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Argenti a Pompei , Pietro Giovanni Guzzo, Electa, 2006, pp. 247, 40 euro.
Carpe diem recita un verso celebre composto dal poeta Orazio , e dovevano averlo capito molto bene anche gli altri suoi concittadini romani, se di fronte ai piaceri della tavola ponevano spesso un elegante quanto lugubre piccolo scheletro in argento, altrimenti detta larva, raffinato memento mori, possibilmente posto accanto ad un panciuto scyphus, un bicchiere per bere dalla decorazione mitologica.
Così Trimalchione, durante il famoso pranzo descritto nel Satirycon di Petronio, afferma orgogliosamente: “In argento plane studiosus sum” – per l'argento ho una vera passione – dando sfoggio di vassoi, piatti, bicchieri e varie suppellettili che alzano il livello del nuovo status raggiunto.
Nell'elegante volume, edito da Electa in occasione della mostra Argenti a Pompei , visibile nelle sale del Museo Archeologico di Napoli fino all'11 settembre prossimo, si possono ammirare gli splendidi oggetti in argento appartenenti al ministerium (il servizio da tavola) e all' argentum balneare (per la cura e l'igiene femminile e maschile), descritti con criterio da Pier Giovanni Guzzo, Soprintendente archeologo di Pompei. Si scopre inoltre, sempre nei saggi di Guzzo e di
Maria Luisa Nava, Soprintendente per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta, che i numerosi utensili divengono finemente lavorati e cesellati solo dopo il contatto degli antichi romani con il lusso di epoca ellenistica. Tant'è che negli atti di divorzio o di morte della donna, gli oggetti in argento dovevano essere giuridicamente definiti.
Cucchiaini talmente esili che sembrano spezzarsi al solo sguardo, spatole per rigirare gli unguenti, specchi e gioielli per ornare uomini e donne, come gli spilloni e le borchie per stringere pepli e cinture, sono tutti dei “tesori” come i 20 pezzi ritrovati in una gerla di vimini nel complesso dei triclini di Moregine (Pompei) nel 2000, i 118 della cassa di legno della casa del Menandro, i 65 della casa di Inaco ed Io (entrambi a Pompei), ed infine le argenterie del “tesoro di Boscoreale” rinvenute nella cisterna per il vino della villa detta “della Pisanella”, che furono portate clandestinamente in Francia e oggi conservate al museo del Louvre.
Merita una visita questa mostra, oltre ad una lettura interessante e curiosa del testo!
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Arte d'Oriente Arte d'Occidente. Per una storia delle immagini nell'era della globalità , Flavio Caroli, Electa, 2006, pp. 160, 29 euro.
«Così è strutturato, evoluto e fuso il destino delle civiltà. Prima, le culture erano montagne. Hanno fatto di tutto per diventarlo. Poi, poco per volta, le montagne si sono sciolte, e stanno diventando un mare». Scrive così Flavio Caroli, Ordinario di Storia dell'Arte Moderna presso il Politecnico di Milano e autore di numerosi saggi d'arte moderna e contemporanea, in conclusione del suo nuovo testo.
Lo scritto di Caroli è un saggio con riflessioni in pungenti parentesi; la narrazione è discorsiva per racchiudere una complessiva storia dell'arte sviluppatasi in Oriente e Occidente.
La lettura trasversale e diacronica che s'inarca attraverso le belle illustrazioni del testo, pone l'accento su una doppia linea: lo sviluppo artistico nell'Occidente degli iconoduli, cioè i “servi delle immagini” e quello degli iconoclasti, i contemporanei epigoni dell'arte bizantina e islamica. Gli artisti dell'area mediorientale inventano di conseguenza un nuovo linguaggio fatto di segni e tendente all'astrazione, cifra a sua volte comune con l'arte prodottasi in Cina e Giappone, come si nota per esempio nella statuetta raffigurante Uesugi Shigefusa , realizzata da una mano anonima nel XIV secolo. L'era della globalizzazione ha però i suoi prodomi inaspettatamente nel XVII secolo, quando il pittore cinese più famoso è addirittura un padre gesuita di Milano, Giuseppe Castiglione, giunto a Pechino nel 1715, che diviene l'artista preferito a corte, tanto da firmare le sue opere con il nuovo nome cinese Lang Shi-ning .
