In una stagione calda come questa, fortemente agitata, sia sul piano
politico che culturale, in cui tutto entra in crisi – in primis
le ideologie e l’identità culturale dei popoli –
gli artisti non possono mancare in mezzo al mare magnum della tristezza
di dare uno spiraglio di luce con le loro opere. Grazie alla creatività,
essi cercano di trovare un senso alla vita realizzando lavori molto
significativi e che guardano soprattutto all’aspetto psicologico
dell’essere umano. Ad occuparsi della sfera emotiva e degli
aspetti psicologici attraverso l’arte, sono in particolare
un gruppo di artisti: Emiliano Zucchini, Valentina Medda, Maurizio
Cesarini, Massimo Festi e Mona Lisa Tina. Provenienti da città
e realtà diverse, hanno aderito al progetto di rassegna espositiva
intitolata “Intospective”. L’idea originale era
nata dell’artista performer Mona Lisa Tina, poi condivisa
da me e da Stefano Ferrari, docente di Psicologia dell’arte
all’Università di Bologna e Presidente dell’International
Association for Art and Psychology - sezione di Bologna. Introspective
è il titolo di questa rassegna fotografica che ho curato
in collaborazione con Stefano Ferrari e con il Comune di Verona,
settore Cultura e Manifestazioni, nel prestigioso Palazzo della
Gran Guardia, in Piazza Brà. Inaugurata il 25 giugno, sarà
aperta al pubblico fino al 28 c.m. A segnare un cambiamento così
epocale e a coinvolgere emotivamente non solo gli addetti ai lavori,
ma anche il semplice osservatore, sono dunque questi artisti che
con le loro opere tentano di entrare lacaniamente nell’anima
delle cose attraverso il linguaggio del corpo e del medium fotografico.
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Maurizio Cesarini, 2doppio tempo
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Massimo Festi, Elvis
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In effetti, il culto realistico della Cosa si manifestava
nella tendenza dello sperimentalismo post-avanguardista, con particolare
riferimento alla cosiddetta Body Art, giungendo ad un'esibizione
del corpo dell'artista come incarnazione pura, diretta e priva di
mediazioni simboliche del “reale osceno della Cosa”.
Così nell'opera di artisti come Gina Pane, Orlan, Franko
B., Stelarc si metteva in scena il reale della Cosa senza alcuna
velatura, assumendo il corpo dell'artista come luogo di un acting
out dell'orrore: corpo straziato, tagliato, lacerato, mutilato,
deformato, invaso da supplementi tecnologici, alterato nelle sue
funzioni. Per i nostri cinque protagonisti della rassegna le cose
cambiano e con essi il corpo non vuole essere solo attore-spettatore
di una società che è cambiata e si incammina su un
sentiero sconosciuto, ma vuole riuscire a dare una lettura concettuale
degli eventi e aprirci a nuovi mondi, perché, come direbbe
il più grande filosofo analitico del secolo, l’americano
David Lewis, “tutti i mondi possibili esistono davvero”.
È sulla linea di ricerca di Lewis che i nostri artisti creano
opere che, in un alternarsi di feedback, fanno venire a galla anche
il mondo ancestrale, nella speranza che l’individuo si riappropri
del suo corpo. Un corpo che, come uno scrigno della salvezza, combatte
l’ipocrisia e le discriminazioni culturali.
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Emiliano Zucchini, Uomo- antenna
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Valentina Medda, My blood goes the other way round
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Maurizio Cesarini e Emiliano Zucchini, seppur con
linguaggi naturalmente diversi e con iconografie originali e inedite,
riflettono sul sociale partendo dall’analisi dell’Io
e del sé. Cesarini, da attore, fa pirandellianamente riflettere
sulle tante maschere che portiamo a seconda delle circostanze, mentre
Zucchini, nell’usare l’immagine di sé, la manipola
al computer e pensando a Beuys propone, attraverso un frame di un
video, l’“Uomo Antenna”. Introspective ci ricorda
anche la poetica dei mitici Pet degli anni ’80. Con il loro
Pop elettronico si vive una vera rivoluzione psicologica. E sul
ritmo dei Pet Shop Boys entriamo nel vivo della mostra, desiderando
rivivere una nuova ondata di benessere e di libertà spirituale
tanto cantata e vissuta da quei giovani inglesi dei mitici anni
‘80. Per il momento a far sognare quel clima sono gli autori
di questi lavori in cui il corpo diventa l’icona protagonista
assoluta, provocando emozioni sinestetiche forti come “Anamnesi”
di Mona Lisa Tina. L’auto-rappresentazione del corpo in una
auto-analisi intima dell’Io, diventa il motivo principale
della sua ricerca artistica. Lo stesso si può dire della
giovane Valentina Medda che in “My blood goes the oder way”
affronta il rapporto “identità-luogo e senso di appartenenza
ai luoghi in cui si approda e il sentimento contrastante che c’è
nel partire verso nuovi mondi. Queste tematiche, da loro affrontate
con molta creatività e studio, avvicinano Tina e Medda a
due grandi artiste, Marisa Merz e Maria Lassning, premiate quest’anno
alla Biennale di Venezia con il Leone D’Oro alla carriera.
Il percorso visivo della mostra comprende 25 opere, fra le quali,
spiccano i tableaux vivant di Massimo Festi, che lasciano entrare
lo spettatore nei labirinti dell’universo surreale dove anche
la famosa icona della musica rock di Elvis viene ironicamente sostituita
da un uomo muscoloso e di colore. Un gioco ironico per mettere in
risalto l’importanza della interculturalità. Inoltre,
decontestualizzare le icone cult come già faceva Warhol,
esalta il gusto Pop dell’artista. Buon viaggio nei tanti “mondi
possibili”.
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Mona Lisa Tina, Anamnesi
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Mona Lisa Tina, Human_3
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Carmelita Brunetti, specializzata in Psicologia dell'arte, già
docente all'Accademia di Belle Arti FABA di Cosenza, Direttore Responsabile
della rivista "Arte Contemporanea". e-mail:
carmelita.arte@libero.it
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