Il professore Paolo Moreno, già docente di Archeologia e Storia dell'arte greca e romana presso l'Università di Roma TRE, autore di testi cardine dell'Arte Antica, prestigioso redattore della nostro periodo per ben 6 anni, da sett./ott. 2006 a dicembre 2011, durante la sua preziosa collaborazione si è occupato di un'indagine storico-stilistica attorno alla famosa statua conservata a Mozia e definita dai più "il Giovinetto di Mozia" e da alcuni studiosi con altri epiteti non condivisi dall'illustre studioso Paolo Moreno, che intitolò, infatti, il suo articolo su AeF "Il dio di Mozia". Com'è noto si tratta di una statua marmorea, risalente al 470/460 a. C., ritrovata durante alcuni scavi archeologici condotti dall'Università di Palermo e conservata nel Museo Whitaker dell'isola di Mozia, nel comune di Trapani. Cito parte della preziosa disamina critica del prof. Paolo Moreno, che purtroppo ci ha lasciato nel 202i. "Per troppo tempo è sembrato che la scoperta nel 1979 della statua di un giovane a Mozia, colonia di Cartagine sulla punta occidentale della Sicilia, avesse procurato all'isola un enigma. Come era accaduto per i Bronzi di Riace, la bellezza del reperto denunciava le carenze della disciplina archeologica a fronte di un originale. Preoccupati di eludere il metodo filologico che richiede cultura figurativa e impegno di ricerca, molti teorizzano (proprio oggi che andiamo recuperando gli archetipi!) l'impossibilità di fare storia dell'arte antica. A fatica è stato riconosciuto lo stile severo nel marmo dal tono insolito: obliquità della gamba libera, ancheggiamento, glutei provocanti, sinuosità del busto, affondo della mano sinistra nella stoffa fino a premere il fianco (circa 460 a. C.).
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Il giovinetto di Mozia o l'auriga o il dio, marmo, h. m. 1,81, 460 a. C. , Museo Whitaker, isola di Mozia, TP |
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Nessun accordo sul significato e sull'origine del monumento: sottratto dai Cartaginesi a Selinunte come trofeo, ovvero nato dalla commissione per parte dei Punici a un artista greco, come opportunamente osservava lo scopritore Giuseppe Falsone. I sostenitori del soggetto ellenico hanno moltiplicato proposte che a vicenda si elidono: inaccettabile la definizione di "auriga" per un culturista che avrebbe sfondato col suo peso pure il cocchio di Ben Hur! Scherzi a parte, la sovrumana possanza non si concilia con la magrezza dell'Auriga di Delfi e la fragilità del suo carro (donario siceliota del 474), né con la levità delle quadrighe nella coeva ceramica attica. I perni ancora infissi, i fori di quelli perduti e altre tracce, mostrano che sul chitone di lino plissettato il protagonista indossava la spoglia di leone in bronzo (dorato?) che gli copriva anche il capo, come negli innumerevoli simulacri del dio Melqart, da Tiro fenicia, alla Sardegna e a Cadice. Con la destra alzava la clava dello "Smiting God" semitico e dell'Eracle cipriota. La ricostruzione è confermata dall'anamorfosi prospettica praticata dallo scultore (confusa da qualcuno con imperizia arcaica), cioè dalle proporzioni alterate in funzione dello scorcio nelle guance, tempie e orecchie, destinate a rimanere seminascoste sotto il muso della fiera (P. Moreno, La bellezza classica , 2a ed., Allemandi, Torino 2003, p. 110-111, fig.99-109). Le abrasioni dalle ginocchia al viso fanno intendere che la statua, abbattuta dai Siracusani nella conquista del 397, venne forzata prona sul terreno. Gli scassi sul dorso sono i punti dove i saccheggiatori fecero leva per strappare il bronzo: nel 146 i Romani asportarono "con le spade" il rivestimento aureo dell'Apollo di Cartagine (Appiano, Libica, 127). I Punici ammantavano di metallo pregiato gli idoli che dalla dalla macchinazione polimaterica assumevano magica vitalità: come le statue “vestite” dell'odierna superstizione cattolica, et pour cause dalla penisola iberica alla Sicilia".(Paolo Moreno, Arsetfuror.com n.7, rubrica "Capolavori svelati" - gen/feb. 2007).
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La statua, alta m. 1,81, ritrovata priva delle estremità, è una figura giovanile con volto fiero e corpo atletico, abbigliata con un chitone plisettato alla maniera delle sculture ioniche, che presenta forme idealizzate riconducibili allo stile severo greco, come la capigliatura, formata da piccole sfere ad incorniciare il volto. Confrontandolo con il quasi coevo Auriga bronzeo di Delfi (475 a.C.) si notano differenze significative: i capelli sono trattati con piccole ciocche ben disegnate e il chitone che lo ricopre, pesante e panneggiato, lo fa somiglare a una colonna. Al contrario il corpo del giovinetto di Mozia, le cui forme si intravedono attraverso le increspature della veste leggera e la posa sinuosa dei fianchi colpiscono per una maggiore morbidezza e per la raffinatezza di esecuzione che esprime la capacità degli scultori, in una zona come Mozia colonizzata dai Fenici, di assimilare diverse culture e divenire autentici unificatori culturali. Il braccio destro perduto era sollevato ad impugnare la clava se fosse il dio punico Melqart, identificabile con il greco Eracle, oppure potrebbe reggere un frustino secondo il parere di altri autorevoli studiosi, come Eugenio La Rocca, Giovanni Rizza, Vincenzo Tusa e Lorenzo Nigro, i quali ritengono sia un auriga vincitore della corsa con il carro; del braccio sinistro, posizionato sul fianco, s'intravede soltanto parte della mano. Anche il grande scultore e bronzista greco Lisippo di Sicione, fiorito all'età di Alessandro Magno, al tempo della ricostruzione del santuario di Tiro (331 a.C.) fu suggestionato dalla figura del dio Melqart e scolpì un Ercole vincitore del leone che riproponeva, però, il motivo originale con la fiera abbattuta nella mano sinistra. Di questa opera perduta si conserva una copia romana visibile in un sarcofago a pilastri ritrovato sulla via Cassia ed esposto al Museo Nazionale romano. Una curiosità: dalla figura di Ercole deriva l'allegoria della Fortezza molto presente in età medioevale, come dimostra la plastica scultura di Nicola Pisano che arricchisce il bel Pulpito del Battistero di Pisa (1260 c.). Un capolavoro antico, la scultura di Mozia, che ha lasciato il segno per secoli!
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Bruna Condoleo, storica dell'arte e del costume, giornalista, curatrice di mostre e di cataloghi d'arte
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