E’ indubbio il grande valore di Leonardo da Vinci, inventore e scienziato geniale, profeta di tempi nuovi, artista innovativo, creatore di poche, ma stupefacenti opere, tra le quali dobbiamo rallegrarci di annoverare “Il Cenacolo”, ormai magistralmente restaurato 27 anni or sono.
L’opera, dipinta a Milano nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie a fine ‘400, fu ammirata a dismisura dai contemporanei, da grandi artisti, come Rubens e Rembrandt, da sovrani e personaggi illustri di tutti i tempi, alcuni dei quali avrebbero voluto trasportare il dipinto nelle loro regali dimore. Purtroppo, pochi anni dopo la sua realizzazione l’opera cominciò a deteriorarsi, come annotava Giorgio Vasari già nel 1568 che la definisce nel suo testo Le Vite “una macchia abbagliata”. Il motivo di questo immediato degrado si deve in parte al Pittore, che lavorò sull’intonaco con una tecnica adatta alla pittura su tavola, eseguita, cioè, con colori a tempera grassa con pigmenti e rosso d’uovo su muro asciutto. La volontà dell’Artista di sperimentare continuamente, malgrado le difficoltà oggettive, è del resto congeniale alla personalità di Leonardo, ricercatore instancabile di soluzioni alternative, anche in presenza di rischi capaci di compromettere la perennità dell’opera. Tuttavia 5 secoli di danni occasionali, come l’affioramento di una falda freatica che causò più volte l’allagamento del Refettorio, causarono inevitabili danni. Pertanto il capolavoro milanese del genio vinciano, 40 metri quadrati di superficie dipinta, iniziò un lento deperimento naturale, al quale si sono aggiunti i ben 7 restauri documentati nel corso di due secoli e mezzo, oltre alle ingiurie degli uomini e degli eventi bellici. La vandalica occupazione del Refettorio da parte delle truppe napoleoniche nel 1795 e in seguito di quelle austriache, nonché le conseguenze dei bombardamenti del 1943, che lasciarono scoperta l’aula per lungo tempo, peggiorarono lo stato di conservazione del Cenacolo. I restauri settecenteschi di Michelangelo Belotti e Giuseppe Mazza, concepiti secondo tecniche e concezioni rivelatesi spesso dannose ( puliture con soda caustica), avevano già snaturato l’opera con ridipinture che, togliendo luminosità, avevano alterato i visi degli Apostoli, i gesti, la forma delle mani, nascosti sotto strati di colle e di oli fissativi.
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Leonardo da Vinci, Il Canacolo, tempera grassa su intonaco, 460x880 cm., 1494- 1498. Refettorio della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, Milano. Restaurato da Pinin Brambilla Barcilon dal 1978 al 1999! |
I successivi restauri nell’800 e nella prima metà del ‘900 , più che altro conservativi, non accentuarono i danni preesistenti; poi, nel 1978 il Soprintendente Carlo Bertelli, insigne storico dell’arte, avviò il ventennale lavoro, con il quale, grazie alle più moderne risorse tecnico-scientifiche, si è stabilito di mettere in luce tutto ciò che di Leonardo era effettivamente recuperabile e che dunque doveva assolutamente essere salvato per i posteri. Dopo 22 anni di lavoro condotto magistralmente dalla restauratrice Pinin Brambilla Barcilon, nota in tutto il mondo e Grande Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana, si può dire che il 50 per cento della superficie dipinta dall’Artista sia ben sopravvissuta e tutta l’opera, malgrado le lacune e le reintegrazioni, sempre reversibili (basta un poco d’acqua per cancellarle!), può leggersi nella sua interezza. Il visitatore del nuovo secolo 2000, infatti, ritrova fortunatamente un dipinto in cui Leonardo pensò di sintetizzare tutte le sue concezioni riguardanti la pittura, intesa come “cosa mentale”, scienza ove confluiscono anatomia, meccanica, ottica, acustica, prospettiva, studio della natura e dei moti dell’animo. L’azione che l’Artista mette in scena è il momento culminante dell’Ultima Cena, quando Gesù pronuncia le parole: “Uno di voi mi tradirà”: immediatamente sorge un' incontenibile onda di espressioni interiori che si riflette nei gesti, nei visi e negli atteggiamenti degli Apostoli, ognuno di loro indagati, grazie alla fisiognomica (ossia lo studio leonardesco dei tratti somatici in relazione al carattere), nelle diverse reazioni personali ed emotive alla parola divina. La prospettiva ampia della stanza si apre sul luminoso paesaggio di rocce, tanto caro a Leonardo, delineato oltre le finestre con la tecnica dello “sfumato”, che amplifica gli orizzonti, rendendo ogni cosa naturale dinamica nel suo lento divenire. Grazie al restauro le cortine scure sulle pareti della stanza hanno svelato invece decorazioni a motivi floreali e il soffitto ha rivelato in parte il sapiente disegno prospettico di mano leonardesca. Inoltre sulla tavola dipinta sono venuti alla luce dopo il restauro particolari un tempo impensabili: bucce di frutti nei piatti, resti di cibo e trasparenze di liquidi nei bicchieri, dipinti con uno spirito analitico, antesignano delle nature morte fiamminghe seicentesche, ma anche di quelle iperrealistiche contemporanee! Nessuna opera analoga, anche di un grande artista, è capace di offrire tanti spunti di riflessione, novità pittoriche e soluzioni figurative tanto geniali: anche per questo motivo siamo immensamente grati alla restauratrice Pinin Brambilla Barcilon
(Monza 1925/ Milano 2020) che ha saputo restituire al mondo un capolavoro eterno!
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Bruna Condoleo, storica dell'arte e del costume, curatrice di mostre, autrice di cataloghi e di testi d'arte
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