Mimmo Paladino, senza titolo, bronzo, cm.75,5 x23,5 x18,5. 2003, Courtesy Galleria Christian Stein di Milano |
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Se c’è un artista contemporaneo, trasgressivo ma “classicamente” moderno, che ha dedicato al soggetto del cavallo grande attenzione, scegliendolo come tema privilegiato e ricorrente della sua creatività, perché denso di tradizioni, di significati esistenziali e di simboli, questi è Mimmo Paladino. Dalle prime esperienze artistiche alla maturità odierna, Paladino ha compiuto un percorso di approfondimento del proprio stile, divenuto col tempo sempre più originale e complesso. Le radici concettuali della sua iniziale esperienza artistica, legata alla nascita della Transavanguardia alla fine degli anni ‘70, sono state approfondite da una riconsiderazione della storia e della cultura d’origine e dalla scelta della figuratività, anche se proposta attraverso stilemi di autonomia formale e contenutistica. L’amore per la scultura, in bronzo, in legno, in calcare, in vetroresina, rappresenta un aspetto importante dell’attività del Maestro campano, pur nell’ampia capacità di spaziare con un personale nomadismo culturale dal disegno alla pittura, dal mosaico all’incisione. Nell’opera di Paladino “i passati” si accavallano e gli stili s’ intrecciano, superando ogni preconcetto estetico; sembra che tutta la storia dell’Arte emerga fratta e sconvolta nel ricordo dell’Artista per riaffermarsi con novità di sensazioni e con pregnante gestualità. L’amore per il “mito” proviene in massima parte dalla sua origine campana e dalla affezione per una cultura millenaria ricca di valori, ma il suo istinto lo avvicina anche alle tradizioni popolari, al culto dei morti e dei santi, alle paure ataviche. L’assorbimento di linguaggi artistici precedenti, dall’arte greca arcaica a quella romana, egizia, paleocristiana e romanica, ancora vivi nel Meridione, costituisce una ricchezza per la creatività di Paladino, uomo del Sud e dunque geneticamente imbevuto di una cultura sedimentata quanto complessa. Nelle sue opere coesistono spunti estetici che spaziano dall’astrattismo di Klee al concettualismo di Beuys, dal rigore di Brancusi ad echi picassiani, suggestioni che la genialità di Paladino riesce ad unificare con l’essenzialità allusiva del gesto. Nelle maschere impenetrabili, nei busti di guerriero o nei rigidi cavalli dalla testa d’uccello Paladino intende ripristinare il senso metafisico delle immagini accentuandone con l’immobilità fisica la ieratica monumentalità.
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Le sculture, siano esse grandiose, come il cavallo di “Hortus conclusus” ( Benevento ’91), o di ridotte dimensioni, come “Marcofio” (‘93), sono sempre concretizzazioni di fantasmi dell’immaginario, figure emblematiche che generano stupore, meraviglia, spaesamento: nell’arte di Paladino, libera da qualsiasi artificio estetizzante, capace di esprimere l’enigmatica semplicità della bellezza, analisi e sintesi, meditazione e spontaneità si integrano perfettamente. Il cavallo, protagonista di moltissime opere del Maestro, è di volta in volta guardiano dei nostri sogni, “luogo” ove sono riposti i nostri segreti, cavallo di Troia, nume tutelare pronto ad aiutarci nel pericolo; a volte è simbolo di speranze distrutte, come nei cavalli di legno bruciato, abbandonati su di una gigantesca piramide di sale nell’installazione esposta nel ‘90 a Piazza Plebiscito a Napoli, dal titolo “Montagna di sale”; più spesso è idolo primitivo, figlio della notte e del mistero, trasportatore solitario e guida sicura verso l’Eternità, come accade nel Cavallo di sabbia che si erge immobile e misterioso fra i templi dorici di Hera e di Nettuno nel Parco Archeologico di Paestum, munito di una maschera di ferro simile a quelle ritrovate nelle tombe lucane. Figura essenzializzata e geometrizzata che conserva i segni di un’antica regalità, il cavallo è per l’Artista forma autonoma, spesso priva della presenza umana. Dai lunghi viaggi in Brasile Paladino ha saputo riportare il fascino dei riti animistici e primitivi in cui vita e morte, attrazione e timore dell’ignoto si sovrappongono: nelle sue opere, infatti, scheletri e maschere, animali morti e figure vive, demoni ed esseri angelici si abbinano in un inquietante colloquio. |
