possibile riconoscere il termine e l'inizio dei due orditi. Si ritrovano inoltre alcune lacune evidentemente dovute alla volontaria sottrazione di stoffa.





(Fig.25) La casula prima del restauro effettuato a Bolzano




Interventi conservativi

In primo luogo sono state rimosse la fodera nera di lino e quella rossa in seta nel frattempo del tutto sbiadita. Per liberare la seconda si sono dovuti separare uno ad uno i numerosi punti in filo di seta nera e rossa applicati in modo grossolano . Poi sono stati tolti i galloni metallici barocchi e la fascetta in merletto di lino sulla scollatura della casula.
Dopo la separazione della fodera di lino, sul lato interno della casula, sull'orlo semicircolare e sulla scollatura si è potuto notare che nel corso dei precedenti restauri il risvolto dell'orlo era stata modificato ovvero ampliato. Poi la stoffa della casula è stata lavata delicatamente e posizionata nella forma originale. Con ciò sono state eliminate le pieghe. Successivamente sono state fatte nuovamente combaciare, rispettando il motivo ornamentale, alcune toppe della stoffa con le aquile. I criteri per la nuova disposizione sono stati ricavati dalla struttura del tessuto e dai difetti della tessitura. La scollatura è stata ripristinata nella sua foggia originale sulla scorta delle tracce di cucitura disponibili. In tal modo una porzione notevole della testa d'aquila è tornata ad essere visibile. Infine il tessuto parzialmente frammentario della casula è stato fissato con punto posato in sottilissimi fili di seta su una stoffa di cotone appositamente tinta con colori resistenti alla luce. Parimenti i galloni in tessitura a cartoni sono stati messi in ordine e fissati seguendo le tracce di cucitura presenti sulla stoffa con le aquile.



Vista anteriore della casula dopo il restauro di Irene Tomedi nel 1991. Bressanone , Museo Diocesano

 


Irene Tomedi è specializzata in restauro di tessuti antichi ed ha lavorato per Musei e Soprintendenze in Italia, in Austria, in Argentina; si è occupata del ripristino di antichi costumi del '500 e del '700, di abiti liturgici, di arazzi, di antichi tessuti precolombiani, copti e cinesi. Nel 2002 e 2003 ha insegnato presso l'Istituto Centrale per il Restauro di Roma e dal 2005 nel proprio Laboratorio a Bolzano, dove vive e lavora, insegna discipline pratiche in corsi di restauro europei.



Si ringrazia il Diözesanmuseum Hofburg Brixen, Museo Diocesano di Bressanone, per la concessione delle immagini, coperte da copyright.
             
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