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Il romanzo di Lino Daniele, “L'ultimo contadino di Bugurna,” delinea, con acuta sensibilità, la fine di un'epoca. In ragione di questo, il mondo arcaico in cui si muove il protagonista, Damiano Talarico, non va letto come l'inizio quanto, piuttosto, come la fine di un itinerario interiore grazie al quale tutto si incontra e si scontra con i cambiamenti sociali e, in questo scambio, tutto si rivaluta in un percorso inverso a quello del mondo di Verga che non apriva alcuno spiraglio al nuovo, non dava speranze in prospettive future. Nel mondo di Daniele, viceversa, il protagonista, pur dibattendosi in direzioni contrastanti, riesce, alla fine, sebbene con qualche inevitabile rimpianto, a trovare una via d'uscita,come accade, appunto a Damiano Talarico, il contadino di Bugurna, il quale, prendendo atto del proprio essere, vive la scelta di rimanere ancorato alla terra non tanto e non solo come alternativa sofferta e consapevole, ma, soprattutto, come atto di affermazione e di diversità, il solo capace di porre un argine alla dissoluzione di tutto un mondo. Il giovane contadino, infatti, pur profondamente legato all'identità dei padri, si pone in modo lucido e consapevole di fronte alle nuove prospettive offerte dalla società e tuttavia, anche se desideroso di ribaltare la propria condizione umana e sociale, rivela e impone la propria mutata natura nella acquisita consapevolezza che, in ogni cambiamento, le perdite sono sempre ingenti. Una scelta opposta a quella compiuta dal protagonista del precedente romanzo di Lino Daniele, “Il figlio ribelle”, il quale aveva rivendicato, con coraggiosa determinazione, l'opportunità di lasciarsi alle spalle una insopportabile eredità e cercato, attraverso lo studio, l'unico riscatto possibile.
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Comunque sia, si può affermare che la novità dell'analisi compiuta dallo scrittore risiede nel fatto che il legame con la campagna, se pure assorbito con il primo respiro, non è automatico, né inconsapevole, e neppure può essere imposto, ma si adegua con naturalezza ad un mondo interiore che è capace, con sensibilità straordinaria, di percepire i cambiamenti sociali e di compiere con consapevole lucidità le proprie scelte.
Quanto detto delinea la personalità di un autore che dimostra una non comune capacità di saper cogliere il rapporto che sempre intercorre tra gli uomini e i grandi cambiamenti della Storia, tra la creazione artistica e la società. Se è vero, poi, che gli scrittori non scelgono la materia della loro creazione ma sono trascinati da un'esigenza interiore, le descrizioni che Lino Daniele fa della natura, sia quando essa si offre al lettore in un tripudio di sorprendenti e delicate rivelazioni, , sia quando mostra un aspetto più cupo e duro, alternativamente amica e padrona esigente, stupiscono per la magia che lo scrittore sa cogliere in essa ed è capace di far riscoprire a chi legge. Attraverso le descrizioni del paesaggio, colto nelle diverse stagioni e nei diversi momenti della giornata, (... la sera era già inoltrata ed il cielo era trapunto di stelle luminose che sembrava fossero sospese sulla masseria, tanto erano vicine...; ...a pomeriggio inoltrato,il sole calante illuminava la mia casa e l'orto vicino, attraversato da un'immensa pergola di zibibbo già maturo..; ...il sole pallido di gennaio scomparve all'improvviso e il cielo, il mio cielo sempre azzurro, sempre luminoso, diventò grigio scuro, come nei rari momenti di tempesta...”), Daniele riesce a rievocare aspetti, ancora non del tutto perduti, della religiosità meridionale e di un'austera civiltà dell'uomo che, pur essendo legato alla sua terra, alla sua famiglia, al suo mondo, sa che ha il diritto di cercare il proprio riscatto ma sa, anche, che questa scelta non può metterlo al riparo dall'angoscia di una inevitabile perdita di identità. Questa riflessione viene offerta al lettore con una narrazione fatta di periodi brevi e incisivi che, proiettandosi su un piano realistico- lirico, si avvale, con un'operazione di tipo verghiano, anche di innesti dosati di parole dialettali, talvolta italianizzate, portate sempre a soluzioni nuove capaci di ricreare atmosfere magiche e misteriose ormai perdute per sempre.
Lino Daniele, nato ad Arena nel 1941, è docente di lettere e collabora a giornali e riviste dimostrando una non comune capacità di analisi dei fenomeni sociali. Tra i fondatori, a Tropea, dell'Accademia degli Affaticati”, ha avuto una parte di rilievo nell' organizzazione del Premio Nazionale letterario “Città di Tropea”, da lui fortemente voluto. Recente è la sua proposta di organizzare un parco letterario ad Arena, città natale e fonte della sua ispirazione. Personalità interessante nel panorama letterario, ha pubblicato due romanzi, “Il figlio ribelle” e “L'ultimo contadino di Burgunda” ed è imminente la pubblicazione della terza fatica, “Il professore disarmato”, frutto di una riflessione sul difficile lavoro di educatore nell'attuale contesto sociale. “Il figlio ribelle”, edito nel 1993, segna l' esordio come scrittore e narra la vicenda umana di un adolescente che cerca la propria affermazione attraverso un riscatto culturale, rifiutando con determinazione un destino prestabilito. Il rapporto con la terra, dunque, è alla base della ricerca di Lino Daniele, perché è dall'analisi di questo rapporto che lo scrittore ha attinto i motivi della sua ispirazione ed in esso è da ricercare la chiave di lettura delle due proposte letterarie. Attendiamo la pubblicazione del terzo romanzo, “Il professore disarmato”, per renderci conto di come Daniele riuscirà ad affrontare un tema di così scottante attualità.
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