UMBERTO BOCCIONI, LA CITTà CHE SALE, olio su telA, 200X290 cm, 1910/11. MOMA, NY.
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“Le nostre sensazioni pittoriche non possono essere mormorate. Noi le facciamo cantare e urlare nelle nostre tele che squillano fanfare assordanti e trionfali”: così recita un significativo brano del Manifesto dei Pittori Futuristi del 1910, che evidenzia l’energia incontenibile della nuova pittura, assimilabile a una musica potente e roboante di tipo wagneriano. Dei tanti artisti che aderirono alla I° Avanguardia italiana del ‘900 Umberto Boccioni esprime, a mio avviso, l’animo più genuino ma anche il più complesso, sinceramente affascinato da quel progresso che il Futurismo interpreta come strumento di rigenerazione sociale e di rinnovamento culturale della società. Benché egli sia stato uno scultore geniale, la sua opera pittorica è ricca di uno dei temi da lui preferiti: il cavallo, tema antichissimo, che all’inizio dell’attività l’Artista lega, secondo l’immaginario collettivo, al simbolo della morte, così come fin dal ‘400 lo ritroviamo nelle incisioni di Albrecht Durer. Ma ben presto il cavallo si trasforma per Boccioni nel simbolo stesso del dinamismo e della velocità cui il Movimento futurista inneggia. Le sue opere presentano, infatti, immagini di cavalli al galoppo o visioni simultanee in cui il cavallo si abbina ad un altro elemento legato alla trasformazione della società: “cavallo+caseggiato”, ad esempio, e “cavallo+caseggiato+case”. Anche gli inusuali titoli mostrano una modernissima visione della realtà in cui forme diverse e spazialità aperta e dinamica vivono in una compenetrazione e in un’interscambiabilità di linee e di forze. Nel capolavoro “Città che sale” (1910/11), Boccioni intende mostrare l’intensa attività ricostruttiva di Milano, dove uomini e cavalli freneticamente lavorano come fossero trascinati da un turbine.
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Umberto Boccioni, bozzetto preparatorio della tela "La città che sale", Pinacoteca di Brera, MI.
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Nel quadro, più volte rimaneggiato, i cavalli, quasi “volanti”, ripetuti tra edifici in costruzione e figure umane, più che mai diventano il simbolo del progresso frenetico e inarrestabile che la civiltà del XX secolo promette all’umanità. I cavalli inarcano le teste, le criniere si spandono al vento e sembrano travolgere nel ritmo tumultuoso della corsa se stessi e gli esseri umani grazie a una vitalità incontenibile che sprigiona dalle loro forme tese, mentre la pennellata larga, fatta di tocchi rapidi e frammentari, fa esplodere i toni caldi delle tinte. Rispetto agli altri artisti futuristi, come l’amico Carlo Carrà, a Boccioni non interessa la macchina, icona del tempo, ma privilegia nella scelta dei temi pittorici e scultorei gli esseri viventi, di cui esalta l’intima bellezza espressa nel movimento. “Spalanchiamo la figura e chiudiamo in essa l’ambiente” diceva l’Artista e ciò si realizza anche nell’opera polimaterica intitolata Dinamismo di un cavallo in corsa + case, dominata da una forza centrifuga incontenibile che fonde figura e ambiente in un movimento dinamico senza precedenti. Egli pensava che “sulla guancia della persona con cui parliamo nella via, vediamo il cavallo che passa lontano ”(U. Boccioni).
E’ straordinaria la capacità che ha l’Artista calabrese di far muovere dinamicamente le forme all’interno di Città che sale, riuscendo a farci percepire la loro fuoriuscita dalla tela: le immagini dei cavalli non hanno, infatti, posizioni definite, ma fluttuano dall’interno verso lo spettatore coinvolgendolo in una realtà in cui spazio e tempo si fondono, mentre il colore acceso comunica con la sua forza espressiva energie positive.
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U. Boccioni, Carica dei lancieri, tempera, vernice, collage su carta intelata, 33x50 cm. 1915. Museo del Novecento, Mi
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E’ il concetto bergsoniano di tempo come “durata”, che Boccioni traduce in suggestiva immagine pittorica: non esiste, infatti, per il filosofo Henry Bergson, un tempo legato allo spazio e diviso razionalmente, bensì un flusso continuo di coscienza in cui passato e presente interferiscono e mutano costantemente il loro rapporto nella continuità della memoria. Per Boccioni il movimento è simultaneo ed è sintesi di quello che si ricorda e di quello che si vede, come accade in Carica dei lancieri: i cavalli sono da lui resi con dionisiaco furore, quello stesso di cui parla Nietzsche e che rispecchia più efficacemente di ogni altra forma l’eterno divenire dell’esistere. Colui che guarda una sua opera è catapultato al centro della scena ritratta, in mezzo a uno spazio tumultuoso e simultaneo, privo di prospettiva tradizionale, di cui si può annotare simultaneamente ogni oggetto, ogni angolo prospettico, ogni stato d’animo. “Il tempo e lo spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo creato l’eterna velocità onnipresente”: questo principio, enunciato nel Manifesto del Futurismo firmato da Filippo Tommaso Martinetti può ben riassumersi nelle dinamiche figure dei cavalli di Boccioni, immagini-simbolo del coraggio, dell’audacia e di ogni ribellione.
Nato nel 1882 a Reggio Calabria, ma da genitori romagnoli, viaggiò molto per l'Italia, fino ad arrivare nel 1901 a Roma dove cominciò a studiare pittura, e qui conobbe Gino Severini e Giacomo Balla, artisti destinati come lui a sconvolgere l'arte del tempo. Malgrado la breve vita, Boccioni visitò la Russia e fu a Parigi, dove ebbe modo di venire a contatto con il Cubismo e con le diverse tendenze del neo-impressionismo che rielaborò originalmente nella prima produzione figurativa.
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U. Boccioni, autoritratto,1916
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Tornato in Italia si stabilì a Milano nel 1907, dove visitò gallerie e musei, approfondendo la conoscenza della storia dell'arte; conobbe inoltre artisti talentuosi, come Gaetano Previati, dalla cui tecnica fu all'inizio ispirato. Incontrò anche Filippo Tommaso Marinetti con il quale collaborò alla stesura del Manifesto dei pittori futuristi (1910/11) e nell’ambito del Movimento futurista operò instancabilmente per quasi sette anni, creando dipinti e sculture, come il capolavoro bronzeo del 1913 “Forme uniche nella continuità dello spazio”.
Arruolatosi allo scoppio della I guerra mondiale nel Corpo nazionale volontari ciclisti e automobilisti, senza tuttavia combattere, lui che, come tutti i giovani futuristi, aveva inneggiato alla guerra, non avrà il privilegio di morire in battaglia, bensì durante un’esercitazione bellica alla periferia di Verona, all’età di 34 anni e per una banale caduta da cavallo, quel cavallo tanto amato e così vigorosamente ritratto nella sua breve ma prestigiosa carriera artistica.
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Bruna Condoleo, storica dell'arte, giornalista, curatrice di mostre e di cataloghi d'arte
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