Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno VIII - n.31 - Gennaio - marzo 2012
IL COSTUME NEI SECOLI  

DISSERTAZIONI SULLA MODA

Torna di moda il dandy ottocentesco
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di Bruna Condoleo




E’ il 1857 quando a Parigi, in rue de la Paix, si apre il primo laboratorio di sartoria condotto dall’inglese Charles Frederick Worth, che può ben definirsi il primo stilista della storia della moda, artigiano ambizioso e geniale creatore della figura professionale del sarto moderno. Egli, infatti, a differenza di quanto avveniva nei secoli precedenti, impone alla sua clientela, maschile e femminile, forme e stile di propria invenzione e presenta modelli da lui firmati come fossero l’opera di un artista. Worth non lavora più su commissione, secondo una prassi consolidata, ma decide solo lui ciò che farà moda e presenta le sue collezioni nelle diverse stagioni, insomma detta legge, come gli stilisti attuali, anche se il suo lavoro è destinato ovviamente a classi sociali molto abbienti: nobili aristocratici, ricca borghesia, gente dello spettacolo, dunque ancora una ristretta cerchia di persone.
Cosa è cambiato nella storia del costume del XIX secolo? Una vera trasformazione si era avuta nell’abbigliamento maschile fin dai primi decenni dell'Ottocento, quando la borghesia inglese, anche per motivi di lavoro, adotta un tipo di abito diverso dalla vistosa moda rococò che aveva contrassegnato il secolo precedente. Mentre il costume femminile ottocentesco, di cui ci siamo già occupati (vedi in Archivio rubrica del Costume, n° 20), è divenuto quel fastoso abito romantico, ricco di trine, merletti e volant, reso ampio dalla vita in giù per l'utilizzo della crinolina, e attillatissimo nei corpetti, rivestiti di stecche di balena, quello dell’uomo segue in questo secolo una via opposta, ad iniziare dal colore, dove spicca il nero, che paragonato alla fantasiosa cromia degli abiti settecenteschi rappresenta una vera rivoluzione del gusto.
 

J. A. Dominique Ingres: ritratto di J. A. Moltedo, 1810


L’abito maschile ottocentesco è, infatti, composto da 3 elementi, semplici ed essenziali: gilet, giacca e pantaloni, sempre più austeri nella foggia e nel colore. Come era accaduto all’abito femminile nel Rinascimento e nella moda neoclassica, l’abito maschile tende finalmente ad assecondare le forme del corpo; perciò i pantaloni, prima aderenti, si fanno ora dritti e affusolati, mentre il gilet, mai troppo eccentrico, diviene indumento di raffinata eleganza, esaltato da particolari come i bottoni o la stoffa pregiata. Anche la giacca subisce un mutamento: dal motivo di frac, solitamente blu, con parte superiore tagliata in vita (in uso già nell’età napoleonica) e parte inferiore più lunga, diventa ora indumento principale, la famosa redingote, dal taglio perfetto ed impeccabile e dal tessuto a tinta unita.
Guardando i ritratti di celebri pittori, come Hayez, Ingres o Toulouse Lautrec, si può notare come la redingote rappresenti per tutto l’Ottocento l’uniforme borghese: scura o nera, di panno morbido, è simbolo di essenzialità e di democrazia, ovvero di un abbigliamento che, a differenza di quello dei secoli passati, consacra l’uguaglianza sociale ed esprime quella rispettabilità cui aspirano l’intellettuale, il politico, il patriota. Non sono dunque le frivolezze, i broccati preziosi e lo sfarzo dell'abito a differenziare uomini e classi sociali, ma il taglio dell’abito e il buon gusto. In questo contesto la figura di George Bryan Brummel è paradigmatica. Personaggio simbolo del dandismo, amico del futuro re Giorgio IV, Brummel ha incarnato il concetto moderno della vera eleganza, che sta nella distinzione dell'abito, ma anche e soprattutto dei gesti, dei modi e del portamento. L’etica del piacere, fatta di buon gusto, raffinatezza e discrezione, eleganza e igiene della persona, divenne grazie a Lord Brummel una filosofia di vita, così come la sua persona è ricordata come un arbiter elegantiarum, un rivoluzionario sui generis, discreto e sobrio come pochi nella storia della moda.
Dunque tra gli elementi caratterizzanti il perfetto abbigliamento maschile vanno annoverati il gilet, la camicia e la cravatta: il primo tende man mano ad uniformarsi alla giacca, sia nel tessuto, sia nel colore; la camicia, di batista o di lino, è ampia, con polsini e gemelli, bianca come la cravatta (ma la moda inglese la prevede nera), anch’essa di stoffa leggera che può annodarsi a mano in diversi modi, a seconda delle occasioni.

Ingres: Niccolò Paganini, 1820
Scarpe, stivaletti, ghette concludono l’abbigliamento del dandy che prevede per la sera anche guanti bianchi e fazzoletto nel taschino, oltre all’orologio con catena e al bastone, prezioso tocco di ricercatezza. Infine paletot con colli di pelliccia oppure grandi mantelle nere e cappelli alti, cilindrici, neri, portati su capelli corti, ma con lunghe basette e barbe, come testimoniano i ritratti di illustri personaggi storici, ad esempio quelli di Massimo D’Azeglio o di Giuseppe Mazzini.
Un’annotazione finale: dato che la moda è fatta di continui ritorni ad elementi già in uso in passato in una dialettica di opposizione e integrazione, le sfilate di alcuni importanti stilisti hanno proposto nel 2012 per la moda maschile linee e stili da dandy: belle giacche di taglio sartoriale, cappotti ampi e mantelle di sapore ottocentesco, stoffe raffinate, bordi di pelliccia e soprattutto ricercatezza nei particolari. Cosa sta avvenendo? Che stia ritornando la vera l’eleganza?!



Elegante abbigliamento maschile


Diplomatico con redingote, gilet e cilindro


             
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