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Alexandra Lapierre, Artemisia Gentileschi, Oscar Mondadori, 2000, pp. 511, 8.26 euro.
Artemisia e Orazio Gentileschi. Agostino Tassi e Cosimo Quadri. Giovan Battista e Pierantonio Stiattesi…,affascinanti personaggi nella Roma del primo Seicento che inseguono, quasi febbricitanti, le loro stesse vite travolte dalla passione. Una passione tributata all'arte e all'amore quella di Orazio, per la Musa della pittura e per la figlia.
Artemisia, anche lei dedita all'arte più d'ogni altra cosa, è soprattutto una donna costretta a crescere in un ambiente privo della presenza materna, attorniata da uomini desiderosi di conoscerla, chiusa nella fortezza costruitale dal padre per difenderla, e di conseguenza ingenuamente pronta a cedere alle bugie di un uomo carnefice e amante in un unico battito di tempo, il pittore di scenografie Agostino Tassi.
Alexandra Lapierre, studiosa e scrittrice americana, ricostruisce in questa biografia romanzata, in modo dettagliato e con un linguaggio ricco di vocaboli tecnici e sfumati nell'uso barocco dell'epoca, la vita dell'artista nata a Roma nel 1593, accordando carte processuali a soluzioni narrative personali.
Attraverso la descrizione dei suoi dipinti, la Lapierre descrive la figura di Artemisia, destinata a divenire celebre nelle più famose corti d'Europa, tra il ducato di Toscana presso Maria Maddalena d'Asburgo e la Firenze di Cosimo II dè Medici, dove peraltro entra all'Accademia del Disegno nel 1616, e ancora tra l'Inghilterra e Napoli, dove concluderà la sua turbolenta esistenza, all'incirca nel 1653.
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Tiziano e il ritratto di corte da Raffaello ai Caracci , Nicola Spinosa, Electa Napoli, 2006, pp. 365, 45 euro.
Eleganti armature cesellate in oro e argento, elmi dal piumaggio color madreperla, preziosi velluti scarlatti e marroni, stretti corpetti ricamati e maliziose velature di seta a sottintendere, ma non troppo, morbide forme e ancora, veli trasparenti calati post mortem su anziani cardinali. E su tutto emergono gli occhi, grandi e profondi, piccoli e aguzzi, ambiziosi, ammiccanti, intimiditi, affettuosamente rivolti verso i propri infanti.
Sfogliando le pagine del catalogo della mostra attualmente in corso al Museo di Capodimonte a Napoli, le immagini dei ritratti di Tiziano colpiscono proprio per la grande capacità del maestro di Pieve di Cadore nell'affondare fin dentro i caratteri dei soggetti ritratti, giungendo ad un'introspezione psicologica grazie all'uso di due soli strumenti: i pennelli e le dita.
Tredici saggi di studiosi e docenti d'arte moderna illustrano la varietà dei linguaggi artistici operanti nella penisola italiana durante il Cinquecento, dallo studio sul ritratto lombardo di Maria Teresa Fiorio, le cui radici si individuano nelle terra fiorentina di Leonardo e in quella siciliana di Antonello da Messina, passando per i disegnati ritratti toscani di Elena Capretti, ai manierati dipinti napoletani di Fabrizio Santafede e Silvestro Buono, nel testo di Pier Luigi Leone De Castris.
Particolarmente interessante è il testo di Enrico Castelnuovo sulla Fortuna e vicissitudini del ritratto cinquecentesco , in cui - con una scrittura chiara e discorsiva -si traccia la trama tessuta dietro al quadro, le funzioni e l'esercizio di potere culturale e, di grande rilevanza, quello politico-economico e sociale svolto dall'immagine.
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