Il cavallo di Mimmo Paladino (1999) che dal 2019 è tornato nuovamente, simile a un idolo, fra i templi dorici nel Parco Archeologico. Alto 4 metri, con una maschera di ferro è coperto dalla sabbia provenienti dalle spiagge di Paestum! |
Nella produzione artistica più recente, accanto ai volti di idoli mesopotamici, dipinti con foglia d’oro su legno, alle mani aperte su cui sono incisi simboli mistici, alle figure umane dei “dormienti”, ritorna ancora l’amato tema del cavallo: geometrici equini, dipinti con zampe lunghissime e immersi senza tempo in un ovattato mistero. Un anno fa Bologna gli ha dedicato un evento svoltasi a Palazzo Boncompagni in cui Paladino aveva creato una installazione di 13 neri cavalli archetipici che cercano di liberarsi dal pavimento della Sala del Papa, ove dialogano con i dipinti del soffitto nel quale si scorgono figure equine tradizionali. Cavalli misteriosi senza cavalieri, ma ci sono anche immagini equestri, come nella scultura in bronzo “Senza titolo" (2003), in cui la figura umana è presenza ieratica che “esige il silenzio”, come afferma il critico Norman Rosenthal (in “Paladino”, Fabbri Editori, FI, ‘93). Se è pur vero che il cavaliere a cavallo è un'iconografia antica, pregna di riferimenti all’arte mediterranea, cicladica, italica ed etrusca, ma nelle opere di Paladino iricca di “incisioni” misteriose e simboliche, il bronzo "Senza titolo" colpisce per la sua rivisitazione: l’esile guerriero, dal viso inespressivo di maschera, quasi apparizione onirica, è ritto sul poderoso destriero, a sua volta saldamente ancorato al geometrico piedistallo, come fosse infisso nella forma immutabile dell’eternità, sostanziato della stessa enigmatica essenzialità in cui è racchiuso il mistero profondo dell’essere. Il cavallo di Paladino è una metafora: non più un animale al servizio dell’uomo, nè l'essere selvaggio, ma forza primordiale autonoma, portatrice di energia, di vitalità e di mistero, che al contrario può anche accudire l’uomo.
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Brevi note biografiche
Domenico Paladino è nato a Paduli (BN) nel 1948 e ha esordito nel mondo dell'arte nel '77 con un grande murale a pastello esposto nella Galleria Amelio di Napoli. Da allora la sua brillante carriera lo ha visto protagonista di esposizioni in tutto il mondo, dal Brasile alla Cina, coronate da un successo di pubblico e di critica, confermato dagli esiti delle mostre effettuate in Italia. Una cospicua serie di sue grandi sculture campeggiano nel MART di Rovereto, nuova sede trentina del Museo di Arte Moderna e Contemporanea, accanto ai più famosi artisti del '900, a testimonianza del prestigio universalmente acquisito dal Maestro. Nelle piazze di alcune città italiane Paladino ha allestito i suoi neri cavalli, come è accaduto nelle installazioni "Montagna di sale" a Gibellina nel 1990, a Napoli a Piazza Plebiscito nel 1995 e a Milano in Piazza Duomo per i 150 anni dell'Unità d'Italia. Nel 2020 ha creato una nuova installazione in Piazza a Piacenza, aggiungendo bellezza e mistero ai luoghi della vita civile e nei primi mesi del 2024 a Bologna nella Sala del Papa del cinquecentesco Palazzo Boncompagni ha allestito 13 cavalli in vetroresina, coniugando classicità e modernità. L'opera sopra riproposta, "Senza titolo", gentilmente concessa dalla Galleria Christian Stein di Milano, è stata ospitata nella mostra "Il cavallo nell'arte contemporanea. L'archetipo e l'immagine", svoltasi a Roma dal 22 ottobre al 23 novembre 2003, nel Museo Pietro Canonica in Villa Borghese, mostra ideata e curata dalla sottoscritta. Il bronzo, fra le opere esposte create dai più celebri artisti del nostro tempo, è stata scelta in virtù della sua forza espressiva e del suo valore iconico come immagine simbolo dell'esposizione romana e del relativo catalogo.
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Bruna Condoleo, storica dell'arte, giornalista, curatrice di mostre e di cataloghi d'arte
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