Sala 1, dettaglio : IL '700, da LUIGI XV all’ANCIEN RÉGIME.
Due abiti settecenteschi di manifattura italiana, una andrienne (a sinistra) e una robe à la polonaise. Ventaglio in avorio e pagina in carta dipinta del XVIII secolo. |
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Sala 1: sulla parete ritratto di Maria Luisa di Borbone, futura regina di Spagna di Laurent Pecheur (1765)
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Chiunque abbia curiosità e interesse per la storia delle Arti e voglia immergersi nella cultura e nell'atmosfera dei secoli passati deve visitare a Firenze il Museo della Moda e del Costume a Palazzo Pitti, che riapre dopo oltre 4 anni di stop grazie a un riallestimento totale: otto sale nuove, esposizione del nucleo centrale della collezione permanente della Galleria con sessanta abiti, calzature, cappelli e molti accessori preziosi che datano dal Settecento ai primi anni Duemila. Forse non è noto a molti che il reperimento e la conservazione dei costumi antichi è un evento raro, sia per il naturale degrado dei tessuti, sia perché soltanto dal tardo Ottocento è iniziata la consuetudine di collezionare abbigliamenti antichi in tutta Europa, assieme al gusto di istituire Case-museo per la raccolta delle cosiddette arti applicate. Al pari del Victoria and Albert Museum di Londra o del Musée de la Mode et du Costume di Parigi, il Museo della Moda e del Costume di Firenze è dunque uno scrigno raro e prezioso, ove far rivivere l'abbigliamento dei secoli passati tra suggestive penombre, dipinti di famosi artisti europei e opere contemporanee dell'Avanguardia italiana, come Campigli, Turcato, Cagli e Burri. "Il costume e la sua storia sono intrinsecamente connessi con l'arte - ha infatti chiarito il direttore delle Gallerie degli Uffizi Simone Verde - e abbiamo voluto sottolineare questo legame attraverso l'abbinamento degli abiti con una selezione di prestigiosi dipinti".
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Sala 2:
Dal NEOCLASSICISMO alla RESTAURAZIONE.
Veduta d’insieme di quattro abiti dal 1790 al 1825 ca. di manifattura italiana, un prezioso vaso (Manifattura di Vienna 1790) e alcuni accessori coevi. Sulla parete il dipinto Madame Rouillard con una sorella e un’amica di Jean-Sébastien Rouillard (Primo quarto del XIX secolo).
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Sala 3:
dal ROMANTICISMO all’UNITÀ d’ITALIA.
Veduta d’insieme di quattro abiti dal 1830 al 1860 ca., tre di manifattura italiana e uno di manifattura inglese. |
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Sala 4 dettaglio: gli anni SETTANTA e OTTANTA dell’ OTTOCENTO.
Due abiti da sposa databili agli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento, uno in raso e gros di seta avorio di Charles Frederick Worth e l’altro in ‘style tapissier’ in seta operata a righe con guarnizioni in taffetas, merletto, gros e tulle. Sulla parete il Ritratto di Signora con vestito in Plumetis di Tito Conti (1878-80).
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Nel visitare le sale dedicate agli splendidi abiti settecenteschi riusciamo ad immaginare le danze di eleganti dame strette nei loro rigidi bustini, da cui si aprivano gonne sostenute dal "panier" (una struttura circolare inizialmente realizzata in vimini, rialzata ai fianchi), ma anche possiamo ripensare ai salotti letterari dove raffinati cicisbei, abbigliati con attillate marsine (o giustacuore) di seta e ricamati gilet, s'intrattenevano con le dame in lieti conversari. I tessuti degli abiti femminili, dai tenui colori pastello, erano in taffetas broccato con fili d'oro e d'argento e impreziositi da ruches; la mise più alla moda era munita di una sopravveste che scendeva sulla schiena come un leggero mantello, chiamata andrienne. Nel secolo dei Lumi e dell'Encyclopédie la ricerca del "bello" è l'aspirazione di gran parte della società che deteneva il potere; il costume, infatti, non è soltanto un settore della cultura destinato a specialisti, né un aspetto interessante del folklore, ma è soprattutto uno status symbol, la dimostrazione tangibile dei privilegi di pochi, il riflesso del gusto estetico dominante in un' epoca e dei mutamenti politici e sociali succedutisi nel tempo e pertanto il suo studio riveste un'importanza significativa riguardo alla conoscenza della storia di un popolo. Nel periodo post-rivoluzionario tra fine '700 e i primi decenni dell'800, infatti, la moda francese subisce un decisivo cambiamento: le donne, passati i giorni del Terrore, ritrovano il piacere di vivere secondo i nuovi principi di libertà propugnati dalla Rivoluzione e rifiutano le costrizioni del costume settecentesco adottando una moda completamente diversa, costituita da tuniche morbide, semplici e leggere, ispirate all'abbigliamento greco- romano.
