È dalla nascita del cinema che critici, teorici e registi non hanno smesso di interrogarsi sulla natura di questa nuova forma d'arte.
L'immagine in movimento, rea di imitare la realtà senza volerla soltanto emulare, è stata ed è tutt'ora argomento di animate discussioni. Secondo il teorico e critico francese Andrè Bazin, ad esempio, il dibattito che si è accesso intorno al cinema dipende dal fatto che esso risponde al più atavico dei desideri umani: l'immortalità. |
Bazin teorizzava, infatti, che dalle mummie egizie alla nascita dell'immagine in movimento lo scopo dell'arte (e dell'uomo attraverso essa) fosse quello di sconfiggere la morte, l'oblio, fermare il tempo tramite la realizzazione di qualche cosa che, pur riproducendo le fattezze umane, non fosse soggetta alla caducità del tempo.
Qualcosa che rispondesse a leggi diverse, una sorta di universo parallelo al quale siamo oggi molto vicini con la nascita in rete delle comunità virtuali (basti pensare a Second Life!), ma che il critico francese già teorizzava in un saggio del 1951.
Addirittura i primi graffiti nelle caverne preistoriche porterebbero il seme di questo desiderio: quei rudimentali tratti nascevano dalla necessità di raccontare una storia, o di auspicare che avvenisse ciò che si tracciava sulla roccia, riproducendo i soggetti “in movimento” (o se non altro in sequenza, come succede oggi per gli storyboard ), affinchè i figli potessero farne tesoro, imparare e tramandare.
Prima della parola, prima della scrittura nasce dunque questo meraviglioso linguaggio universale che è il disegno. Poi le cose si sono complicate e l'universalità del tratto è stata messa in discussione dalla nascita di alcuni codici chiari solo agli appartenenti ad un gruppo sociale o ad una determinata cultura. Basti pensare alla simbologia dell'arte cristiana, alla complessa iconografia rinascimentale o, più semplicemente agli ideogrammi della scrittura egizia.
Caricata di un significato "altro", l'immagine diviene spesso un mistero, un simbolo da interpretare e comprendere. Ed è proprio su questo mistero che David Cronenberg, cineasta canadese di successo, mette l'accento nel suo ultimo film.
La promessa dell'assassino (Eastern Promises, 2007) è un' opera complessa che ha il fascino delle storie ben narrate, dei colori grigi e soprattutto ha il potere di introdurci in un mondo a noi estraneo, fatto di riti, convenzioni, di simboli. La storia è quella di una giovane ostetrica (Naomi Watts) che, dopo la morte di una ragazza senza nome, decide di trovare il padre della figlia da lei partorita pochi istanti prima di morire. Ad aiutarla il piccolo diario scritto in russo che la giovane aveva con sé. Le sue ricerche la conducono ad un ristornate di un distinto signore straniero. L'ingresso in questo locale introduce la donna (e lo spettatore con lei) all'interno di un mondo completamene avulso dal nostro.
Quello della mafia Russa esportata in Inghilterra (ma per la verità potrebbe trattarsi di una qualunque metropoli europea): un universo chiuso, una realtà autoctona all'interno della quale la protagonista del film, tronfia delle regole del suo occidentalissimo senso della giustizia, piomba senza nemmeno tentare di comprendere, rimanendo estranea, incredula spettatrice passiva.
Un mondo violento e crudele, frutto di ciò che è accaduto in URSS
durante e dopo la dittatura comunista, una realtà figlia della povertà, dei gulag, delle prigioni siberiane e delle torture.
Cronenberg ci introduce all'interno di questo mondo utilizzando il più diretto ed allo stesso tempo il più criptico dei linguaggi: il disegno tatuato sul corpo. Marchiato a sangue sulla pelle del protagonista, racconto indelebile ed inviolabile della sua vita, il tatuaggio diventa "personaggio" attivo del film ed utile strumento di comprensione per lo spettatore: sul corpo del Nikolai (interpretato da un eccezionale Viggo Mortensen) scopriamo infatti tatuata tutta la sua vita.
In una delle scene centrali della pellicola, prima di essere accettato all'interno della potentissima casta mafiosa Vory V Zakone, Mortensen deve sottoporsi al giudizio dei grandi saggi che esaminano il suo corpo nudo, palmo a palmo, leggendo la sua storia come si farebbe su di un libro.
Al pari di esperti indovini, maestri interpreti dei segni impressi sulla pelle, i saggi raccontano allo spettatore la vita di un uomo riassunta in 47 segni a china impressi sulla pelle, prima di permettergli di farsi tatuare il più importante simbolo della sua vita: due stelle sul cuore o due sulle ginocchia, perchè mai dovrà tradire la sua casta o inginocchiarsi di fronte ad alcuno.
Le ricerche condotte dallo stesso Viggo Mortensen sono partite dal documentario diretto da Alix Lambert The Mark of Cain, girato all'interno delle prigioni russe, e da un libro dello stesso autore sui tatuaggi criminali.
I tatuaggi venivano quasi sempre realizzati in prigione. Il metodo utilizzato prevedeva che si facesse sciogliere il tacco di una scarpa, il fumo veniva poi filtrato ed una penna serviva come contenitore per l'inchiostro. Dai tatuaggi sul corpo di un uomo si poteva capire se avesse fatto la spia, se fosse stato in Siberia, se fosse orfano o un traditore. Il corpo diventa dunque una specie di curriculum vitae, una tela indelebile, dalla quale è impossibile liberarsi. Gli affari importanti venivano conclusi nei bagni turchi o nelle saune per permettere alle due parti di verificare l'attendibilità reciproca attraverso la lettura del codice impresso nella pelle.
Non è la prima volta che il cinema si serve di quello che potremmo definire, in questo caso, un metalinguaggio. Quando l'immagine di serve di altre immagini per raccontare, e non più solo della parola o del suono, i significati che si aprono sono infiniti.
Ce lo ha insegnato il grandissimo regista giapponese Akira Kurosawa, quando in Sogni (Yume,1990) gioca con i dipinti di Van Gogh e con lui molti grandi registi. Solo per citar un film, L'uomo illustrato (The Illustrated Man, 1961) di Jack Smight, ambientato nel 1933, narra di un giovanotto che incontra un bizzarro vagabondo il quale racconta storie del passato e del futuro, ispirate ai tatuaggi che lo ricoprono da capo a piedi.
Il cinema, insomma, si serve della sua stessa essenza per narrare storie che vanno al di là di quello che si potrebbe normalmente immaginare, in un certo senso dando vita ad un universo parallelo che, come aveva intuito Bazin, sfugge alle leggi spazio-temporali.
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fotogrammi dal film "La promessa dell'assassino", 2007
i tatuaggi
il protagonista del film di Cronenberg
manifesto de "L'uomo illustrato", 1961
un momento del film di Cronenberg
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Il manifesto del film di Kurosawa "Sogni", 1990
Cast and credits
Titolo originale: Eastern Promises
Nazione: U.S.A., Gran Bretagna
Anno: 2007
Genere: Drammatico, Thriller
Durata: 100'
Regia: David Cronenberg
Sito ufficiale: www.focusfeatures.com
Cast: Naomi Watts, Viggo Mortensen, Vincent Cassel, Armin Mueller-Stahl, Raza Jaffrey, Radoslaw Kaim, Cristina Catalina, Alice Henley, Tamer Hassan, Gergo Danka, Olegar Fedoro
Produzione: Serendipity Point Films, BBC Films, Focus Features, Kudos Film and Television, Scion Films Limited
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Sila Berruti, dottoressa in Lettere e Filosofia, specializzata in Storia e critica del Cinema
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