L’opera pittorica di Caravaggio, al secolo Michelangelo Merisi (MI 1571-Porto Ercole 1610), specchio spregiudicato di una vita sregolata e turbolenta, sempre coinvolge emotivamente per l’inedita potenza espressionstica; la mostra romana "Caravaggio 2025" invita il visitatore ad approfondire la genesi e le motivazioni dello stile dissacrante e al contempo seducente di un pittore che, malgrado fosse ritenuto “DI CARATTERE CONTENZIOSO E TORBIDO” da alcuni invidiosi biografi coevi, fu invece ricercato ed elogiato dai potenti del suo tempo. Dunque non un artista maledetto, ma un genio ribelle e coraggioso che in meno di 20 anni rivoluzionò la pittura e dipinse capolavori destinati all’immortalità. La mostra che si sta svolgendo a Palazzo Barberini propone un’ approfondita riflessione sulla rivoluzione culturale operata dal Maestro lombardo nel campo non soltanto artistico, ma anche religioso e sociale del suo tempo.
L’esposizione in Palazzo Barberini si apre con le prime tele del periodo romano, quando l'Artista inizia a dipingere nella bottega del Cavalier d’Arpino soprattutto soggetti con frutti e fiori, ma influenzati dalla pittura lombardo- veneziana appresa da Simone Peterzano, un artista allievo di Tiziano, soprattutto per un colorismo caldo e acceso. Ma ben presto i suoi dipinti rivelano un nuovo quanto disarmante realismo rappresentativo, come dimostrano le opere esposte nella prima sala. Qui, oltre al Bacchino malato, probabilmente un autoritratto, dove un improbabile dio dal volto emaciato assume l'aspetto, il gesto e la posa di un ragazzo comune, colpiscono opere dedicate alla musica, tanto cara al Cardinale Francesco Maria del Monte, suo generoso committente e mecenate.
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Caravaggio, Bacchino malato, olio su tela, 67x53 cm. 1596/97, ph Mauro Coen ©Galleria Borghese
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Caravaggio, I bari, olio su tela 94x131 cm., 1594, Kimbell Art Museum -Fort Worth © |
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Sono note la forza drammatica e la potenza del realismo caravaggesco, accentuato nel tempo dalla funzione rivelatrice della luce che diviene sempre più importante. Cosciente del senso tragico dell'esistenza e capace di comunicare attraverso le opere una straordinaria energia, Caravaggio usa la luce come elemento significante di espressività. Nel Narciso gli effetti luministici divengono protagonisti di una scena quasi magica e il riflesso della mitica figura nello stagno evidenzia una tecnica formidabile. Il "vero" che Caravaggio prende a modello in ogni sua tela era stato fino a quel momento storico lontano dalle estetiche artistiche: il suo mondo è quello dei diseredati, piagati dal destino avverso, degli emarginati dalla società che pure egli sa fare ardere di passione e di umanità. La teatralizzazione della pittura è un'altra caratteristica caravaggesca, dato che in ogni opera la composizione prende vita e si blocca nella fase più intensa e folgorante dell'evento, come accade in La conversione di Paolo, prima versione rifiutata dalla committenza, ignota ai più poiché conservata in una collezione privata. Il dipinto esposto nella mostra permette anche di effettuare un raffronto tra le due versioni: molto interessante la prima, più terrena e dinamica, mentre l'altra più nota, conservata in Santa Maria del Popolo nella Cappella Cerasi, grazie a una luce trascendente che ferma l'immagine nel momento della caduta del santo da cavallo, risulta più ricca di pathos.
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Caravaggio, ritratto di Maffeo Barberini, olio su tela 124x90 cm, 1598 ca. © Collezione privata, Firenz. e
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Caravaggio, Giuditta e Oloferne, olio su tela 145x195 cm. 1599/1602, Gallerie Nazionali di Arte antica, Palazzo Barberini. Roma © |
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Non è più il mito né l’iconografia tradizionale a ispirare Caravaggio, ma la realtà degli eventi, della gente comune, dei derelitti che popolano la terra e i sentimenti che le figure esprimono sono dolorosi, a volte laceranti, come, ad esempio il volto di Golia nel “David e Golia” della Galleria Borghese, maschera tragica di orrore e di paura, in cui s’intravedono i lineamenti stravolti dell’Artista, già dilaniato dal pensiero della morte. Caravaggio è stato un uomo tormentato ma in cerca di salvezza e di una fede personale di stampo pauperistico; perciò ha scelto di popolare i dipinti di visi anonimi, di vecchi rugosi o di prostitute e al pari di altri pittori, ha spesso ritratto se stesso, non per elogiarsi né per mostrarsi in modi nobili o ironici, ma come specchio lacerante dei propri intimi tormenti, dei sensi di colpa che lo inseguirono per gran parte della vita fino alla precoce morte, facendogli scontare l’uccisione di Ranuccio Tomassoni, avvenuta incidentalmente durante una rissa.
L’esposizione romana permette di riscoprire l’opera dell’Artista attraverso un percorso espositivo che confronta suoi capolavori stimolando riflessioni, ponendo quesiti e ipotizzando anche novità interpretative. Tra le opere un posto speciale è senz’altro occupato dal Ritratto di Monsignor Maffeo Barberini, il futuro Urbano VIII, pubblicato da Roberto Longhi nel 1963 e mai esposto fino a pochi mesi fa, un intellettuale la cui personalità dinamica Caravaggio fa emergere grazie alla vivezza espressiva e allo sguardo intenso. L’Ecce Homo, recentemente riscoperto (2021) e tornato in Italia dopo 400 anni, assieme alla toccante Flagellazione fanno riscoprire un aspetto pittorico più legato all’espressione della sofferenza del Cristo, mentre i contrasti di luce e di nere ombre assurgono a un valore supremo nell’evidenziare i turbamenti dell’animo umano e la cieca violenza degli aguzzini.