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Sartoria Giabbani (Firenze)
Abito femminile con faux cul
1881 circa.
Etichetta: “G.[iuseppina] Giabbani | sarta”. MMC, inv. TA 1806 |
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Manifattura italiana
Stivaletto
1875-80 circa
Etichetta: “Calzoleria CONDELLI | Catania”
MMC, inv. TA 3414
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Dopo ben due secoli la moda femminile si libera dalla servitù di sottogonne ampie e strutturate, come erano stati i paniers settecenteschi e nel contempo rinnega l'uso dei busti opprimenti, un tempo realizzati con stecche in ferro, in legno o avorio, che costringevano il corpo femminile in maniera innaturale provocando spesso distorsioni anatomiche e malattie croniche. L'abbigliamento di questo periodo, denominato stile Impero, è caratterizzato da una linea sciolta e naturale non soltanto per l’abito, ma anche per gli accessori e per le acconciature: la donna si libera, infatti, dal fastidio delle ingombranti parrucche e dei trucchi pesanti che avevano caratterizzato la moda settecentesca per esprimere una ritrovata semplicità e un’ armonia di proporzioni. La sala 2 del Museo Pitti espone alcuni splendidi abiti di questo periodo ove si constata come la tunica, dalla linea ricadente e sinuosa, sveli ed esalti le forme del corpo femminile. I vestiti vengono confezionati con stoffe leggere di cotone, spesso trasparenti, dunque molto seducenti, con scollature generose, incorniciate da scialli di cachemire che ricordano il "pallium" latino, ovvero la stola rettangolare usata dalle matrone romane. A questa linea flessuosa si uniscono acconciature di capelli fermati in alto, come quelle delle dame pompeiane e ricadenti con morbidi riccioli sulla fronte e sul collo, come si vede nel bel ritratto alle pareti della sala 2, dipinto da Jean-Sébastien Rouillard che immortala “Madame Rouillard con una sorella e un’amica (primo quarto del XIX secolo).
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Sala 5: La BELLE ÉPOQUE.
Veduta d’insieme di due abiti e accessori databili tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento: un abito da sera in rete ad ago meccanico nera su raso di seta avorio di Catherine Donovan e l’altro di manifattura italiana in tela di seta nera con effetto fiammato, con intarsi a medaglioni e applicazioni di velluto bluette. Sul fondo la Signora in bianco di Giovanni Boldini (1902)
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Pittori famosi dell'epoca, come Dominique Ingres e Jacques Louis David, hanno immortalato queste mise molto femminili, a volte anche audaci, se si pensa che sotto i vestiti trasparenti, nella maggioranza bianchi, le signore spesso non portavano indumenti intimi e le più impudiche addirittura bagnavano leggermente l'abito prima di indossarlo perché risultasse più aderente al corpo, come si dice facesse Giuseppina Beauharnais, moglie di Napoleone Bonaparte!
Purtroppo la storia del costume femminile nell’arco dell’800 mostra il ritorno dei busti e di abiti fastosi sostenuti da ampie crinoline, come gli esemplari esposti nella sala 3; soltanto verso gli ultimi decenni del secolo si ripristinano dimensioni più accettabili grazie alla moda del faux-cul, ovvero una gonna stretta attorno alle gambe con un ampio panneggio di tessuto che impreziosiva la parte posteriore dell’abito. Belli e preziosi erano i vestiti da sposa di fine Ottocento, come quello realizzato da Charles Frederick Worth, in raso e gros de Tours color avorio, esposto nella sala 4 del Museo, sulla cui parete spicca il Ritratto di Signora con vestito in Plumetis di Tito Conti (1878-80). E’ strabiliante riscontrare quanto le calzature femminili del 1800, con tacchi a rocchetto, stivaletti, cinturini e nastri, siano somiglianti alle scarpe moderne!
