Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno X - n.39 - Gennaio - marzo 2014
IL COSTUME NEI SECOLI  

DISSERTAZIONI SULLA MODA


Il passato nel bicchiere: il vino nell'Antico Egitto

di Bruna Condoleo



Tomba di Nakht, Parete ovest, TT52 Necropoli tebana di Sheikh Abd el-Qurna particolare, XVIII dinastia.
Foto Michele Alquati


Nella città di Alba (Cuneo) si può visitare una mostra singolare, dal titolo “Il vino nell’Antico Egitto. Il passato nel bicchiere”, che attraverso l’esposizione di reperti archeologici pittorici e scultorei, provenienti dal Museo Egizio di Torino e dal Museo di Firenze, ripercorre usi e consuetudini di vita dalle epoche più lontane (2600 circa a.C.) fino al III secolo d.C. , focalizzando l’interesse sulla vita agricola e sulle abitudini quotidiane, strettamente connesse con la religiosità e con il mondo dell’oltretomba, concetti fondamentali della cultura egizia.
Disteso lungo le rive fertili del Fiume sacro, il Nilo, il popolo egizio ha lasciato ai posteri i segni di una creatività straordinaria che sbalordisce ancor oggi per le conquiste raggiunte e per l’entità delle testimonianze: piramidi imponenti e tombe scavate nella roccia, decorate con affreschi vivaci; templi superbi con statue colossali e obelischi, mummie e papiri, suppellettili e gioielli raffinati raccontano storia, arte, abitudini, riti e costumi plurimillenari.
La società egizia, adoratrice del Sole, era concepita in forma piramidale, a iniziare dalle classi privilegiate (il faraone, gli architetti, i dignitari, i sacerdoti, per proseguire con i militari e gli scriba, detentori della scrittura) per giungere agli artigiani, agli operai e agli agricoltori, cui spettava l’importante compito di coltivare le viti, di vendemmiare e di mettere in anfora, per proseguire con la vinificazione, l’invecchiamento e la commercializzazione del prodotto (Tomba di Nakht TT52, Necropoli tebana di Sheikh Ab del-Qurna). Tali riti agricoli erano strettamente connessi con il pensiero religioso e con i suoi significati simbolici; infatti le divinità ad essi collegate erano le più importanti dell’Olimpo egizio: Osiride, dio dei morti e dell’oltretomba, Iside, moglie del Dio e madre di Orus, detentrice di poteri taumaturgici e rigeneratrice di vita, della quale i grappoli d’uva sono chiari simboli. Anche il mito relativo al dio Osiride, fatto a pezzi dal fratello Set, e ricomposto da Iside con magici unguenti, è in relazione al vino, rosso come il sangue della Divinità vincitrice sulla morte.


Tomba di Nakht, Parete sud, TT52_Necropoli tebana di Sheikh Abd el-Qurna XVIII dinastia.
Foto Michele Alquati


Nei bellissimi affreschi tombali egizi e nelle stele esposte in mostra si possono ricostruire le tecniche agricole degli Egizi, si individuano gli oggetti d’uso quotidiano, come le anfore, i calici e le tazze di pasta silicea smaltata a forma del fiore di loto, sacro ai Faraoni; ma al contempo si individuano i costumi dei ceti sociali più bassi, semplicissimi e costituiti per l’uomo da un unico elemento, il pano (una sorta di perizoma) e da una tunica disadorna per le donne.
L’abbigliamento del faraone, somma autorità religiosa e politica, come quello delle classi privilegiate, era formato invece da un gonnellino, chiamato schentis, di forma triangolare, spesso reso rigido sul davanti grazie a un’ intelaiatura di giunchi, cui si aggiungevano molti ornamenti, come cinture e vistosi collari, detti hosckh, realizzati dagli esperti orafi con pietre dure, oro, coralli, turchesi e smalti, uniti a bracciali, anelli, orecchini e copricapi preziosi, simili per uomini e donne. I faraoni, come le immagini scolpite e dipinte delle divinità, portavano sul capo il diadema o uraeus, una corona d’oro ornata sulla fronte dalle teste di un cobra e di un avvoltoio; oppure venivano indossati i due copricapi reali, l’uno bianco, conico e l’altro rosso, a forma di tronco di cono rovesciato, che si calzava sul primo, a testimoniare il dominio del sovrano rispettivamente sull’Alto e sul Basso Egitto. L’altro copricapo, con il quale si è solito pensare ai faraoni o alla scultura colossale della Sfinge, è il klaft, usato anche dalle regine, costituito da due lembi di stoffa preziosa laminata in oro con strisce blu-Nilo, che scendono sulle spalle, ai lati del collo, come nella celebre maschera d’oro di Tutankamon, conservata al museo del Cairo; mentre il kheperesh è un casco regale, di forma tondeggiante, portato dal faraone in assetto militare. Sandali di papiro infradito, con punta ricurva, completavano l’abbigliamento che era sempre fatto di tessuti leggeri come il cotone, ma più frequentemente di lino.



Tomba TT290 di Irynefer, primi anni del regno di Ramses II (1279-1213 a.C.). In mostra la ricostruzione in scala reale.
Foto Michele Alquati


Tomba TT290 di Irynefer, primi anni del regno di Ramses II (1279-1213 a.C.). In mostra la ricostruzione in scala reale.
Foto Michele Alquati


Le donne portavano la kalasiris, una leggerissima veste di forma tubolare, lunga alle caviglie, aderente al corpo e sorretta da due bretelle, realizzata per le classi elevate con lini decorati a nido d’ape e incastonati di pietre dure; oppure usavano una veste trasparente e bianca, più ampia e plissettata, con una mantellina ricadente sulle spalle, come si vede in tante immagini dipinte o scolpite, indossata spesso anche dai faraoni (v. Tomba di Irynefer: il faraone e la regina alla presenza del dio Osiride).
Gli uomini, ma anche le donne, usavano parrucche di fogge diverse, con trecce sottili, intrecciate con stoffe e fili di lana o con altri materiali, decorate con fiori di loto, con scarabei o coroncine auree. Le parrucche erano indossate sulle teste ben rasate a causa del clima caldo e per motivi igienici; per tutti era in voga un trucco pesante e sapiente che evidenziava gli occhi attraverso le lunghe linee nere del kajal, il verde smeraldo sulle palpebre, il rosso sulle gote, estratto dal melograno e il carminio sulle labbra, mentre molto importante era la cura del corpo che veniva cosparso con oli emollienti e profumati.
La mostra “Il vino nell’Antico Egitto”, curata dall’archeologa egittologa Sabina Malgora e ospitata nella Chiesa di S. Domenico ad Alba, è organizzata dall’Associazione Culturale Mummy Project; l’esposizione mette in risalto, attraverso il tema del vino, i rapporti tra l’antica cultura egizia e la storia della nostra Penisola mostrando al pubblico 50 preziosi reperti d’arte, nonché la ricostruzione in scala reale della tomba TT290 di Irynefer della necropoli del villaggio degli operai che costruirono le tombe della valle dei Re e delle Regine, Deir el Medina. (dal 22 marzo al 19 maggio 2014).



Tomba TT290 di Irynefer, primi anni del regno di Ramses II (1279-1213 a.C.). In mostra la ricostruzione in scala reale.
Foto Michele Alquati


Stele di Senbi, Medio Regno, XII din.
-Nuovo Regno, calcare, cm h. 41,5x32



E' vietata la riproduzione anche parziale dell'articolo e delle immagini © Copyright