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Caravaggio, Santa Ceterina d'Alessandria, olio su tela, 173x133 cm. 1598/1599. Museo Thyssen Bornemisza, Madrid ©
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Caravaggio, Martirio di sant'Orsola, olio su tela 143x180 cm, 1610. Gallerie d'Italia di Palazzo Piacentini, Napoli © |
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Sentimenti di profonda malinconia e umano spaesamento possono invece scorgersi nelle due tele con San Giovanni Battista nel deserto, soprattutto nella versione conservata alla Galleria Borghese, databile al 1610, tra le ultime opere condotte con sé dall’Artista alla volta di Roma in cambio della grazia promessa da Paolo VI, tele che, com’è noto, non giunsero mai a destinazione per la prematura morte dell'Artista. La figura, definita da Roberto Longhi “triste e insolente sotto rami di vite solforata”, è un’immagine essenziale, priva degli abituali attributi iconografici del santo. Vicino al giovane, circondato da un mantello rosso, vi è infatti non un agnello, bensì un ariete, forse allusivo alla redenzione, mentre San Giovanni, pensieroso e assente, è “congelato nella vaga malinconia di colui che tace e medita in attesa del Verbo”, come precisa Mia Cinotti (1991). Ben altri sentimenti esprime la tela Giuditta e Oloferne, dove la fredda violenza dell’eroina che decapita il generale conquistatore definisce il momento clou di un dramma umano risolto con la ferocia e con il distacco insiti nel desiderio di giusta vendetta. Ogni stanza di questa esposizione stimola una riflessione sugli umani sentimenti, come accade nella Santa Caterina, bellissima e austera figura femminile, dallo sguardo vigile e interrogativo ma anche determinato nell’affrontare l'estremo sacrificio. Santa Caterina di Alessandria, seduta accanto alla ruota di tortura, irta di ferri acuminati, fu poi fatta morire con un colpo di lancia, ma oltre agli strumenti del supplizio ciò che attrae nel quadro è l'umanità della protagonista, riccamente abbigliata e stupefatta dell'evento, nonchè la bellezza di quel volto che rammenta i lineamenti della cortigiana Fillide Melandroni, una delle modelle preferite da Caravaggio, tante volte ritratta nei suoi capolavori.
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Manifesto della mostra romana a Palazzo Barberini |
L’ultima opera esposta è il Martirio di sant’Orsola, commissionata a Napoli dal banchiere genovese Marcantonio Doria, per tanto tempo attribuita erroneamente a Mattia Preti, una tela di grande impatto emotivo, in cui l’Artista raffigura il momento in cui la giovane, rifiutatasi di unirsi all'Unno re Attila, viene catturata e da lui colpita con una freccia al petto. La scena e i costumi, che come accade spesso attualizzano l'evento, si offrono soltanto in parte alla vista, poiché cupe ombre nascondono parti di volti e reazioni emotive degli astanti che accorrono a sostenere Orsola, stupiti dinanzi a un episodio inaspettato quanto crudele. Alle spalle di Sant' Orsola morente, già bianca in viso, sul petto e sulle mani, il viso di un gendarme è l'ultimo autoritratto del Pittore, angosciato e confuso, la bocca aperta in un grido soffocato e lo sguardo smarrito e perso nel vuoto a riflettere i tristi presentimenti degli suoi ultimi giorni di vita. Esistenza randagia e spesso drammatica quella di Caravaggio, da Roma a Napoli, dalla Sicilia a Malta, per culminare con un ritorno tanto sperato a Roma e invece morire il 18 luglio 1610 sulla spiaggia di Palo in Toscana a soli 39 anni, forse a causa di febbri malariche, ma probabilmente ucciso da sicari; intorno alle ragioni della sua morte ancora si deve far piena luce.
Venticinquesima opera della mostra è il Giove, Nettuno e Plutone, l’unico dipinto murale eseguito da Caravaggio nel 1597 (ca) all’interno del Casino dell’Aurora, a Villa Ludovisi. L’opera, raramente accessibile, raffigura un’allegoria della triade alchemica di Paracelso: Giove, personificazione dello zolfo e dell'aria, Nettuno del mercurio e dell'acqua, e Plutone del sale e della terra. Visitabile con il biglietto della mostra.
La mostra CARAVAGGIO 2025 è un progetto delle Gallerie Nazionali di Arte Antica, realizzato in collaborazione con Galleria Borghese, con il supporto della Direzione Generale Musei – Ministero della Cultura. Il catalogo della mostra, edito da Marsilio Arte, si apre con un saggio di Keith Christiansen, seguono i contributi delle due curatrici, Maria Cristina Terzaghi e Francesca Cappelletti; inoltre si aggiungono Giuseppe Porzio, Alessandro Zuccari, Gianni Papi, Francesca Curti, Claudio Strinati e Stefano Causa; chiude il catalogo Rossella Vodret con un’ analisi sulla tecnica esecutiva dell’Artista.
Info: press@larafacco.com
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Bruna Condoleo, storica dell'arte e del costume, giornalista e curatrice di mostre e di cataloghi d'arte
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