Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno XI - n.50 - Ottobre-dicembre 2016
IL COSTUME NEI SECOLI  

DISSERTAZIONI SULLA MODA

Il costume dei Romani: semplice, elegante, senza tempo!

di Bruna Condoleo




A noi moderni,  abituati a trasformazioni radicali della moda ogni due anni, può sembrare strano che per quasi 5 secoli il costume dei Romani non abbia subito modificazioni sostanziali se non per ciò che riguarda i tessuti, con il tempo sempre più preziosi, e gli accessori dell’abito, soprattutto di quello femminile. L’abbigliamento romano, come del resto avviene nella cultura e nell’arte, fin dall’età repubblicana mostra una tendenza ad assimilare gli influssi provenienti dalla civiltà etrusca da un lato e dalla cultura greca dall’altro. Per i Romani, popolo pratico e di conquistatori, l’abito è elemento fondamentale improntato alla semplicità, ma che nel contempo doveva evidenzare i valori individuali e la dignità della persona, oltre alla sua importanza sociale. Dalla semplice lana grezza di capra, filata dalle matrone nelle proprie case, al prezioso lino egiziano e alla seta importata dall’India, i tessuti degli abiti rivelavano, come sempre avviene, il benessere economico della famiglia.
La toga
è l’abito classico del civis romanus, segno di distinzione: esso è un grande drappo di lana che veniva avvolto attorno al corpo con maestria. Larga due metri e lunga sei, di forma ellittica, la toga era drappeggiata poggiandola prima sul braccio sinistro con fitte pieghe, per seguire poi un avvolgimento quasi rituale che creava due grandi curve: umbo, a livello del torace e sinus a livello delle gambe, le quali conferivano alla persona solennità e austerità. La toga praetexta era portata dai fanciulli nobili fino a 17 anni, oppure orlata di porpora per i sacerdoti e per i magistrati; essa veniva sostituita dalla toga virile, tipica del cittadino romano, mentre la toga candida era destinata agli aspiranti alle cariche pubbliche (da cui il termine candidatus). La toga picta, color porpora, ricamata e bordata con bande dorate o argentate, era l’abito dei trionfatori, oppure veniva indossata dai consoli e dai pretori durante i giochi circensi. Il laticlavio era una tunica guarnita da due strisce di porpora, caratteristica dei senatori, abito che in epoca cristiana diverrà la veste con cui si raffiguravano i santi.




Toga virile, Musei Capitolini Roma


Toga candida con banda dorata


Toga praetexta, museo Civiltà Romana


L'abito femminile non era molto diverso: composto da una tunica bianca senza maniche, simile a un abito intimo, su cui poggiava la stola, lunga e drappeggiata, fermata sulle braccia da cammei, tipica di un'elevata condizione sociale. Ricopriva la stola la palla, drappo rettangolare che poteva anche ricoprire il capo, oppure uno scialle leggero, il flammeum, con bordi colorati, usato anche, nel colore arancione nel giorno del matrimonio, come sappiamo dalle immagini di tanti affreschi pompeiani. Nastri e piccoli cordoni servivano a raccogliere la ricchezza sia della tunica che della stola, stringendole attorno alla vita o sotto il seno, ad eccezione delle donne gravide (da cui deriva l'espressione incinta). I colori delle tuniche erano l'azzurro, il giallo, il verde e il viola, mentre la toga sordida, di colore scuro, era destinata per il lutto.
Solitamente le tuniche maschili venivano indossate sul corpo nudo, ma già dal II secolo d. C. i Romani ripresero dai barbari l'uso delle brache, ovvero una sorta di mutande-calzoni, prima usate dai militari, dai contadini e dai viaggiatori per motivi di praticità, poi anche dalle altre classi sociali che le facevano realizzare con stoffe sempre più preziose. Sotto l'abito femminile, invece, le giovani nubili indossavano la zona, una biancheria intima ante litteram, che soltanto lo sposo poteva togliere. Dopo il matrimonio anche la tunica corta alle ginocchia lasciava il posto a quella lunga fino ai piedi, mentre le acconciature dei capelli, molto semplici per le fanciulle, divenivano in seguito più elaborate, come dimostrano i ritratti delle matrone in età imperiale. Già dal I secolo d. C. il modo di portare i capelli risulta, infatti, molto fantasioso ed eccentrico: trecce posticce alte fino a 20 centimetri, che incorniciavano il volto, boccoli stretti e attorcigliati attorno alla fronte, perfino parrucche di marmo da aggiungere ai propri ritratti scultorei! Le donne usavano tingersi i capelli di biondo con polveri auree o di rosso con estratti di carote; dall'Oriente arrivava l'hennè che oltre a tingere la capigliatura serviva a fare tatuaggi sul corpo: una moda molto attuale, dunque, anche negli eccessi!


Acconciatura romana d'età flavia. Musei Capitolini, Roma


Pompei: rito nuziale. A sinistra donna con "flammeum"


Acconciatura tipica del II sec. d.C


Le prostitute, invece, tingevano i capelli di blu o di arancio; anche il trucco era molto usato: il minio serviva per accentuare il colorito, il belletto bianco per tutto il viso e il nero delineava gli occhi aggiungendo forza allo sguardo. Sul finire del II secolo d. C. Tertulliano racconta nei suoi scritti che alcune donne desideravano i capelli ricci, mentre altre li portavano sciolti sulle spalle; c'era anche chi utilizzava enormi toupet di capelli posticci a forma di berretto. Più tardi nell'età severiana si diffuse un'acconciatura caratterizzata dalla scriminatura centrale e dai capelli gonfi e ondulati raccolti sulla nuca, pettinatura adottata da imperatrici e principesse nel corso del III secolo d. C. , come dimostrano molti ritratti conservati a Roma nei Musei Capitolini. Le donne romane amavano adornarsi con reticelle intrecciate con filo doro, un uso testimoniato da affreschi pompeiani e da ritratti a encausto ritrovati sui sarcofagi del Fayyum in Egitto.
Le calzature potevano andare dalle semplici solae, suole di cuoio trattenute da lacci fra le dita, ai calcei di origine etrusca, da usare con la toga, con intrecci di morbide strisce di pelle che salivano fino al ginocchio, ai mullei rossi, indossati dai patrizi che avevano ottenuto cariche onorifiche.
Il costume romano semplice, ampiamente panneggiato, ma essenziale, è stato ripreso più volte durante i secoli, ad iniziare dal costume femminile nel Rinascimento, morbido e anatomico, per arrivare in età neoclassica, in cui gli abiti delle dame sono puntualmente ispirati alle tuniche greco-romane, fino ai primi decenni del '900, quando finalmente i vestiti femminili riacquistano la loro naturalezza con l'abbandono delle costrizioni secolari del busto. Spesso gli stilisti negli ultimi 50 anni hanno preso spunto dal lineare abbigliamento romano ispirandosi al costume antico e proponendo ritorni di tessuti leggeri e fluenti, morbidezze di forme, insomma una semplicità che è anche eleganza!



Tunica e palla. Museo Nazionale, Parma


Dall'Ara Pacis: calcei con stringhe (part.)


Tunica e stola. Statua di Igea, Pal. dei Conservatori, Roma





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