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Sala 6 .
I primi anni del NOVECENTO. Veduta d’insieme con il prezioso abito liberty di Raphael Goudstikker (1913), due grandi ventagli in piume di struzzo, alcuni accessori coevi e, sulla parete, il Ritratto della signora Angiola Maria Pagliano-Bruno di Edoardo Gelli |
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Sala 6: Raphael Goudstikker
Abito femminile da sera
1913 circa
Etichetta: “A La Ville de Lyon / Raphael Goudstikker Naples”
MMC, inv. TA 6846
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La storia della moda insegna che il cambiamento dei costumi rispecchia la trasformazione degli ideali politici ed estetici di una società, pertanto già all’inizio del XX secolo la linea dell'abito diviene più sinuosa, i busti sono sempre meno rigidi per poi sparire definitivamente: è la moda Liberty, in cui l’abbigliamento delle donne aristocratiche, decorato con pizzi e merletti, realizzato con soffici tessuti di seta, chiffon, crépe de chine e ricamati con strass e jais, rendono la donna elegante e misteriosa come le eroine dannunziane, a volte anche perversa e viziosa come le protagoniste dei romanzi decadenti. La Belle Epoque è rappresentata nella sala 5 che espone sullo sfondo il bellissimo ritratto Signora in bianco di Giovanni Boldini (1902), mentre nella sala 6 campeggia l’ abito da sera in chiffon di seta nelle tonalità del verde e del giallo con decorazioni-gioiello di Raphael Goudstikker (1913). Una figura fluida e spesso audace, d'ispirazione orientale, è il nuovo stile dell'abito nel primo decennio del secolo, come dimostrano le creazioni di Mariano Fortuny per Eleonora Duse e la veste da casa a Kimono di Donna Franca Florio di Jacques Doucet, padre della moda francese.
Gli anni venti sono celebrati nella sala 7 con lo stile charleston; tuttavia nel corso del tempo la moda subisce un arresto a causa dei terribili eventi bellici, per rinascere nel dopoguerra grazie a stilisti geniali sia italiani che stranieri. Perciò a Palazzo Pitti si possono ammirare nelle ultime sale gli abiti dei nuovi creativi, dagli anni ’50 con Emilio Schubert ed Elsa Schiapparelli, agli anni ’60 con Nina Ricci e Gigliola Curiel, fino agli anni ’70 con Valentino, Ken Scott e Ottavio e Olivia Missoni.
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Sala 7
Il primo VENTENNIO del NOVECENTO.
Veduta d’insieme con due abiti da sera charleston di manifattura italiana e Opera coat in velluto verde della casa di moda londinese Reville&Rossiter. Sulla parete il Ritratto di Franca Viviani della Robbia di Vittorio Corcos (1923) |
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SALA 14
Abito e cappotto in panno di lana con intarsi di Federico Forquet (1968) e tailleur in crespo di lana bianco e nero di Valentino(1966). Sulla parete l’opera Bianco e nero di Alberto Burri (1969) |
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La curatrice del Museo della Moda Vanessa Gavioli ha espresso compiacimento e soddisfazione per il lavoro svolto con queste parole: “Creare per la prima volta nella storia del Museo l’esposizione permanente del nucleo fondamentale della collezione è stata una sfida entusiasmante. L’obiettivo, fin dal principio, era che dal racconto di questo itinerario emergessero i momenti salienti di una raccolta di oltre 15.000 numeri d’inventario. Ovviamente per ragioni conservative vi saranno rotazioni ma la griglia cronologica e concettuale rimarrà stabile”.
Il Museo della Moda e del Costume a Palazzo Pitti è stato inaugurato col nome di Galleria del Costume l'8 ottobre 1983 da Kirsten Aschengreen Piacenti; la collezione, frutto di preziose donazioni private, era maturata alla fine degli anni Settanta nell'ambito della risistemazione del Museo degli Argenti, di cui Piacenti era direttrice. Da quel momento importante di arricchimento e di incrementazione della collezione fino ad oggi il Museo nella nuova ricca e affascinante sistemazione è candidato a divenire un luogo privilegiato di studi, di bellezza, di conoscenza storico-artistica, nonché strumento efficace per la comprensione del Passato.
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Bruna Condoleo, storica dell'arte e del costume, giornalista, curatrice di mostre e di cataloghi d'arte
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